Tempo fa Giacomo Morandi mi chiese di tenere una rubrica su Chiasso TV.
Conosco Giacomo da anni, ammiro la passione che mette nel suo lavoro per cui, dopo qualche tempo, decisi di accettare.
IDEE e MATTONI che, in futuro, potrebbe far evaporare IDEE per diventare (solamente) MATTONI (di IDEE), sarà una rubrica senza scadenze precise o temi definiti. Getterò in rete punti di vista basati (sempre) su fatti precisi ed esperienze personali. Mai sopra le righe, all’aristotelica, in modo che possano costituire, per gli ascoltatori interessati, tesi, antitesi o sintesi di quel che essi pensano sugli argomenti trattati di volta in volta.
Pensate a un cilindro: se lo guardate dall’alto vedrete un cerchio, se lo osservate di lato vedrete un rettangolo ma esso, in ogni caso, resta sempre un cilindro. In Sicilia, in metafora, si esprime tale concetto con un lapidario: “Ogni testa è tribunale”.
Le mie pensate (“riflessioni” come le chiama Giacomo) sono legate, di conseguenza, al mio vissuto, al mio punto di vista. Leonardo Sciascia diceva: “… ma una persona è quale i primi dieci anni di vita lo hanno fatto…” cioè imprinting, per dirla alla Konrad Lorentz, o forgiatura a caldo (tenera età), per dirla come i metallurgici.
Sono nato negli anni ’50, i migliori – in assoluto – per nascere nell’Europa Occidentale.
- La seconda guerra mondiale era finita da un decennio: la fame non mordeva più come nell’immediato dopoguerra e c’era ancora tanto da ricostruire
- Non esisteva ancora la globalizzazione (…non c’erano i fondamenti tecnologici, farò di sicuro una puntata sull’argomento)
- Esisteva ancora l’Unione Sovietica (spauracchio del capitalismo parassitario) e “protettrice” delle masse lavoratrici mondiali
- Sul pianeta eravamo (solo) 2 miliardi e mezzo.
In quel periodo, come afferma il filosofo tedesco Hauke Ritz, il capitalismo aveva dovuto indossare – per sopravvivere - una maschera umana.
Per me la maschera umana significò una scuola pubblica di qualità (a Catania nei primi anni ’60, mai in edifici progettati come scuole, ma in appartamenti arrangiati alla bell’e meglio allo scopo) e l’incontro con il professor Francesco Contino (italiano e latino alle Scuole Medie), grand’uomo, che mi iniettò – semplicemente – la sete di conoscenza, la voglia di capire e studiare
Catania primi anni ’60.
Dal secondo piano della mia stanza osservavo una vecchina che guardava, su un grande foglio attaccato al muro, foto, numeri e simboli. Un tipo alto, Don Santo, il parroco, con cappellone, avvolto in una tunica nera, piegato su di lei come una canna, le sussurrava all’orecchio il tizio da votare. Lo stesso tizio a cui, con la coppola in mano, una volta eletto, si sarebbe dovuti andare per chiedere dei favori che, in un mondo meno ingiusto e ridicolo, sarebbero stati chiamati diritti.
Decisi che sarei partito, lì per lì, a quattordici anni. Sia per la voglia di conoscere il mondo che per sfuggire al cappello in mano.
Il primo viaggio lo compii, da solo, a 16 anni, a Liverpool, in un mondo remoto, non ancora globalizzato.
A 20 anni mi trasferii a Torino e finì che mi laureai in ingegneria meccanica al Politecnico dove ebbi la fortuna di “incontrare” il secondo professore – fondamentale – della mia esistenza: Renato Giovannozzi (Costruzione di Macchine al 4° anno e Calcolo e Progetto di Macchine al 5° anno). Giovannozzi, il supercontestato di quegli anni di Brigate rosse, che non cominciava mai le lezioni senza una breve dissertazione su Dostovjeskij, Cechov, Dickens, Alighieri o Pirandello. Giovannozzi, quello per cui la tecnica non poteva che poggiare sulla cultura umanistica.
Non ebbi bisogno del cappello in mano: già durante il servizio militare fui assunto dalla Pirelli a Milano.
A proposito di Pirelli, ricordo che alla fine del colloquio di assunzione, l’ingegner Pompili, il mio futuro capo, mi chiese di andare all’Ufficio Personale. Una volta arrivato lì la segretaria mi chiese il biglietto del treno… per potermelo rimborsare. Era il 1980.
