Il Partito Comunista e la Gioventù Comunista annunciano una mobilitazione contro il vertice OSCE del 3 e 4 dicembre. Nel mirino la neutralità svizzera e la credibilità della diplomazia internazionale. Intanto Trump stringe un accordo sul gasolio con Putin e chiede apertamente un nuovo presidente per l'Ucraina.
La conferenza dell'Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE), prevista a Lugano il 3 e 4 dicembre 2026, accende lo scontro politico in Ticino. Il Partito Comunista non usa mezzi termini e, nel comunicato diffuso il 13 ottobre, definisce l'appuntamento una «pagliacciata diplomatica» organizzata sotto la presidenza del consigliere federale Ignazio Cassis.
La formazione politica annuncia una mobilitazione insieme alla Gioventù Comunista, contestando il finanziamento cantonale, il ruolo dell'OSCE e la progressiva perdita di credibilità della neutralità svizzera.
Un credito milionario per una diplomazia contestata
Il Gran Consiglio ticinese ha approvato il credito necessario alla conferenza, nonostante l'opposizione espressa dai deputati comunisti, che hanno sostenuto il rapporto di minoranza.
Il Partito Comunista richiama il precedente della conferenza sulla ricostruzione dell'Ucraina organizzata a Lugano nel 2022 e mette in discussione l'utilità concreta di questi grandi appuntamenti internazionali.
Le critiche riguardano soprattutto l'OSCE, definita una «realtà autoreferenziale», ormai distante dagli obiettivi di dialogo e cooperazione che avevano caratterizzato la sua nascita negli anni Settanta.
Il comunicato denuncia il fallimento dell'organizzazione nella gestione degli accordi di Minsk del 2014 e ne contesta l'operato nelle regioni russofone dell'Ucraina.
Secondo il Partito Comunista, l'OSCE ha progressivamente perso la propria capacità di mediazione, soprattutto dopo l'escalation militare del 2022 e il deterioramento dei rapporti tra Russia, NATO e Unione europea.
Cassis e la neutralità svizzera
Particolarmente duro l'attacco al consigliere federale Ignazio Cassis, indicato come il «principale responsabile della rottamazione della neutralità» e della perdita di credibilità internazionale della Confederazione.
La Svizzera esercita nel 2026 la presidenza dell'OSCE, un incarico che dovrebbe rafforzarne il ruolo diplomatico. Ma la questione della neutralità continua a dividere profondamente la politica nazionale.
Le sanzioni contro la Russia, le relazioni con la NATO e l'allineamento a diverse posizioni dell'Unione europea hanno alimentato un dibattito che va ben oltre il vertice luganese.
Per il Partito Comunista, la Svizzera ha progressivamente abbandonato quella distanza dalle contrapposizioni internazionali che ne aveva caratterizzato il ruolo diplomatico.
Il giudizio sulla conferenza di dicembre è altrettanto netto: non un incontro realmente plurale dedicato alla pace, ma quello che il comunicato definisce un «raduno di guerrafondai atlantisti».
Intanto Trump tratta con Putin e chiede la sostituzione di Zelensky
A rendere ancora più significativo il dibattito sulla diplomazia internazionale sono gli sviluppi degli ultimi giorni.
Il 9 ottobre, Donald Trump ha annunciato un accordo con Vladimir Putin per nuove forniture di gasolio russo destinate agli Stati Uniti e al mercato internazionale.
L'intesa prevede una prima disponibilità di oltre 300'000 tonnellate, seguita da ulteriori forniture nei mesi successivi. Washington ha inoltre temporaneamente allentato le sanzioni che limitavano il commercio di carburanti russi.
Un accordo economicamente rilevante, che può assicurare a Mosca nuovi introiti miliardari nonostante le misure adottate per limitarne le entrate durante la guerra in Ucraina.
Il giorno successivo, il 10 ottobre, Trump ha compiuto un passo politico ancora più clamoroso, chiedendo apertamente un cambiamento alla guida dell'Ucraina.
«Penso che sia arrivato il momento che l'Ucraina abbia un nuovo presidente», ha dichiarato ai giornalisti alla Casa Bianca.
Il presidente americano ha accusato Volodymyr Zelensky di non aver raggiunto un accordo con la Russia e di continuare a colpire le raffinerie russe, aggravando, a suo giudizio, le difficoltà del mercato internazionale del gasolio.
Non si tratta di indiscrezioni: Trump ha effettivamente chiesto una nuova leadership ucraina, pur senza annunciare un piano concreto per rimuovere Zelensky.
La risposta di Kiev e il nodo delle elezioni
La reazione ucraina non si è fatta attendere.
Zelensky ha criticato duramente l'allentamento delle sanzioni americane, sostenendo che nuove entrate economiche per Mosca rischiano di alimentare ulteriormente la guerra.
L'11 ottobre ha inoltre dichiarato di essere disposto a organizzare elezioni presidenziali qualora la Russia accetti un cessate il fuoco completo di 60 giorni, ribadendo che soltanto gli ucraini possono scegliere il proprio presidente.
Il Cremlino ha respinto la proposta di una tregua limitata a due mesi, chiedendo invece un accordo di pace complessivo.
Resta quindi una contraddizione evidente: mentre il negoziato per fermare la guerra continua a incontrare ostacoli, Washington e Mosca hanno trovato rapidamente un'intesa su importanti interessi energetici.
La pace è difficile, gli affari un po' meno
Le conseguenze economiche delle tensioni internazionali si fanno sentire anche in Svizzera.
Secondo i dati pubblicati da Comparis il 29 settembre, nell'agosto 2026 l'olio da riscaldamento costava il 53,1% in più rispetto allo stesso mese dell'anno precedente. Un aumento pesante per le economie domestiche che dipendono da questo combustibile.
Ed è proprio qui che il dibattito sulla diplomazia internazionale incontra la vita quotidiana delle persone.
Mentre questo inverno molte famiglie ticinesi dovranno probabilmente dormire con due coperte in più per contenere le spese del riscaldamento, Stati Uniti e Federazione Russa hanno già trovato un accordo per forniture di milioni di tonnellate di gasolio.
E mentre si discute di neutralità, sanzioni e sicurezza europea, il presidente americano arriva a chiedere pubblicamente la sostituzione del presidente dell'Ucraina.
Il Partito Comunista ha scelto parole molto dure per contestare la conferenza OSCE di Lugano. Parole che esprimono una precisa posizione politica, ma che riportano al centro una domanda essenziale: che cosa stanno producendo concretamente tutti questi vertici internazionali per fermare le guerre?
Perché, a quanto pare, quando si tratta di petrolio e interessi economici, anche gli avversari riescono a trovare un'intesa. Quando si tratta di pace, invece, il cammino diventa infinitamente più complicato.
E alla fine, a pagarne le conseguenze, continuano a essere soprattutto le popolazioni civili e le famiglie.