Gaza, 60.000 nomi su un sudario: «La politica non giri lo sguardo»

Scritto il 12/08/2026
da Pietro Majno-Hurst per il gruppo Volontari·e Ticinesi Palestina, vice-presidente associazione SHWAG (Swiss Healthcare Workers Against Genocide)


Circa 200 persone si sono raccolte attorno a un sudario con oltre 60.000 nomi delle vittime di Gaza. Dalle associazioni promotrici un appello per il rispetto del diritto internazionale umanitario, l’accesso delle ONG e dei media e l’accoglienza dei feriti più vulnerabili.

Sabato 8 agosto alle 19 circa 200 persone si sono raccolte attorno a un «sudario», con stampati più di 60.000 nomi delle vittime delle bombe, dei missili, dei cecchini, ma anche della fame, della sete e delle malattie a Gaza. Si tratta soltanto di quelle che hanno potuto essere accertate; il numero reale è certamente molto più grande, ma tante si trovano ancora sotto le macerie, o si sono evaporate, in una quantità di esplosivo stimata tra 6 e 12 volte la bomba atomica di Hiroshima.

L’azione voleva dare loro una consistenza e una dignità, a fianco di un mondo politico che tende a metterle in secondo piano.

Nel volantino redatto dalle associazioni che hanno organizzato la manifestazione, il gruppo 24 Maggio, l’associazione svizzera di operatori sanitari contro il genocidio (SHWAG.ch) e il gruppo volontari/e ticinesi per la Palestina, hanno ribadito delle richieste fondamentali, che non dovrebbero essere appannaggio della destra o della sinistra dello scacchiere politico: rispetto del diritto internazionale umanitario, l’accesso incondizionato alle ONG sanitarie e ai media. Si chiedeva anche che venga organizzato un nuovo contingente di feriti particolarmente vulnerabili (si stima oggi che circa 8.000 persone siano in acuto bisogno di cure che non possono essere dispensate in loco). L’esperienza precedente, di 20 bambini con una parte delle famiglie che li accompagnava, circa 100 persone in totale, è stata vissuta in modo positivo nei cantoni che hanno accettato l’accoglienza.

Ma si chiede anche che la politica smetta di girare lo sguardo dall’altra parte, a fronte di violazioni palesi (e assunte con arroganza) delle convenzioni di Ginevra: la differenza tra una regola calpestata e una regola che non esiste più (ancora più grave) è nella reazione degli astanti.

Purtroppo i governi occidentali (a esclusione della Spagna, della Norvegia e dell’Irlanda, e in parte solo la Francia) non fanno tutto quanto è in loro potere per mettere pressione affinché queste violazioni cessino. Con questo atteggiamento non solo screditano il diritto internazionale, ma soprattutto screditano loro stessi, con un impatto negativo sulla coesione sociale e sulla fiducia della popolazione nelle istituzioni.

L’ala più progressista dell’opinione israeliana, molto qualificata ma purtroppo minoritaria (si vedano gli scritti dello storico israelo-americano Omer Bartov), insiste sul fatto che solo delle sanzioni potranno fare aprire gli occhi al governo israeliano e guarirlo dall’accecamento di una violenza che alla fine non potrà mai vincere. Per questo è così importante che il nostro governo cambi rotta.

Pietro Majno-Hurst

per il gruppo Volontari·e Ticinesi Palestina,

vice-presidente associazione SHWAG (Swiss Healthcare Workers Against Genocide)