Trent’anni dopo mia nipote Elisa, laureata a Roma, lavorò per sei mesi – da stagista – presso l’Unione Europea a Strasburgo: niente stipendio, niente rimborso viaggio, niente partecipazione alle spese di vitto e alloggio. Come lei, ogni anno, altri seicento giovani da tutta Europa erano pronti, con il cappello in mano, a elemosinare uno stage per poterlo inserire come referenza nei propri curriculum vitae.
Al di là di mille libri, e un milione di saggi, questo semplice confronto illustra l’assassinio del rispetto sociale.
Torniamo al lavoro.
Dopo 10 anni da tecnico presso due multinazionali: la Pirelli e la Dynamit Nobel Silicon (non dinamite, ma wafers per microelettronica), durante i quali consegui un diploma postlaurea alla Bocconi di Milano, feci il grande salto: passai alle vendite internazionali.
Per trent’anni ho sviluppato mercati esteri per medie e piccole aziende. Un lavoro raso terra, dove bisognava assolutamente vendere per finanziare lo sviluppo commerciale. Anni in cui ho girato forsennatamente il mondo per trovare clienti pilota e costruire reti di agenti e distributori. Fu così che visitai l’India, la Cina, il Giappone, l’Iran, L’Australia, il Canada, il Brasile, la Russia, il Brasile, gli Stati Uniti… Fu così che feci sei giri completi del pianeta, per lavoro.
Vendere prodotti di alta tecnologia, quando non si ha il blasone di affermate multinazionali, è sia difficile sia affascinante. Si viene proiettati nella vita quotidiana di gente a latitudini geografiche e mentali diverse.
Fu da come DK Singh ordinò delle Kingfisher al Kyber Pass Restaurant di Mumbai che capii che l’India è una torta… a strati. Fu in Russia e in Cina che capii che, al momento del pranzo, gli autisti del Capo ricevono trattamenti diversi. Fu in Giappone che mi venne spiegato che la grammatica giapponese è una gabbia sociale in cui i verbi sono coniugati in base alla gerarchia. Fu negli Stati Uniti che verificai l’imbarazzante ignoranza generale delle persone comuni.
Di ogni paese visitato cercai sempre di studiare storia, politica, usi e costumi, sia perché mi interessava, sia perchè… aiutava a vendere.
Nel 1997 sono diventato svizzero (all’imprinting siciliano si aggiunse la visione svizzera dello Stato e delle relazioni sociali. Sciascia aveva un legame particolare con la Svizzera, forse perché a noi siciliani (socievoli), scarseggia la dimensione sociale. La socievolezza ha bisogno di legami, rapporti reali, fisici, sguardi, contatti, la socialità è un’astrazione mentale, nasce dalla Storia e dal rispetto per l’ipotetico altro.
Tre libri.
Nei primi anni duemila, in India, cominciai a scrivere.
Scrissi Il guado, il mio primo libro, dopo lo shock subito al Gateway of India di Bombay quando, fra la folla, arrivando in battello dalla Ajanta Cave, vidi un bambino, senza braccia e senza gambe, apparecchiato sulla spianata… per l’elemosina (se non l’avete già visto guardate Slumdog Millionaire, il film del 2018 di Danny Boyle… fa capire tanto dell’India).
Negli anni successivi, visto che l’equazione della rivoluzione russa del 1917 non mi quadrava, scrissi Rivolta (fu presentato nel 2017 a cento anni esatti dalla rivoluzione di febbraio). Fu grazie a Rivolta che i sottili, incomprensibili fili del destino si palesarono regalandomi l’amicizia di Yulia Abramovna Dobrovol’skaja, la voce russa degli scrittori italiani.
Pochi anni dopo scrissi 2034 (una utopia-distopia). Lo feci per la rabbia e la frustrazione verso un sistema di potere in cui la tecnologia, che potrebbe aiutare la gente e migliorare il mondo, viene utilizzata per brutalizzare la gente e sfruttare il mondo.
Cosa mi aspetto da questa rubrica? Niente. Lo faccio solo perché, da essere umano, sono un animale sociale e, da animale sociale, ho bisogno di comunicare.
Vi ringrazio per l’attenzione e alla prossima (parlerò di Globalizzazione).
Rino Tringale