Il Partito Comunista invita a respingere l’iniziativa popolare federale “Per un’alimentazione sicura”, sulla quale gli svizzeri voteranno il prossimo 27 settembre. Il movimento condivide l’obiettivo di aumentare l’autoapprovvigionamento alimentare del Paese, ma contesta profondamente le modalità previste per raggiungerlo, temendo conseguenze soprattutto per l’allevamento, le regioni alpine e le piccole filiere locali.
Il 27 settembre 2026 gli aventi diritto di voto saranno chiamati a pronunciarsi sull’iniziativa popolare «Per un’alimentazione sicura – mediante il rafforzamento di una produzione nazionale sostenibile, più derrate alimentari vegetali e acqua potabile pulita».
Tra le richieste principali figura l’aumento del grado di autoapprovvigionamento netto della Svizzera dall’attuale 46 per cento ad almeno il 70 per cento. L’iniziativa punta inoltre a orientare maggiormente la produzione e il consumo verso alimenti di origine vegetale, preservare le risorse delle falde freatiche, la biodiversità e la fertilità del suolo e ridurre le eccedenze di sostanze nutritive. Gli obiettivi dovrebbero essere raggiunti entro dieci anni.
Un obiettivo condiviso, ma strade diverse
Nel comunicato diffuso il 14 settembre, il Partito Comunista precisa di condividere proprio uno degli obiettivi più importanti dell’iniziativa: portare al 70 per cento il grado di autoapprovvigionamento alimentare. La contrarietà riguarda invece gli strumenti previsti per arrivarci.
Il partito richiama in questo contesto il principio della Sovranità alimentare, ricordando di essersene fatto promotore anche in Ticino. Secondo quanto riportato nel comunicato, dietro un obiettivo giudicato condivisibile si riproporrebbero però impostazioni già emerse in precedenti iniziative federali e considerate potenzialmente penalizzanti per le aziende agricole, soprattutto nelle regioni periferiche.
Ed è proprio qui che si concentra la principale critica.
Il problema delle montagne e dell’allevamento
Secondo il Partito Comunista, una maggiore produzione vegetale non può essere applicata uniformemente a un territorio geograficamente complesso come quello svizzero.
Il comunicato porta un esempio molto concreto: i pascoli situati attorno ai 1’500 metri di altitudine non possono semplicemente essere trasformati in terreni destinati alla produzione vegetale per l’alimentazione umana. In molte zone alpine, sostiene il partito, è proprio l’allevamento a consentire di utilizzare superfici che altrimenti difficilmente potrebbero concorrere alla produzione alimentare.
Da qui il riferimento alla tradizione del formaggio d’alpe e, più in generale, a un modello agricolo sviluppatosi nei secoli in funzione delle caratteristiche del territorio. Il Partito Comunista interpreta quindi la maggiore spinta verso un’alimentazione vegetale contenuta nell’iniziativa come un possibile ostacolo indiretto all’allevamento e al consumo di prodotti di origine animale.
Non significa, tuttavia, che il testo dell’iniziativa preveda semplicemente l’eliminazione dell’allevamento. La proposta chiede piuttosto una trasformazione complessiva della produzione e dei consumi per raggiungere il nuovo livello di autosufficienza e gli obiettivi ambientali. Anche il Consiglio federale ritiene che, per arrivare al 70 per cento entro dieci anni, sarebbero necessari una sensibile diminuzione della produzione e del consumo di carne e un forte ampliamento della produzione vegetale destinata direttamente all’alimentazione umana.
«Una lettura urbana della realtà agricola»
Il Partito Comunista introduce poi un'altra critica, parlando di una visione eccessivamente urbana dell’agricoltura.
La Svizzera, sottolinea il comunicato, presenta territori profondamente diversi tra loro e quindi anche differenti vocazioni produttive. Nelle regioni montane l’allevamento non rappresenterebbe soltanto una scelta economica, ma una componente strettamente legata alla morfologia del territorio.
Particolare attenzione viene dedicata al sud delle Alpi. Secondo il partito, le produzioni lattiero-casearie ticinesi devono già confrontarsi con economie di scala molto maggiori provenienti dalle grandi pianure, capaci di immettere sul mercato prodotti a condizioni difficilmente sostenibili per realtà che richiedono più lavoro e conoscenze specifiche.
È quindi su questo terreno che il Partito Comunista rovescia, almeno in parte, il significato della discussione ambientale: la sostenibilità, sostiene in sostanza, non dovrebbe essere valutata soltanto sulla tipologia del prodotto, ma anche sulla sua provenienza, sulla distanza percorsa, sulle condizioni di produzione e sulle ricadute economiche per il territorio.
Sovranità alimentare contro grandi produzioni e importazioni
La proposta alternativa indicata nel comunicato resta quella della Sovranità alimentare.
Nella visione del Partito Comunista non si dovrebbe puntare su un modello uniforme di produzione, ma rafforzare filiere locali coerenti con le caratteristiche dei diversi territori. Il comunicato contrappone esplicitamente questa impostazione alle grandi monoculture e alle importazioni di derrate che percorrono migliaia di chilometri prima di arrivare sulle tavole svizzere.
Il partito richiama inoltre la dimensione sociale dell’alimentazione: una politica agricola dovrebbe garantire non soltanto sostenibilità ambientale, ma anche prodotti diversificati e economicamente accessibili alle fasce meno abbienti della popolazione.
Sul “No” convergono anche Governo e Parlamento
Curiosamente, pur con motivazioni non necessariamente coincidenti, anche Consiglio federale e Parlamento raccomandano di respingere l’iniziativa.
Il Governo federale riconosce come legittimi gli obiettivi riguardanti sicurezza alimentare, protezione dell’ambiente e acqua potabile, ma considera eccessive le misure necessarie e soprattutto poco realistico raggiungere entro dieci anni un grado di autoapprovvigionamento netto del 70 per cento.
Secondo il Consiglio federale sarebbero necessari interventi statali molto incisivi sulla produzione agricola e sulle abitudini di consumo, con possibili costi aggiuntivi per la Confederazione e conseguenze anche sugli investimenti già effettuati dalle aziende, per esempio nelle stalle.
Il confronto del 27 settembre si presenta quindi meno lineare di quanto possa apparire.
Da una parte vi è un’iniziativa che lega maggiore autosufficienza nazionale, produzione sostenibile, tutela delle risorse naturali e maggiore peso degli alimenti vegetali. Dall’altra vi sono oppositori che, da prospettive politiche differenti, non contestano necessariamente l’obiettivo di una maggiore sicurezza alimentare, ma discutono come raggiungerla e quale agricoltura svizzera si voglia preservare.
Ed è probabilmente proprio questa la domanda che andrà oltre il semplice Sì o No sulla scheda: in un Paese fatto di pianure, vallate e montagne, aumentare l’autosufficienza significa produrre semplicemente di più, oppure produrre meglio ciò che ogni territorio è realmente in grado di offrire?