La Malesia ha avviato un programma di rimpatrio che riguarda circa 1.500 cittadini del Myanmar. Medici Senza Frontiere chiede di fermare i ritorni forzati o prematuri e richiama l’attenzione sulle condizioni della popolazione rohingya.
La prospettiva di nuovi rimpatri verso il Myanmar torna al centro dell’attenzione di Medici Senza Frontiere. L’organizzazione interviene dopo l’avvio, da parte della Malesia, di un programma che riguarda circa 1.500 cittadini e rifugiati del Myanmar, tra i quali anche persone rohingya.
Secondo MSF, nelle attuali condizioni il ritorno non può essere considerato né sicuro né concretamente praticabile. L’organizzazione chiede quindi che vengano fermati i rimpatri forzati o prematuri e che qualsiasi eventuale ritorno avvenga esclusivamente su base volontaria, in condizioni di sicurezza e dignità.
Oltre un milione di rohingya nei campi del Bangladesh
A un anno dalla conferenza di alto livello delle Nazioni Unite dedicata alla situazione dei musulmani rohingya e delle altre minoranze in Myanmar, MSF sostiene che siano stati compiuti pochi passi concreti.
Più di un milione di rifugiati rohingya continua a vivere in condizioni di forte incertezza nei campi di Cox’s Bazar, in Bangladesh, mentre la situazione nello Stato di Rakhine, in Myanmar, rimane segnata dal conflitto.
Nel materiale trasmesso alla redazione, MSF riferisce di violenze contro i civili, bombardamenti aerei, reclutamento forzato e gravi difficoltà nell’accesso alle cure, al cibo, all’istruzione e ai mezzi di sussistenza.
Abdelmoneim: «Smettete di considerare il rimpatrio una soluzione»
Nel video inviato da Medici Senza Frontiere a Chiasso TV, il presidente internazionale dell’organizzazione, dottor Javid Abdelmoneim, rivolge un messaggio diretto ai leader mondiali.
«Il mio messaggio ai leader mondiali è chiaro: smettete di considerare il rimpatrio una soluzione quando le condizioni sono chiaramente insicure. Il Myanmar resta un luogo segnato da una violenza estrema. La popolazione civile affronta bombardamenti aerei, uccisioni di massa, reclutamento forzato e gravi privazioni. Il conflitto e l’insicurezza continuano a compromettere l’accesso alle cure, al cibo, all’istruzione e ai mezzi di sussistenza».
Chiasso TV pubblica insieme all’articolo la video-dichiarazione del presidente internazionale di MSF.
«L’84% non si sentirebbe al sicuro tornando in Myanmar»
MSF cita inoltre una propria indagine dello scorso anno condotta tra pazienti rohingya in Bangladesh.
Secondo quanto riferito dall’organizzazione, l’84% degli intervistati avrebbe dichiarato di non sentirsi al sicuro in caso di ritorno in Myanmar.
Per MSF, i Paesi che ospitano i rifugiati devono valutare attentamente le esigenze di protezione delle singole persone e verificare il rischio di persecuzioni prima di qualsiasi rimpatrio.
«Continuiamo ad assistere a pericolose azioni che puntano ai rimpatri. Dobbiamo essere chiari: oggi il ritorno in Myanmar non è sicuro né praticabile. Sono gli stessi rohingya a dirlo», afferma Abdelmoneim.
L’organizzazione ribadisce inoltre che ogni eventuale ritorno deve essere realmente volontario, sicuro e dignitoso, nel rispetto del principio di non respingimento.
Un anno dopo la conferenza ONU
La conferenza di alto livello delle Nazioni Unite del 30 settembre 2025 aveva indicato come obiettivo la ricerca di una soluzione sostenibile alla crisi, anche attraverso la creazione di condizioni favorevoli a un ritorno volontario e sicuro dei rohingya nello Stato di Rakhine.
Secondo Abdelmoneim, un anno dopo, alle dichiarazioni internazionali non sarebbero però seguite azioni sufficienti.
«Un anno dopo quella conferenza, le comunità rohingya hanno visto troppo poche azioni concrete e troppo poca responsabilità. Sono state pronunciate parole forti, ma per le persone colpite quelle parole non si sono tradotte in cambiamenti».
Accesso umanitario sempre più difficile
MSF segnala inoltre forti difficoltà operative all’interno del Myanmar.
Il sistema sanitario, secondo l’organizzazione, continua a essere messo a dura prova dalle violenze in corso. Farmaci e forniture mediche sarebbero spesso insufficienti, non riuscirebbero a raggiungere le strutture sanitarie a causa del conflitto oppure verrebbero bloccati.
Le attività di MSF e di altre organizzazioni umanitarie si sarebbero inoltre ridotte drasticamente a causa dell’insicurezza e delle difficoltà burocratiche nell’ottenere le necessarie autorizzazioni.
Per Medici Senza Frontiere è quindi necessario ampliare l’accesso umanitario, garantire continuità all’assistenza e affrontare le responsabilità legate alle violenze che continuano a colpire i rohingya e le altre comunità coinvolte nel conflitto.
La video-dichiarazione di Javid Abdelmoneim è stata registrata il 29 settembre 2026 e accompagna il messaggio dell’organizzazione a un anno dalla conferenza ONU: fermare i rimpatri in condizioni non sicure e individuare soluzioni che garantiscano protezione alla popolazione rohingya.