Il Partito Comunista invita la popolazione a sostenere il referendum promosso dall'Unione Sindacale Svizzera contro la riforma che attribuisce ai Contratti Collettivi di Lavoro dichiarati di obbligatorietà generale il primato sui salari minimi cantonali. Secondo il movimento politico, la modifica approvata dal Parlamento federale ridurrebbe le competenze dei Cantoni e le tutele per i lavoratori.
Il dibattito sul salario minimo torna al centro dell'attualità politica svizzera. Il Partito Comunista ha infatti annunciato il proprio sostegno al referendum promosso dall'Unione Sindacale Svizzera contro la riforma recentemente approvata dal Parlamento federale che attribuisce ai Contratti Collettivi di Lavoro (CCL) dichiarati di obbligatorietà generale la precedenza rispetto ai salari minimi fissati dai Cantoni.
Secondo il comunicato diffuso dal partito, la modifica legislativa rappresenterebbe un cambiamento significativo nell'equilibrio tra legislazione federale, competenze cantonali e contrattazione collettiva. Per questo motivo il Partito Comunista invita la popolazione a firmare il referendum affinché siano i cittadini ad esprimersi nuovamente sulla questione.
Nel testo viene ricordato che i salari minimi cantonali sono già stati introdotti attraverso procedure democratiche in Ticino, Ginevra e Neuchâtel. Il partito sostiene che la nuova normativa limiterebbe la possibilità per i Cantoni di stabilire soglie salariali minime sul proprio territorio, riducendo uno strumento ritenuto importante nella lotta contro il dumping salariale, lo sfruttamento e la sostituzione della manodopera.
Il Partito Comunista critica inoltre il fatto che la prevalenza venga riconosciuta ai Contratti Collettivi di Lavoro dichiarati di obbligatorietà generale, osservando come questi siano accordi di diritto privato negoziati tra organizzazioni sindacali e associazioni padronali. Secondo il movimento politico, la riforma potrebbe costituire un precedente sotto il profilo istituzionale, poiché permetterebbe a tali accordi di prevalere su disposizioni legislative approvate democraticamente.
Nel comunicato il partito riconosce anche i limiti dell'attuale quadro giuridico svizzero, che attribuisce ai salari minimi prevalentemente una funzione di politica sociale piuttosto che di redisuzione della ricchezza. Ciononostante, ritiene che essi rappresentino uno strumento essenziale per contrastare il fenomeno dei working poor, limitare la concorrenza salariale tra lavoratori e garantire condizioni economiche minime a chi, pur svolgendo un'attività lavorativa, fatica a sostenere il costo della vita.
Secondo il Partito Comunista, mantenere un salario minimo adeguato consentirebbe inoltre di evitare che parte dei costi derivanti da retribuzioni considerate insufficienti ricada sulla collettività attraverso il sistema dell'assistenza sociale.
La raccolta firme per il referendum proseguirà nelle prossime settimane. Qualora venisse raggiunto il numero di sottoscrizioni richiesto dalla legge, saranno gli elettori svizzeri a decidere in votazione popolare se confermare o respingere la riforma approvata dalle Camere federali.