Si può vivere davvero di giornalismo indipendente? La domanda posta da impressum apre un problema molto più grande: l’indipendenza editoriale è un principio, ma mantenerla ogni giorno ha un costo. E qualche volta quel costo viene pagato lavorando anche altrove, fino a notte, oppure grazie a piccoli gesti di persone che non chiedono nulla in cambio.
Si può vivere di giornalismo indipendente?
La domanda è semplice solo in apparenza. È quella scelta dal Journalisme Social Club per l’incontro in programma il 29 settembre a Ginevra: “Journalistes indépendant·es: comment faire pour en vivre?”
L’incontro promosso nell’ambito delle attività segnalate da impressum non intende fermarsi ai principi. Si parlerà concretamente dei redditi sui quali può contare un giornalista indipendente, dei rapporti con le redazioni e delle condizioni necessarie perché il lavoro autonomo possa diventare economicamente sostenibile.
Ed è forse proprio da qui che bisognerebbe partire quando si parla di libertà dell’informazione.
La libertà costa
Definirsi indipendenti è facile.
Esserlo davvero molto meno.
Una testata deve pagare server, piattaforme, attrezzature, software, assicurazioni, spostamenti, strumenti di produzione. Ma soprattutto deve pagare - o in qualche modo sostenere - il tempo necessario per cercare una notizia, verificarla, approfondirla, scriverla e pubblicarla.
Nelle piccole realtà editoriali può accadere che dietro tutto questo non ci siano una redazione composta da dieci persone, un reparto tecnico, un’amministrazione e una segreteria.
Può esserci una sola persona.
Una persona che cerca le fonti, legge documenti, scrive, impagina, realizza immagini, pubblica, gestisce la parte tecnica e amministrativa e continua a lavorare quando una redazione tradizionale avrebbe già terminato il proprio turno.
Le giornate finiscono così per prolungarsi fino a notte.
E c’è un’altra realtà della quale si parla ancora meno: talvolta il giornalismo indipendente non produce abbastanza reddito per finanziare se stesso.
Succede allora che chi vuole mantenere in vita una piccola realtà editoriale debba lavorare anche altrove. C’è chi svolge consulenze, chi insegna, chi esercita un’altra professione. E c’è persino chi, finito il lavoro redazionale, sale su un palco, canta, intrattiene un pubblico e utilizza una parte di quel reddito per poter tornare, il giorno dopo, a fare informazione.
È un paradosso solo apparente.
Il secondo lavoro diventa, in certi casi, il finanziatore dell’indipendenza del primo.
Il canone cambia le condizioni di partenza
In Svizzera il sistema radiotelevisivo conosce una realtà completamente diversa.
I proventi del canone ammontano a circa 1,37 miliardi di franchi l’anno. Per il 2025 e il 2026 alla SSR sono destinati 1,25 miliardi; una parte del gettito finanzia inoltre radio locali e televisioni private concessionarie. Dal 2019 queste ultime ricevono complessivamente il 6% dei proventi del canone.
È quindi bene evitare semplificazioni: non esistono soltanto una televisione pubblica finanziata e televisioni private completamente escluse. Alcune emittenti private ricevono una quota del canone in cambio di un mandato di prestazioni.
Ma molte piccole realtà editoriali, soprattutto digitali, restano completamente fuori da questo sistema.
E partire ogni mattina sapendo che una parte rilevante dei costi è coperta strutturalmente non è la stessa cosa che cominciare la giornata chiedendosi, prima ancora di scegliere le notizie, come pagare la prossima fattura.
Pubblico significa automaticamente indipendente?
impressum, presentando gli “Amis du Journalisme”, afferma che la Svizzera ha bisogno di un giornalismo forte, diversificato e indipendente, anche per evitare che l’informazione finisca nelle mani di grandi fortune private.
È un problema reale.
