Un nuovo rapporto di Porte Aperte fotografa una crisi che non accenna a risolversi. Nel nord e nel centro della Nigeria intere comunità sono state cancellate, milioni di persone non possono tornare nelle proprie terre e la presenza cristiana nelle zone rurali si sta progressivamente riducendo. Ma la violenza colpisce sempre più anche le comunità musulmane, in un conflitto nel quale si intrecciano estremismo, rivalità etniche, controllo delle terre e interessi economici.
La Nigeria è arrivata a un bivio. È questa la conclusione, e allo stesso tempo l'avvertimento, contenuto nel nuovo rapporto “Nigeria al bivio”, pubblicato nel settembre 2026 dalla Fondazione Porte Aperte – Open Doors e dedicato soprattutto alla situazione delle comunità sfollate nel nord del Paese.
Il quadro che emerge è quello di una crisi ormai strutturale. Dopo alcuni anni di relativa stabilizzazione, gli ultimi dati mostrano infatti una nuova accelerazione della violenza: tra ottobre e dicembre 2025 sono state registrate 1.735 uccisioni di civili, il 51% in più rispetto alle 1.148 dello stesso trimestre del 2024. Nello stesso periodo i sequestri sono passati da 1.352 a 3.415, con un aumento del 153%.
Una guerra che non può essere spiegata con una sola causa
Il rapporto insiste su un aspetto importante: ridurre ciò che sta accadendo in Nigeria a un semplice conflitto tra cristiani e musulmani sarebbe fuorviante.
La violenza viene descritta piuttosto come etno-religiosa, intrecciata a fattori economici e ambientali, alla competizione per le terre agricole e alla progressiva scarsità delle risorse. A questo scenario si sovrappongono il terrorismo jihadista, la criminalità organizzata e l'attività delle milizie armate.
Boko Haram e la Provincia dell'Africa Occidentale dello Stato Islamico, l'ISWAP, rimangono protagonisti soprattutto nel nord-est. Ma uno degli elementi forse meno conosciuti evidenziati dal rapporto riguarda le milizie Fulani: secondo i dati analizzati dall'Osservatorio per la Libertà Religiosa in Africa, l'entità delle uccisioni attribuite a questi gruppi sarebbe nettamente superiore a quella riconducibile a Boko Haram e ISWAP.
I cristiani restano tra le comunità più colpite
La matrice del conflitto è dunque complessa, ma i dati raccolti dal rapporto indicano allo stesso tempo una particolare esposizione delle comunità cristiane.
Secondo il comunicato che accompagna lo studio, tra ottobre 2019 e dicembre 2025 sarebbero stati uccisi 26.143 cristiani e 13.871 musulmani. Il documento precisa tuttavia che l'identità religiosa non costituisce necessariamente l'unica ragione degli attacchi e che stabilire le motivazioni dei responsabili è metodologicamente difficile. I dati utilizzati provengono principalmente dall'ORFA, che integra fonti locali e database come ACLED.
Anche la geografia delle vittime sta cambiando. Fino al 2023 i cristiani risultavano nettamente più colpiti anche nei sequestri; dal 2024 il numero dei musulmani rapiti ha invece superato quello dei cristiani. Il rapporto collega questa evoluzione anche alla crescente esposizione delle comunità Hausa agli attacchi delle milizie Fulani.
La dimensione della distruzione resta comunque impressionante. Una stima citata da Porte Aperte parla di oltre 19.100 chiese distrutte negli ultimi sedici anni, una media superiore a tre edifici di culto al giorno.
Quasi quattro milioni di persone senza casa
È probabilmente lo sfollamento interno a mostrare nel modo più evidente la portata della crisi.
Al 1° aprile 2026, in Nigeria risultavano 3.837.400 sfollati interni. Altri 405.158 cittadini nigeriani si trovavano come rifugiati in Niger, Ciad e Camerun. Il numero degli sfollati, passato da circa 1,7 milioni nel 2017 a una fascia compresa tra tre e quattro milioni negli ultimi anni, non mostra una riduzione significativa nonostante programmi umanitari e tentativi di reinsediamento.
Per molte famiglie il problema non è soltanto fuggire, ma non poter più tornare. L'insicurezza persiste, alcune terre risultano occupate e in numerose zone rurali dimostrare formalmente la proprietà dei terreni è estremamente difficile. Il risultato è anche una trasformazione demografica: la presenza cristiana diminuisce in molte aree rurali del nord e del centro, mentre cresce nelle città, dove gli sfollati cercano sicurezza e ricostruiscono nuove comunità.
I primi segnali di reazione
Il rapporto non descrive però soltanto un Paese senza via d'uscita.
Negli ultimi mesi sono aumentati gli arresti e i procedimenti giudiziari contro alcuni responsabili delle violenze. Nel marzo 2026 è stato inoltre promulgato il Kampala Convention Domestication Act, destinato a rafforzare nell'ordinamento nigeriano la tutela degli sfollati interni. Nello Stato di Plateau sono stati avviati programmi di reinsediamento e interventi per proteggere i diritti sulle terre delle comunità costrette alla fuga.
Sono segnali significativi, ma ancora troppo limitati rispetto alle dimensioni del problema.
Ed è proprio qui che si trova il “bivio” indicato nel titolo del rapporto. Se violenza e impunità continueranno, avverte Porte Aperte, nuovi sfollamenti e un'ulteriore disgregazione delle comunità saranno difficilmente evitabili. Se invece le misure di sicurezza, l'azione giudiziaria, la protezione degli sfollati e la cooperazione internazionale diventeranno strutturali, potrebbe ancora aprirsi una strada verso il ritorno.
Per quasi quattro milioni di persone, “tornare a casa” non è dunque una formula retorica. È la questione dalla quale dipende una parte importante del futuro della Nigeria.