Haiti, la guerra nelle strade: donne e bambini tra le vittime dei droni

Scritto il 02/11/2026
da team.redazione


A Port-au-Prince la violenza armata continua a colpire la popolazione civile. Medici Senza Frontiere ha curato 30 feriti in nove giorni. Strade bloccate, ospedali difficili da raggiungere e servizi umanitari sospesi aggravano una crisi che sembra non conoscere tregua.

A Port-au-Prince, capitale di Haiti, anche raggiungere un ospedale può diventare una corsa contro la morte. Gli scontri armati si intensificano, le esplosioni provocate dai droni si moltiplicano e, ancora una volta, sono i civili a pagarne le conseguenze. Tra loro, donne e bambini.
Tra il 18 e il 26 ottobre 2026, 30 persone ferite da colpi d'arma da fuoco o da esplosioni causate da droni sono state ricoverate e curate negli ospedali di Medici Senza Frontiere (MSF) a Tabarre e Cité Soleil.
Un bilancio che fotografa soltanto una parte della sofferenza di una capitale nella quale la violenza armata ostacola persino l'accesso alle cure.

L'escalation dopo l'attacco del 18 ottobre

Secondo quanto riferisce Medici Senza Frontiere nel comunicato del 28 ottobre, l'intensificazione degli scontri interessa soprattutto l'area di Plaine de Cul-de-Sac, nella parte nord-orientale della capitale.
La recrudescenza delle violenze è seguita alla scomparsa, il 18 ottobre, di diversi membri della Gang Suppression Force (GSF), dopo un attacco condotto da gruppi armati contro il veicolo sul quale viaggiavano.
Da allora, scontri a fuoco ed esplosioni causate dai droni hanno aggravato le condizioni di sicurezza in diversi quartieri densamente popolati.
Ma dietro le dinamiche militari e le operazioni delle forze di sicurezza si nasconde una realtà molto più concreta: persone ferite che non riescono a ricevere assistenza, famiglie costrette ad abbandonare le proprie abitazioni e bambini esposti a una violenza dalla quale non hanno alcuna possibilità di difendersi.

«È scioccante vedere donne e bambini arrivare feriti»

Davina Hayles, responsabile della missione di Medici Senza Frontiere ad Haiti, descrive una situazione estremamente preoccupante.
«Siamo molto preoccupati per questa escalation di violenza in diversi quartieri densamente popolati della capitale. Tra le vittime abbiamo assistito numerose donne e bambini: è scioccante vederli arrivare nei nostri ospedali feriti da colpi d'arma da fuoco o da esplosioni».
L'organizzazione teme inoltre un ulteriore aggravamento della situazione umanitaria, anche in relazione all'arrivo di altre forze di sicurezza internazionali.
Gli scontri stanno già provocando nuovi sfollamenti. Persino alcuni collaboratori locali di MSF sono stati costretti ad abbandonare le proprie abitazioni e a trovare rifugio negli alloggi dell'organizzazione.
Il personale sanitario, chiamato quotidianamente a soccorrere le vittime della violenza, si ritrova così a condividere le stesse condizioni di insicurezza della popolazione che cerca di assistere.

Quando raggiungere un ospedale diventa un'impresa

Uno degli aspetti più drammatici riguarda l'impossibilità, per molti feriti, di raggiungere tempestivamente una struttura sanitaria.
Strade e ponti bloccati, combattimenti e spostamenti estremamente pericolosi trasformano anche pochi chilometri in un percorso che può richiedere ore.
«Alcuni pazienti con ferite da arma da fuoco hanno impiegato diverse ore per raggiungere i nostri ospedali a Tabarre e Cité Soleil. Strade e ponti sono bloccati e qualsiasi spostamento è estremamente rischioso», denuncia Hayles.
La situazione è ulteriormente aggravata dalle condizioni del sistema sanitario della capitale, che MSF descrive come collassato, con numerose strutture ormai chiuse.
In questo contesto, ogni ospedale ancora operativo rappresenta un presidio essenziale per la sopravvivenza della popolazione.
Il diritto alle cure rischia così di diventare una possibilità riservata a chi riesce ad attraversare una città in guerra.

Sospese anche le cliniche mobili e la distribuzione dell'acqua

L'intensificarsi della violenza non compromette soltanto il soccorso ai feriti.
Medici Senza Frontiere è stata costretta a sospendere, nei quartieri interessati dai combattimenti, le attività delle cliniche mobili e la distribuzione di acqua trattata.
Una decisione imposta dalle condizioni di sicurezza, ma che priva numerose persone di due servizi fondamentali: l'assistenza sanitaria di prossimità e l'accesso ad acqua sicura.
Per le famiglie che già vivono in condizioni di estrema vulnerabilità, le conseguenze possono essere devastanti.
Le persone che rischiano di essere colpite dagli scontri si ritrovano contemporaneamente senza accesso regolare alle cure e all'acqua.
«In qualsiasi momento potrebbero diventare vittime dirette o collaterali e, per di più, si ritrovano private dell'accesso all'assistenza sanitaria e all'acqua. È una situazione terribile», conclude Hayles.

La guerra non è un videogioco. E i civili non sono bersagli

Gli appelli si susseguono. Medici, organizzazioni umanitarie e istituzioni internazionali continuano a ricordare che la popolazione civile deve essere protetta, che gli ospedali devono poter funzionare e che feriti e malati devono ricevere assistenza senza discriminazioni.
Eppure, ad Haiti, la realtà raccontata da Medici Senza Frontiere continua a essere quella di donne e bambini feriti, quartieri trasformati in campi di battaglia e persone costrette a rischiare la vita anche soltanto per raggiungere un ospedale.
Viene allora da chiedersi quanto pesino realmente questi appelli nelle decisioni di chi pianifica e conduce le operazioni armate.
Perché, osservando le conseguenze di tanta violenza, si ha talvolta l'impressione che uomini, armi e tecnologie di distruzione vengano impiegati come se ci si trovasse davanti allo schermo di un videogioco. Si individua un obiettivo, si impartisce un ordine, si aziona un'arma. Ma dall'altra parte dello schermo non ci sono figure virtuali destinate a ricomparire nella partita successiva.

Ci sono esseri umani. Ci sono bambini, madri, anziani. Ci sono persone che provano dolore, che perdono la propria casa, che vedono morire i propri familiari. E che, quando vengono colpite, non hanno una seconda vita a disposizione.

Le tecnologie militari possono rendere sempre più distante chi utilizza un'arma dal luogo in cui essa produce i suoi effetti. Ma quella distanza non cancella le conseguenze delle decisioni prese, né le responsabilità che ne derivano.
Medici Senza Frontiere chiede ancora una volta alle autorità e a tutte le parti coinvolte negli scontri di proteggere i civili e garantire l'accesso alle cure.
Non è una richiesta straordinaria. È il richiamo a obblighi fondamentali del diritto internazionale umanitario.
E forse è proprio questo l'aspetto più inquietante: dover continuare a ricordare, nel 2026, che una popolazione civile non può essere trattata come un ostacolo da eliminare o un danno collaterale da mettere in conto.

Perché dietro ogni esplosione non ci sono soltanto obiettivi, strategie e risultati militari. Ci sono vite umane. E una vita spezzata non si recupera premendo il tasto per ricominciare la partita.