Ma sarebbe altrettanto semplicistico costruire un’equazione secondo la quale il finanziamento privato compromette necessariamente l’indipendenza mentre quello pubblico la garantisce automaticamente.
La SSR dichiara la propria autonomia editoriale e il quadro legale svizzero la tutela. Al tempo stesso, la stessa SSR riconosce che le proprie condizioni generali sono stabilite politicamente attraverso Costituzione, legge, ordinanze e concessione. Parlamento e Consiglio federale hanno quindi un ruolo nella definizione del quadro all’interno del quale il servizio pubblico opera.
Anche la sua struttura contiene un collegamento istituzionale: due componenti dell’Assemblea delle delegate e dei delegati sono designati dal Consiglio federale.
Questo non significa dimostrare una lottizzazione partitica delle redazioni, né autorizza a sostenere che i giornalisti del servizio pubblico ricevano indicazioni dalla politica.
Significa però ricordare una cosa più importante: nessun modello economico rende automaticamente indipendenti.
La pressione può arrivare da un proprietario, da un grande inserzionista, da uno sponsor, dalla politica, dalle piattaforme digitali oppure dalla necessità stessa di sopravvivere.
L’indipendenza non dipende semplicemente dalla provenienza del denaro. Dipende anche dalla capacità di impedire a chi quel denaro lo fornisce di trasformarlo in potere editoriale.
Poi ci sono le poche centinaia di franchi
Esiste infine una forma di finanziamento molto meno appariscente.
Non arriva da un grande gruppo industriale. Non arriva attraverso una concessione. Non compra pagine pubblicitarie e non pretende visibilità.
Può essere un privato cittadino che, ogni tanto, decide spontaneamente di versare un piccolo contributo. Oppure una piccola associazione benefica del territorio, un sodalizio locale, persino un gruppo di carnevale che sceglie di aiutare una realtà editoriale perché ritiene importante che continui ad esistere.
Magari sono poche decine o poche centinaia di franchi.
Non bastano per pagare uno stipendio e certamente non risolvono il problema economico del giornalismo indipendente.
Ma possono pagare una fattura, un servizio tecnico, una parte dei costi di una piattaforma.
E soprattutto non presentano il conto editoriale.
Nessuna richiesta di scrivere questo. Nessuna richiesta di non pubblicare quello. Nessun interesse commerciale da proteggere. Nessuna contropartita.
Sono piccoli gesti che, proprio perché disinteressati e distribuiti, possono contribuire a conservare una libertà pressoché integrale.
Forse è anche questa una forma concreta di pluralismo: cittadini e piccole associazioni che non acquistano informazione, ma aiutano semplicemente qualcuno a continuare a produrla.
E a questi sostegni discreti, spesso invisibili, dovrebbe essere riconosciuto un valore ben superiore alla loro entità economica.
Chi vuole davvero un giornalismo libero?
Non a caso impressum sta cercando di coinvolgere direttamente la società civile con gli “Amis du Journalisme”, prevedendo contributi annuali a partire da 30 franchi e ulteriori formule da 100 e 200 franchi.
La questione finale diventa allora inevitabile.
Vogliamo giornalisti che non dipendano da un miliardario, da un grande gruppo editoriale, da un partito, da un unico inserzionista o da un finanziatore dominante?
Benissimo.
Ma chi paga il tempo necessario perché possano lavorare?
Perché la libertà di stampa può essere garantita dalla Costituzione e dalle leggi.
La libertà materiale di esercitarla deve invece fare i conti, ogni giorno, con bollette, ore di lavoro e conti bancari.
E per alcune piccole realtà l’indipendenza significa proprio questo: lavorare fino a tardi, svolgere anche un altro mestiere, rinunciare a qualcosa e accettare che una parte significativa del lavoro giornalistico non venga mai realmente remunerata.
Con, ogni tanto, una piccola busta, un bonifico inatteso o il gesto di qualcuno che dice semplicemente: continuate.
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