Che cosa significa davvero la parola “ultima” quando la vita non procede lungo una linea retta, ma attraversa continuamente fasi, pause, trasformazioni e nuovi inizi? È attorno a questa domanda che prende forma il terzo e ultimo appuntamento dell’anno di “La mia ultima danza”, il progetto curato da Isadora. Piattaforma danza, in programma domenica 18 ottobre alle 17.30 alla Sala di Musica nel Mendrisiotto, a Mendrisio.
Al centro dell’incontro ci sarà la coreografa e danzatrice Sara Ofelia Sonderegger, che presenterà uno studio dedicato alla ciclicità del corpo, prendendo come punto di partenza un’esperienza tanto concreta quanto spesso relegata ai margini del discorso pubblico: il ciclo mestruale.
Non una semplice riflessione biologica o riproduttiva, ma un’indagine sul corpo come luogo nel quale la trasformazione diventa visibile. Un corpo che cambia, lascia andare, attraversa una fase e poi ricomincia.
Quando una fine non è davvero una fine
Per Sonderegger, interrogarsi sull’“ultima danza” significa inevitabilmente misurarsi con il concetto di fine e, quindi, anche con ciò che culturalmente associamo alla morte. Ma il lavoro proposto a Mendrisio sposta progressivamente lo sguardo: una fine può essere anche una soglia.
Da qui nasce la ricerca dell’artista sulle cosiddette “morti simboliche”, quei momenti dell’esistenza nei quali qualcosa termina senza che tutto finisca. Una relazione, un’età della vita, una condizione, un equilibrio possono dissolversi lasciando spazio a una nuova configurazione.
Il ciclo mestruale diventa allora una rappresentazione particolarmente forte di questa dinamica: ritorno, cambiamento, perdita e ripartenza si susseguono senza poter essere separati nettamente gli uni dagli altri.
È proprio la ciclicità a costituire il cuore della ricerca coreografica.
Respiriamo secondo un ritmo. Dormiamo e ci risvegliamo. Il giorno lascia spazio alla notte. Le stagioni ritornano. Il corpo cambia. La natura procede per successioni, alternanze e ritorni. Eppure gran parte della società contemporanea sembra essere costruita sull’idea opposta: avanzare costantemente, mantenere la continuità, produrre, non interrompersi.
Il lavoro di Sonderegger si inserisce dentro questa tensione fra la natura ciclica dell’essere umano e un modello sociale che tende invece a privilegiare linearità, produttività e stabilità.
Il corpo diventa linguaggio
La danza consente di affrontare queste domande senza trasformarle soltanto in un discorso teorico.
Il movimento permette infatti di rendere percepibile ciò che normalmente rimane interno: variazioni, pause, energie differenti, trasformazioni che attraversano il corpo e che possono modificare anche il modo di percepire se stessi.
Sara Ofelia Sonderegger, nata nel 1997, è una ballerina e performer svizzero-argentina. Si è formata all’École-Atelier Rudra Béjart in Svizzera e al Teatro Colón in Argentina, iniziando nel 2016 la carriera professionale come ballerina classica presso il Balletto della Provincia di Salta. Dal 2023 lavora come artista freelance e nella propria ricerca esplora anche il potenziale espressivo, politico e sociale del corpo in movimento.
Dal 2021 ha inoltre integrato nella sua pratica elementi provenienti dalle culture hip hop, mentre oggi collabora a progetti scenici tra Argentina ed Europa.
Dalla danza al confronto
La performance non resterà isolata sul palcoscenico.
Al termine dello studio, Sonderegger dialogherà con Mélanie Gallino, assistente sociale, counsellor relazionale e in sessuologia, che da oltre trent’anni lavora negli ambiti in cui corpo, emozioni, desiderio, relazioni e trasformazioni delle diverse fasi della vita si incontrano.
Il suo intervento consentirà di allargare il tema dalla dimensione artistica e personale a quella collettiva, affrontando anche l’importanza della conoscenza e dell’ascolto dei ritmi del proprio corpo.
A moderare l’incontro sarà Barbara Camplani, giornalista culturale RSI.
Con questo terzo appuntamento, “La mia ultima danza” prosegue il lavoro avviato da Isadora. Piattaforma danza, progetto dell’associazione Arturo Prod, che porta la danza contemporanea a confrontarsi con discipline, esperienze e conoscenze differenti.
L’obiettivo non è soltanto mostrare una creazione artistica, ma utilizzare il movimento come punto di partenza per interrogarsi su temi che appartengono alla vita quotidiana.
E forse proprio il titolo dell’iniziativa racchiude il paradosso più interessante: parlare di un’ultima danza per scoprire che, nella natura e nell’esperienza umana, ciò che chiamiamo “fine” può essere semplicemente il momento nel quale qualcosa cambia forma.