Scopriamo il personaggio televisivamente noto, Angelo Macchiavello (classe 1961), corrispondente di guerra e inviato speciale dal 1992 delle reti televisive Mediaset/MFE. Nel 2023 vince il Premio Caravella del Mediterraneo per il giornalismo internazionale.
Caro Angelo,
dallo straccio medievale (chador), gettato con disprezzo dalla Fallaci nell’intervista a Khomeyni, al provocatorio make-up della Gruber durante il fuori onda della guerra in Iraq: chi è ora l’inviato di guerra ?
La cosa è un po' diversa: Oriana Fallaci andò a fare un’intervista a Khomeyni. Già questo era singolare, dato che era una donna e … tra le regole previste c’era quella di mettere lo chador. La Fallaci provocatoriamente pose la domanda proprio sullo chador; a quel punto Khomeyni ribatté che se a lei non piaceva portalo in capo, l’avrebbe potuto togliere e … lei lo tolse. Con ciò voglio dire che non vi è stata una vera sfida fra i due, ma una conseguente reazione della giornalista. Per quanto riguarda la Gruber, ti preciso che era una giornalista alle prime armi e, per far gavetta, venne mandata a Bagdad. Come accade sempre prima della diretta, si mise, come fanno tutte, un po' di belletto. Entrambe le giornaliste sono in gamba. La Fallaci però è Unica: come Montanelli, la ritengo un’icona del giornalismo italiano. È difficile trovare personaggi più alti di loro. Mi rammarica che i giovani, che iniziano la professione, non conoscano né Fallaci né Montanelli.
Scusami, ma non si arrischia che le immagini dei circuiti informativi internazionali sulla guerra scadano in manipolazioni della Verità ?
Rischiamo eccome direi … soprattutto con l’inizio della guerra in Ucraina: la Russia ha iniziato a manipolare le immagini e … ormai le fake news imperversano. Si tratta di un male diffuso. È però ovvio che i russi e gli americani sono quelli più avanzati in quest’arte. Preciso però che tali “manipolazioni” sono più difficili da fare in Ucraina, viste le limitate distanze geografiche e la conseguente possibilità per i giornalisti di verificare direttamente le notizie e la verità sul campo. Direi … che più i giornalisti sono imbavagliati in un Paese, più è complicato trovare notizie vere (vedi, per esempio, gli americani durante la Guerra del Golfo degli anni ‘90). Tutto il mondo è paese … a tutt’oggi gli israeliani, i russi e gli americani restano però i più abili nel propagandare le loro visioni.
Se pensassimo all’Eneide … vale tutt’oggi l’insegnamento omerico: “dolce è la guerra per chi non la conosce” ?
Non lo so: so e credo che la guerra è una cosa orrenda ed è meglio non conoscerla! Ai tempi di Omero vi era un patos diverso: più eroico, direi epopeico. Oggi però se conosci la guerra la … eviti !
Ma la tua professione non è forse al limite della realtà: sei pronto a farti carico dei relativi rischi?
Mi faccio certamente carico dei rischi … nonostante non siamo noi la notizia, ma solo coloro che la raccolgono sul campo. Se mi faccio prendere come ostaggio non sono più in grado di raccontare la guerra. I giornali, d’altra parte, vogliono farci rischiare il meno possibile … io d’altronde arrischio sì, ma cerco sempre di avere una via di uscita.
Non credi così di relegare i tuoi cari/familiari al ruolo di Penelope nel tessere la tela ?
Lo so, i miei cari hanno questo ruolo … sono però le prime persone che mi supportano/sopportano. Quando parto, i miei figli e mia moglie sono preoccupati, confidano però che io mantenga sempre la testa sulle spalle. Tante volte ho pianto, perché mi rendevo conto di aver sbagliato i calcoli … arrischiando da un momento all’altro la mia integrità. Mia figlia, quando era piccina, tornava a casa e piangeva perché aveva paura per il papà in guerra. All’epoca ero in Afghanistan e, per tranquillizzarla, le mandavo le foto dei posti in cui mi trovavo: posti lugubri sì, ma ripresi da un lato ironico per farla sorridere … a distanza. Sono un corrispondente di guerra (anche se preferirei definirmi un cronista di guerra), non mi considero però un eroe: vado lì e faccio il mio lavoro … anche se fa paura a molti. La guerra ti cambia la vita… quando vai nei Paesi in guerra capisci cosa voglia dire la vera povertà. In Kosovo ho visto la gente esultante perché erano entrate le milizie occidentali per liberarli dalla guerra … questo tipo di felicità non l’avevo mai vista prima. Quando penso a chi viene liberato dalle dittature, penso proprio che questa sia la felicità maggiore che esista. Concluderei quindi che i posti dove sono stato sono luoghi difficili e pericolosi, ma – nonostante tutto – mi alzo al mattino sapendo di fare il lavoro più bello del mondo.
Alla fine dell’Intervista, non sono del tutto sicuro di poter dare ragione a Sun Tzu (Arte della Guerra): “lasciare un bene presente per paura di un male futuro è il più delle volte pazzia”. Gioco quindi sulla cacofonia dei nomi, citando Nicolò (non Angelo …) Machiavelli (Il Principe): “meglio essere temuti che amati, se non si può essere entrambi”.