L'Africa non vuole più limitarsi a esportare materie prime. Cina e Russia cercano nuovi spazi economici, Pechino investe anche in industrie e formazione, mentre la Svizzera dispone di un'arma preziosa: competenze, formazione duale e autonomia diplomatica. E l'Europa? Rischia ancora una volta di spiegare le regole mentre gli altri firmano i contratti.
Per molti anni i rapporti tra Africa, Cina e Russia sono stati raccontati prevalentemente attraverso due chiavi di lettura: le materie prime per Pechino e la cooperazione militare per Mosca. Una rappresentazione non priva di fondamento, ma che rischia oggi di descrivere soltanto una parte di ciò che sta accadendo.
Gli sviluppi degli ultimi mesi mostrano infatti qualcosa di diverso. La Cina sta accelerando il passaggio dall'esportazione di prodotti verso l'Africa alla produzione direttamente sul continente, mentre diversi governi africani chiedono sempre più apertamente che minerali e materie prime vengano trasformati localmente.
La Russia, dal canto suo, prepara il prossimo vertice Russia-Africa ponendo commercio, energia, logistica e investimenti accanto alla tradizionale cooperazione nel settore della sicurezza.
Ma c'è un altro elemento che merita attenzione: la formazione.
Cina e Russia stanno investendo, con modalità differenti, nella preparazione di tecnici, professionisti e studenti africani. E anche la Svizzera possiede in questo settore una carta importante da giocare.
Sul fondo emerge quindi soprattutto un'Africa che tenta di cambiare posizione: non più soltanto fornitrice di materie prime e manodopera, ma possibile terreno di industrializzazione e formazione e, soprattutto, soggetto capace di scegliere fra diversi partner.
La mossa cinese: dazi zero per 53 Paesi africani
Dal 1° maggio 2026 la Cina applica un trattamento a dazio zero alle importazioni provenienti dai 53 Paesi africani con i quali intrattiene relazioni diplomatiche. La misura riguarda il 100 per cento delle linee tariffarie previste e ha esteso il trattamento preferenziale anche alle maggiori economie africane.
Come riferito dalle fonti istituzionali cinesi, a cento giorni dall'introduzione della misura Pechino ha iniziato a tracciare un primo bilancio dell'operazione.
Non si tratta quindi semplicemente dell'ennesimo programma di cooperazione annunciato durante un vertice. La decisione apre concretamente il mercato cinese alle produzioni africane.
Ma il dato più interessante potrebbe trovarsi altrove.
In diversi Paesi africani cresce infatti la richiesta di non limitarsi più a estrarre litio, grafite, rame, cobalto e altre risorse per esportarle allo stato grezzo. L'obiettivo dichiarato è trattenere sul continente una parte maggiore della catena del valore attraverso raffinazione, trasformazione e produzione industriale.
È una strategia che compare ormai anche nei programmi dell'Unione Africana e nelle politiche industriali di diversi governi.
Le automobili cinesi cominciano a diventare africane
Un segnale particolarmente evidente arriva dall'industria automobilistica.
Come riportato nelle scorse settimane dalla stampa sudafricana e internazionale, il gruppo cinese Chery ha acquisito l'ex stabilimento Nissan di Rosslyn, vicino a Pretoria, dove intende produrre veicoli elettrici, ibridi plug-in e modelli del marchio Jetour. Altri produttori cinesi sono già presenti con attività industriali o di assemblaggio nel Paese.
La differenza è sostanziale.
Vendere in Africa un'automobile costruita in Cina significa conquistare un mercato. Costruire quell'automobile in Africa significa creare stabilimenti, occupazione, fornitori locali, infrastrutture e competenze industriali.
Anche nel settore fotovoltaico qualcosa si muove. Sudafrica, Nigeria, Marocco ed Etiopia stanno cercando di aumentare la capacità produttiva locale. La dipendenza tecnologica dalla Cina rimane forte, soprattutto per le componenti più sofisticate, ma la direzione indicata dai governi africani appare chiara: assemblare e, progressivamente, produrre sul posto.
Non siamo ancora davanti all'indipendenza industriale africana. La tecnologia, il capitale e molti componenti continuano ad arrivare dall'estero. Ma rispetto al vecchio schema “estrarre, caricare sulla nave e spedire”, il cambiamento merita attenzione.
Non soltanto fabbriche: Pechino investe nella formazione
Ed è qui che emerge un aspetto importante.
Il Piano d'azione del Forum sulla cooperazione Cina-Africa 2025-2027, il FOCAC, non prevede soltanto commercio e infrastrutture.
Secondo il documento ufficiale, Pechino intende offrire 60.000 opportunità di formazione agli africani, con particolare attenzione ai giovani e alle donne. Il programma comprende inoltre scuole di tecnologia e ingegneria, la creazione o il potenziamento di 10 Luban Workshops e 20 scuole, oltre a centri sino-africani dedicati all'educazione digitale.
I Luban Workshops sono strutture di formazione professionale create in collaborazione con istituti locali, orientate soprattutto alle competenze tecniche richieste dall'industria.
