Lugano–Maccabi Tel Aviv, la protesta sceglie di restare fuori dallo stadio

Scritto il 19/08/2026
da team.redazione


La partita tra FC Lugano e Maccabi Tel Aviv diventa anche un caso politico. Tre realtà ticinesi impegnate sul fronte palestinese contestano la decisione di ospitare a Lugano la formazione israeliana, ma scelgono contemporaneamente di non organizzare una protesta direttamente allo stadio, nel timore di provocazioni e di una possibile escalation.
La posizione è contenuta nel comunicato “Lo sport non è neutrale”, diffuso il 17 agosto dai gruppi 24 maggio, Shwag – Swiss Healthcare Workers Against Genocide e Volontari·e Ticinesi per i Diritti umani in Palestina. Le tre organizzazioni si erano già rese protagoniste di diverse iniziative pubbliche, dalle manifestazioni di Bellinzona alle cartoline distribuite durante il Festival del film di Locarno 2025, fino allo sciopero della fame del personale sanitario davanti a Palazzo federale.

«Lo sport non è neutrale»

Il punto centrale della loro presa di posizione va oltre la singola partita.
Secondo i promotori, le relazioni sportive, culturali, scientifiche ed economiche intrattenute con Israele rappresentano strumenti attraverso i quali la comunità internazionale può esercitare pressione sul governo israeliano. Per questo sostengono che anche il rifiuto di disputare una partita di calcio possa assumere un significato politico.
Nel comunicato viene criticata direttamente anche la UEFA, accusata di applicare criteri differenti rispetto a quelli adottati nei confronti della Russia dopo l'invasione dell'Ucraina.
Per i tre gruppi, se le violazioni del diritto internazionale e dei diritti umani possono determinare l'esclusione di un Paese dalle competizioni sportive internazionali, il medesimo principio dovrebbe essere applicato indipendentemente dal Paese coinvolto.
È probabilmente questo il punto politicamente più interessante della vicenda: può lo sport dichiararsi estraneo ai conflitti internazionali quando le federazioni sportive hanno già utilizzato esclusioni e sanzioni come strumenti di pressione politica?

Gaza al centro della contestazione

Il comunicato inserisce la partita nel quadro della guerra nella Striscia di Gaza e della situazione nei territori palestinesi occupati.
I promotori richiamano, tra gli altri, lo storico israeliano dell'Olocausto Omer Bartov, che ha definito genocidio quanto sta avvenendo a Gaza. Si tratta di una valutazione attribuita esplicitamente a Bartov nel documento e utilizzata dai tre gruppi per sostenere la necessità di aumentare la pressione internazionale sul governo israeliano.
La posizione espressa è quindi inequivocabile: secondo le organizzazioni firmatarie, continuare le normali relazioni sportive con squadre israeliane significa comportarsi come se lo sport potesse rimanere separato dalla situazione politica e umanitaria.
Ed è proprio questa separazione che contestano.

Nessuna manifestazione allo stadio

Nonostante la durezza delle accuse, i tre gruppi hanno deciso di non organizzare una protesta direttamente sul terreno della partita.
La ragione indicata riguarda soprattutto i precedenti legati alla tifoseria del Maccabi Tel Aviv e il rischio che una manifestazione possa trasformarsi in occasione di provocazione o scontro.
Nel comunicato vengono ricordati in particolare gli episodi avvenuti ad Amsterdam e vengono contestati alla tifoseria del Maccabi cori suprematisti e lo strappo di bandiere palestinesi. Proprio sulla base di questi precedenti, le organizzazioni dichiarano di voler evitare una possibile escalation.
La scelta di non manifestare allo stadio non equivale però, nelle intenzioni dei promotori, a rinunciare alla protesta.
Al contrario, affermano di voler rifiutare deliberatamente quello che definiscono il terreno della provocazione e dello scontro, contrapponendogli «ragione critica», empatia e richiesta di giustizia.

La richiesta alla politica ticinese

La questione viene quindi trasferita direttamente sul piano istituzionale.
I tre gruppi chiedono al Municipio di Lugano e al Governo ticinese di prendere posizione e sostengono che anche il FC Lugano, in qualità di società ospitante, non possa considerarsi estraneo alla controversia.
Nel documento viene inoltre accolta positivamente, pur definendola un segnale ancora timido, la presa di distanza dell'onorevole Badaracco rispetto alla partecipazione del Maccabi alle competizioni UEFA.
I promotori chiedono che altre personalità politiche e istituzionali si esprimano con maggiore chiarezza e ricordano la posizione assunta dal Governo ticinese il 28 maggio 2025, quando aveva chiesto al Consiglio federale una ferma condanna delle azioni israeliane.

Il precedente russo e la questione della coerenza

Al di là delle posizioni sulla guerra di Gaza, la vicenda solleva una questione che supera il caso specifico.
Dopo l'invasione dell'Ucraina, il mondo dello sport internazionale ha dimostrato concretamente di non considerarsi necessariamente separato dalla politica internazionale. Federazioni, organizzazioni e competizioni hanno adottato misure nei confronti della Russia e degli atleti russi.
È quindi legittimo domandarsi quale debba essere il criterio.
Se lo sport deve rimanere neutrale, il principio dovrebbe essere applicato sempre. Se invece le organizzazioni sportive ritengono ammissibile utilizzare sospensioni ed esclusioni in presenza di guerre o gravi violazioni del diritto internazionale, diventa inevitabile chiedersi quali siano le condizioni necessarie per applicare queste misure e, soprattutto, se vengano applicate con lo stesso metro a tutti.
È precisamente su questa contraddizione che i tre gruppi ticinesi cercano ora di portare l'attenzione.
Non andando allo stadio.