Mentre la guerra in Sudan entra nel suo quarto anno, Medici Senza Frontiere denuncia un peggioramento della situazione umanitaria nella città di El Obeid. Gli attacchi con droni, attribuiti alle Rapid Support Forces, colpiscono sempre più spesso aree civili, compromettendo ospedali, approvvigionamento idrico e operazioni di soccorso.
Il conflitto sudanese continua a consumarsi lontano dai riflettori internazionali, ma il prezzo pagato dalla popolazione civile resta altissimo. A lanciare un nuovo grido d'allarme è Medici Senza Frontiere (MSF), che descrive una situazione sempre più critica nella città di El Obeid, capoluogo del Kordofan Settentrionale, dove nelle ultime settimane si è registrata una forte intensificazione degli attacchi con droni attribuiti alle Rapid Support Forces (RSF).
Secondo l'organizzazione umanitaria, gli attacchi non si limitano a obiettivi militari ma colpiscono con crescente frequenza infrastrutture civili e zone abitate. Tra gli obiettivi raggiunti figurano scuole, mercati, distributori di carburante, depositi, punti di distribuzione dell'acqua e persino la principale centrale elettrica della città, provocando blackout che aggravano ulteriormente le già difficili condizioni di vita della popolazione.
Liesbeth Aelbrecht, coordinatrice delle emergenze di MSF in Sudan, descrive un clima di costante paura. Ogni nuovo attacco rende più difficile garantire i servizi essenziali e limita fortemente l'accesso all'acqua potabile e all'assistenza sanitaria. Gli ospedali sono costretti a razionare l'energia elettrica e dipendono da carburante ormai sempre più difficile da reperire, con il concreto rischio di dover sospendere servizi salvavita. Anche il trasferimento dei pazienti diventa problematico, sia per l'insicurezza delle strade sia per l'aumento dei costi dei trasporti.
La crisi assume dimensioni ancora più drammatiche se si considera che a El Obeid vivono circa mezzo milione di residenti ai quali si aggiungono, secondo le Nazioni Unite, circa 100.000 sfollati provenienti da altre zone del Sudan devastate dalla guerra. Molte famiglie hanno già perso tutto più volte e si trovano ora nuovamente esposte ai combattimenti. MSF racconta la storia di una donna fuggita da El Fasher dopo un viaggio a piedi durato ventuno giorni, arrivata scalza e sopravvissuta a sofferenze indicibili, oggi costretta ad affrontare un'altra emergenza umanitaria.
L'organizzazione sottolinea inoltre come le operazioni umanitarie stiano diventando sempre più difficili. Le équipe di soccorso hanno limitate possibilità di movimento e l'assistenza alle popolazioni più vulnerabili rischia di ridursi proprio mentre aumentano i bisogni. Nei campi per sfollati molte persone dispongono di quantità d'acqua estremamente limitate, vivono in rifugi precari e hanno accesso insufficiente ai servizi igienico-sanitari. Con l'arrivo della stagione delle piogge cresce inoltre il rischio di epidemie, in particolare del colera.
MSF riferisce di aver già rafforzato il coordinamento con il Ministero della Salute sudanese per migliorare la risposta alle possibili epidemie e aumentare l'accesso all'acqua potabile. Nelle scorse settimane i team dell'organizzazione avevano contribuito anche al contenimento di un'epidemia di morbillo nel Kordofan Settentrionale attraverso cure mediche, campagne vaccinali e attività di promozione sanitaria. Le scorte e il personale sarebbero già pronti per ampliare ulteriormente gli interventi qualora la situazione dovesse peggiorare.
Nel comunicato, Medici Senza Frontiere rivolge un appello sia alle Rapid Support Forces sia alle Forze Armate Sudanesi affinché venga garantita la protezione della popolazione civile e degli operatori umanitari. Senza condizioni minime di sicurezza, avverte l'organizzazione, diventa impossibile assicurare quell'assistenza salvavita di cui centinaia di migliaia di persone hanno urgente bisogno.
La guerra in Sudan, iniziata nell'aprile 2023, continua così a produrre una delle più gravi crisi umanitarie contemporanee, con milioni di sfollati, servizi essenziali al collasso e una popolazione civile che, ancora una volta, paga il prezzo più alto del conflitto.