La domanda, naturalmente, rimane aperta: quanta tecnologia verrà realmente trasferita e quanta parte delle competenze più avanzate continuerà a rimanere sotto controllo cinese?
Ma sarebbe altrettanto scorretto ignorare un dato: Pechino non sta pensando soltanto alla fabbrica. Sta pensando anche a chi dovrà lavorarci.
Anche Mosca cambia registro
Sul fronte russo la trasformazione è meno avanzata, ma politicamente significativa.
Il terzo vertice Russia-Africa è previsto a Mosca il 28 e 29 ottobre 2026. Secondo quanto comunicato dagli organizzatori russi, tra i temi indicati figurano commercio, investimenti, logistica, energia, sicurezza alimentare e cooperazione economica.
Una lettura interessante arriva direttamente dall'Africa. Il quotidiano dell'Africa orientale The EastAfrican ha parlato della volontà russa di proporre una nuova “architettura economica” delle relazioni con il continente, comprendente fertilizzanti, energia, infrastrutture digitali, sicurezza alimentare, istruzione e investimenti.
Particolare attenzione viene riservata al Sahel.
Come riferito dall'agenzia africana APA News, i leader di Burkina Faso, Mali e Niger, riuniti nell'Alleanza degli Stati del Sahel, sono stati invitati al vertice di Mosca.
La cooperazione russa con questi Paesi continua ad avere un'importante componente militare e di sicurezza, soprattutto nella lotta alle organizzazioni jihadiste. Mosca insiste però sempre più anche sulla dimensione economica, commerciale ed energetica.
Università: la carta russa
Anche la Russia sta investendo nella formazione africana, soprattutto a livello universitario.
Secondo quanto riportato nel luglio 2026 da African Initiative, circa 35.000 studenti provenienti da Paesi africani frequentano università russe e più di 6.000 studiano grazie a borse finanziate dalla Federazione Russa.
Per l'anno accademico 2024-2025 erano state presentate oltre 40.000 candidature africane per circa 4.800 posti disponibili attraverso le quote governative.
Fra le discipline maggiormente richieste figurano medicina, informatica, economia, ingegneria e settori collegati all'energia.
Un caso particolarmente significativo riguarda il Burkina Faso.
Durante l'incontro tra Vladimir Putin e Ibrahim Traoré al Cremlino del 10 maggio 2025, il presidente russo annunciò che il contingente di borse di studio riservato agli studenti burkinabè era stato più che raddoppiato nell'anno accademico 2024-2025. (Il video dell'incontro tra Vladimir Putin e Ibrahim Traoré è disponibile nei Chiasso TV News del 2025)
Putin comunicò inoltre la disponibilità ad accogliere altri 27 studenti del Burkina Faso con le spese universitarie sostenute dal bilancio federale russo, ricordando che complessivamente circa 3.500 cittadini burkinabè erano già stati formati in Russia.
La notizia venne riportata anche dall'Agence d'Information du Burkina, sulla base delle dichiarazioni diffuse dopo l'incontro.
Ma ancora più interessante fu la risposta di Traoré.
Il presidente burkinabè spiegò che l'obiettivo del suo Paese non era semplicemente ottenere più borse per mandare giovani all'estero. Chiese invece alla Russia trasferimento tecnologico e know-how, arrivando a prospettare l'apertura in Burkina Faso di filiali delle università russe.
Lo stesso concetto venne ribadito da Traoré incontrando gli studenti africani all'Università Mendeleev di Mosca: invece di limitarsi a chiedere ai partner posti universitari all'estero, il Burkina Faso vuole specialisti e docenti capaci di contribuire a riprodurre localmente strutture formative di alto livello.
È un passaggio tutt'altro che secondario.
Perché significa provare a passare dalla formazione di qualche centinaio di studenti africani all'estero alla costruzione di capacità scientifiche e universitarie direttamente in Africa.
L'Africa prova a giocare su più tavoli
Forse è proprio questo l'aspetto meno raccontato.
Interpretare ogni accordo africano con Pechino come una vittoria cinese e ogni accordo con Mosca come una vittoria russa significa continuare a osservare il continente come se gli Stati africani fossero semplicemente pedine spostate dalle grandi potenze.
Alcuni governi sembrano invece aver compreso perfettamente il valore della competizione internazionale.
Cina, Russia, Stati Uniti, Paesi del Golfo, India, Turchia ed Europa hanno bisogno, per motivi differenti, dell'Africa: delle sue materie prime, dei suoi mercati, della sua posizione geografica e del suo peso politico crescente.
La domanda africana sta quindi progressivamente cambiando.
Non soltanto: quanto pagate le nostre materie prime?
Ma anche: che cosa costruite qui? Quanto trasformiamo qui? Quanti posti di lavoro rimangono qui? Quale tecnologia trasferite? E chi formerà i nostri tecnici, ingegneri e ricercatori?
È una differenza enorme.
E la Svizzera?
La Confederazione non è completamente assente dalla partita africana.
