È a Vienna, nel castello di Schönbrunn, che si è svolto da ottobre 1814 a settembre 1815 un congresso di sovrani europei con lo scopo di rimettere ordine nelle diverse nazioni sconvolte da vent’anni di guerre napoleoniche. Il nuovo assetto doveva fondarsi su di una specie di diritto internazionale caratterizzato dal principio di legittimità, in base al quale i territori conquistati da Napoleone dovevano ritornare alle nazioni d’origine.
Per la Svizzera l’istanza piú importante riguardava la neutralità, che dai tempi di Napoleone non fu piú rispettata. Questa fu la missione che la Dieta assegnò al ginevrino Charles Pictet de Rochemont, delegato della Svizzera a Vienna. Abile diplomatico, Pictet fece accettare ai rappresentanti delle grandi potenze di Austria, Francia, Gran Bretagna, Prussia e Russia la dichiarazione di « riconoscimento formale e autentico della neutralità perpetua della Svizzera » e la garanzia « d’integrità e inviolabilità del suo territorio »[1].
Ma Pictet si rese anche conto che il ministro degli affari esteri austriaco Metternich mirava, nei riguardi della Svizzera, a sostituire l’influenza francese con quella austriaca, per cui ottenne un’aggiunta importante, vale a dire che « la neutralità e l’inviolabilità della Svizzera e la sua indipendenza da qualsiasi influenza straniera sono nell’interesse autentico dell’intera Europa », frase alla quale Metternich invano si oppose[2]. Il 20 novembre 1815, a Parigi, le potenze europee apponevano la firma a questo trattato.
La Santa Alleanza e i retroscena di una lusinga
Parallelamente al Congresso, lo zar Alessandro I, noto per una particolare sensibilità mistico-religiosa, venne elaborando una proclamazione destinata a impegnare gli Stati firmatari a fondare il proprio ordine politico e quello sociale sui principi del cristianesimo. Per l’imperatore russo era necessario che l’Europa ritrovasse l’unità nella fede cristiana e l’unione grazie a legami indissolubili di fratellanza. Tre erano gli articoli di questa proclamazione, denominata « santa alleanza », di cui il primo recitava tra l’altro cosí : « considerandosi compatrioti essi [cioè i monarchi firmatari di Austria, Prussia e Russia] si presteranno in ogni occasione e in ogni luogo reciproca assistenza, aiuto e soccorso »[3].
Il 26 settembre 1815 i tre imperatori firmarono il trattato della Santa Alleanza. Questo trattato può essere considerato il primo tentativo di riunire l’Europa, non su basi politiche bensí religiose. Destinato dapprima ai tre maggiori monarchi europei, il trattato venne in seguito proposto per adesione agli altri governi. Se il papa lo respinse, esso fu invece accolto l’anno seguente da ben 11 nazioni europee e nel 1817 da alcuni staterelli tedeschi. Anche l’Inghilterra lo sottoscrisse, ma con la sua tradizionale prudenza.
E la Svizzera ? In apertura della prima riunione del 1816 della Dieta, il landamano zurighese Hans von Reinach ebbe parole di soddisfazione per il riconoscimento alla Svizzera da parte del Congresso di Vienna del principio di neutralità : « Oggi, esso è garantito da tutte le potenze come una necessità europea »[4]. Ma circospetti furono invece gli Svizzeri riguardo al testo della Santa Alleanza. Essi temevano che l’appartenenza potesse un giorno comportare obblighi contrari alla neutralità. Al che venne loro risposto che i princípi enunciati di giustizia e di religione cristiana fossero una santa garanzia !
Non ancora convinti, gli Svizzeri chiesero se il trattato non potrebbe un giorno dar adito a un intervento negli affari della Svizzera ; e la risposta fu una categorica negazione di simile possibilità. Ciò convinse allora i tre quarti dei Cantoni presenti alla Dieta, e l’atto di adesione della Svizzera fu trasmesso il 27 gennaio 1817 ![5]
Ma quel che gli Svizzeri ignoravano era il ruolo a loro riservato da Metternich. Sua intenzione era di affidare alla Svizzera due compiti : proteggere militarmente, a guisa di stato-tampone, l’Austria contro eventuali attacchi della Francia ; proteggere Austria e Germania contro le idee rivoluzionarie, liberali o nazionali che venivano formandosi in Italia e Francia, i cui propugnatori avrebbero potuto trovare facilmente rifugio su suolo elvetico. Per Metternich era quindi importante che i governi cantonali svizzeri fossero sempre in mano a politici conservatori. Se poi però la Svizzera non avesse rispettato i suoi obblighi, l’articolo 1 del Trattato avrebbe permesso a Metternich di ricorrere a metodi coercitivi.