Il Consiglio federale dispone di una Strategia Africa 2025-2028, che individua quattro grandi priorità: pace e sicurezza, prosperità e competitività, ambiente, democrazia e governance.
La Svizzera mantiene inoltre una propria rete diplomatica, strumenti di cooperazione economica e programmi bilaterali.
E proprio nel settore della formazione potrebbe possedere una carta molto più importante delle sue dimensioni geopolitiche.
Attraverso Swisscontact, il know-how svizzero nella formazione professionale e nel collegamento tra scuola e impresa è presente in numerosi Paesi africani.
Il rapporto annuale 2025 di Swisscontact indica attività nel campo della formazione professionale in Benin, Burundi, Repubblica Democratica del Congo, Ghana, Kenya, Mali, Marocco, Mozambico, Niger, Rwanda, Senegal, Sudafrica, Tanzania, Tunisia e Uganda.
Qui la Svizzera dispone di qualcosa che né miliardi né materie prime possono sostituire facilmente: un modello consolidato di formazione professionale collegato direttamente alle necessità delle imprese.
Non siamo dunque davanti a una semplice appendice della politica africana dell'Unione europea.
La Confederazione mantiene strumenti propri e, almeno potenzialmente, la possibilità di costruire partnership autonome.
Nel marzo 2026 Svizzera e Unione europea hanno però concordato di approfondire la cooperazione in materia di politica estera e sicurezza, comprendendo anche l'Africa tra le aree di interesse comune.
La questione diventa allora politica: Berna utilizzerà la propria autonomia per costruire una strategia africana realmente svizzera, oppure finirà progressivamente per inserirsi nella scia europea?
La risposta, per ora, non è scontata.
Fabbriche sì, ma chi possiederà la conoscenza?
A questo punto emerge forse la domanda più importante dell'intera partita africana.
Costruire fabbriche non basta.
Se gli impianti vengono realizzati in Africa ma progettazione, tecnologia, brevetti, ricerca, direzione tecnica e competenze più avanzate rimangono interamente all'estero, il rischio è semplicemente quello di sostituire l'esportazione delle materie prime con l'esportazione di prodotti assemblati da manodopera locale.
Cina, Russia e Svizzera mostrano invece, con strumenti e dimensioni molto differenti, almeno alcuni segnali di investimento nella formazione.
Pechino punta fortemente sulla formazione tecnica e professionale.
Mosca offre migliaia di posti universitari e guarda alla formazione scientifica.
La Svizzera possiede una tradizione particolarmente forte nella formazione professionale duale.
La vera misura del successo africano, tuttavia, sarà un'altra: quanti africani saranno formati non soltanto per lavorare nelle nuove industrie, ma per progettarle, dirigerle e un giorno possederne tecnologia e conoscenza?
È probabilmente lì che si giocherà la differenza tra industrializzazione e semplice delocalizzazione.
E l'Europa?
L'Unione europea non è affatto assente. Rimane uno dei principali partner economici del continente e attraverso il programma Global Gateway ha previsto fino a 150 miliardi di euro di investimenti pubblici e privati destinati all'Africa.
Sono cifre enormi.
Il problema è forse un altro.
Mentre Pechino elimina i dazi per 53 Paesi africani, costruisce fabbriche e finanzia decine di migliaia di opportunità formative; mentre Mosca offre posti nelle proprie università e discute con governi africani di energia, fertilizzanti, tecnologia e formazione; mentre persino la piccola Svizzera può presentarsi con un patrimonio concreto di formazione professionale e competenze, l'Europa continua molto spesso ad arrivare accompagnata da un vocabolario che comprende “standard”, “condizionalità”, “transizione”, “governance”, “allineamento” e naturalmente qualche indispensabile “dialogo ad alto livello”.
Tutte cose certamente nobilissime.
Peccato che, alla fine della riunione, qualcuno debba anche costruire la fabbrica.
E magari insegnare a qualcuno come farla funzionare.
Naturalmente Cina e Russia non sono enti di beneficenza. Difendono interessi economici, strategici e geopolitici esattamente come fanno Stati Uniti ed Europa. Pechino cerca mercati e materie prime; Mosca influenza, partner commerciali e accesso strategico.
Gli africani sembrano esserne perfettamente consapevoli.
E sembrano sempre più intenzionati a sfruttare la concorrenza fra chi vuole fare affari con loro.
Quanto alla Svizzera, possiede ancora qualcosa che Bruxelles non può offrirle: la possibilità di presentarsi come interlocutore autonomo, con una tradizione diplomatica propria e competenze riconosciute nella formazione professionale.
Sarebbe un vantaggio piuttosto interessante da utilizzare.
Purché, naturalmente, Berna non decida che sia molto più comodo aspettare di sapere che cosa ne pensa Bruxelles.
La Cina costruisce fabbriche e scuole professionali. La Russia apre le proprie università e parla di trasferimento di competenze. La Svizzera può esportare formazione duale e know-how.
L'Africa, nel frattempo, chiede industria, tecnologia e conoscenza.
Forse, prima del prossimo “dialogo strategico”, qualcuno a Bruxelles potrebbe prendere appunti.