Gli anni 1820 e seguenti sono un periodo in cui parecchi paesi europei vengono scossi da quel che il cancelliere austriaco definiva « un male che minaccia tutti »[6], il ‘male’ essendo il desiderio di dare ai popoli europei un regime repubblicano, un governo liberale, un’identità nazionale, una costituzione : erano il frutto della Rivoluzione francese e del bonapartismo. Siccome la Svizzera era l’unica ‘isola democratica’ in mezzo a un ‘mare di monarchie reazionarie’ molti furono i rifugiati che vennero a salvarsi, dalla prigione o dalla condanna a morte, nell’uno o nell’altro cantone elvetico.
Alcuni esempi di questo ‘male’ : nel marzo 1819 a Mannheim, assassinio di Kotzebue ; nel febbraio 1820 a Parigi, assassinio del duca di Berry, nipote di Luigi XVIII ; al ritorno del re sul trono di Spagna la reazione fu tremenda : inquisizione, gesuiti…, finché il 1° gennaio 1820 scoppia l’insurrezione; il 2 luglio 1820 è inalberata a Napoli la bandiera della Carboneria ; nel marzo 1821 rivolta dei patrioti militari piemontesi che obbligano Vittorio Emanuele I ad abdicare…
È durante il congresso della Santa Alleanza nell’ottobre 1820 a Troppau che viene approvato il principio d’intervento nei Paesi turbati dalle rivoluzioni liberali; esso diventava cosí una massima di diritto pubblico ; e di questo ‘diritto’ la Svizzera subí forti pressioni dalla Santa Alleanza al punto di minacciare, per bocca dell’imperatore austriaco, d’occupazione il nostro paese se non si affrettava a espellere « le associazioni criminali » e le « bande militari », nemiche della pax austriaca.
In tale frangente gli Svizzeri si resero conto che la neutralità dipendeva dalla conformità a una politica decisa da altri, che l’indipendenza era subordinata al favore dei maggiori principi europei, e che il diritto d’asilo, da secoli fiore all’occhiello della Svizzera, era ormai sottoposto al benestare di Vienna. Non è difficile immaginare l’amarezza dei membri della Dieta quando, per placare i sentimenti minacciosi di Metternich, vero padrone della Santa Alleanza, presero all’unanimità il 14 luglio 1823 una serie di misure per censurare la stampa e per espellere o respingere i rifugiati ; queste misure presero il nome di Conclusum relativo alla stampa e agli stranieri.
Autorità e popolazione di quegli anni si resero ben conto del misero basso livello raggiunto dalla nostra sovranità e dell’umiliante dipendenza alla quale ha dovuto soccombere la Dieta rispetto allo straniero ! Il rappresentante dell’Austria in Svizzera, in un rapporto al suo governo, si disse soddisfatto del Conclusum aggiungendo : « Spetta a noi, ministri esteri qui residenti, tener d’occhio senza sosta rifugiati e giornali »[7].
Il rappresentante della Prussia tentò addirittura di provocare un intervento in Svizzera per sottoporla a un protettorato ; proposta che non andò in porto grazie alle riserve espresse dal ministro russo e alle manovre diplomatiche del ministro inglese, rappresentante di un’Inghilterra diventata ‘madrina’ dei movimenti liberali europei e positiva di fronte all’indipendenza delle repubbliche sud-americane.
La morsa della reazione si allentava grazie al cambio della classe al potere in diversi paesi, per cui la Dieta decise di revocare il Conclusum nel 1829, senza commenti delle vicine potenze. Si concludeva un capitolo doloroso della storia svizzera, ma pochi anni dopo se ne aprirà un altro, pure difficile.
[1] Edgar Bonjour, Histoire de la neutralité suisse, pp. 132-137.
[2] Edgar Bonjour, op.cit. p.138.
[3] Maurice Bourquin, Histoire de la Sainte Alliance, Genève, 1954, p.135.
[4] Edgar Bonjour, op.cit., p.140.
[5] Edgar Bonjour, op.cit., p.141.
[6] Edgar Bonjour, op.cit., p.391 nota 5.
[7] Edgar Bonjour, op.cit., pp. 154-156.