Medici Senza Frontiere torna a denunciare la situazione del personale sanitario palestinese nelle carceri israeliane. Secondo l'organizzazione, 95 operatori sanitari risultano ancora detenuti dall’ottobre 2023. Tra loro il direttore dell’ospedale Kamal Adwan, Hussam Abu Safiya, e il chirurgo ortopedico di MSF Mohammed Obeid, detenuto da oltre 600 giorni.
La guerra nella Striscia di Gaza continua ad avere un volto che non appartiene soltanto ai combattenti e alle vittime civili. È anche quello di medici, infermieri e operatori sanitari che hanno continuato a lavorare negli ospedali palestinesi durante il conflitto e che, secondo Medici Senza Frontiere (MSF), sono stati arrestati e detenuti dalle autorità israeliane.
In un duro comunicato diffuso il 20 luglio, MSF chiede «il rilascio immediato di tutto il personale sanitario detenuto arbitrariamente», denunciando condizioni di detenzione definite terribili e, in alcuni casi, segnalazioni di maltrattamenti e torture.
Al centro dell'appello ci sono soprattutto due nomi.
Il primo è quello del dottor Hussam Abu Safiya, direttore dell'ospedale Kamal Adwan, nel nord della Striscia di Gaza. Secondo MSF, Abu Safiya si trova ancora in isolamento dopo circa un anno e mezzo di detenzione. L'organizzazione riferisce inoltre dell'esistenza di segnalazioni secondo le quali il medico avrebbe subito torture.
MSF inserisce il caso in quello che definisce un più ampio e «inquietante schema» di arresti e detenzioni del personale medico palestinese.
Mohammed Obeid detenuto da oltre 600 giorni
Il secondo caso riguarda direttamente Medici Senza Frontiere.
Mohammed Obeid, chirurgo ortopedico dell'organizzazione umanitaria, risulta detenuto in Israele da oltre 600 giorni. Secondo quanto riferito da MSF, il medico sarebbe trattenuto in condizioni difficili e senza poter avere contatti con la propria famiglia.
Obeid venne arrestato dalle forze israeliane il 26 ottobre 2024, mentre si trovava in servizio proprio presso l'ospedale Kamal Adwan.
MSF continua a chiederne il rilascio immediato e incondizionato.
Il Kamal Adwan assume quindi un significato particolare nella denuncia dell'organizzazione: è lo stesso ospedale nel quale operavano sia Obeid sia Abu Safiya, oggi entrambi detenuti.
«95 operatori sanitari ancora detenuti»
La dimensione indicata da MSF va però oltre i due casi.
Nel comunicato viene citata l'organizzazione Healthcare Workers Watch, secondo la quale 95 operatori sanitari palestinesi risulterebbero ancora detenuti dalle autorità israeliane dall'ottobre 2023.
Ancora più pesante è il bilancio delle vittime riportato nel documento: nello stesso periodo, secondo i dati citati da MSF, 1.700 operatori sanitari sarebbero stati uccisi, tra i quali 15 membri dello staff della stessa Medici Senza Frontiere.
Sono numeri che MSF utilizza per sostenere che quanto avvenuto ai singoli medici non possa essere considerato una successione di episodi isolati.
L'organizzazione assume su questo punto una posizione estremamente netta: definisce «inaccettabile» la pratica di detenere arbitrariamente, torturare e maltrattare il personale medico palestinese e rivolge la propria critica non soltanto alle autorità israeliane, ma anche alla comunità internazionale.
Nel comunicato compare infatti una delle frasi politicamente più dure utilizzate da MSF: «Il silenzio è diventato complicità».
Medici e ospedali dentro la guerra
La questione sollevata da MSF riguarda un principio che supera inevitabilmente i singoli casi.
In un conflitto armato il personale sanitario riveste infatti una funzione particolare: medici, infermieri, ambulanze e strutture sanitarie costituiscono una componente essenziale dell'assistenza alla popolazione civile.
Questo non significa, naturalmente, che un medico non possa essere arrestato qualora esistano accuse individuali fondate. Il punto sollevato da MSF è differente: l'organizzazione contesta proprio la natura delle detenzioni e sostiene che numerosi operatori sanitari palestinesi siano trattenuti senza adeguata giustificazione, denunciando inoltre le condizioni nelle quali alcuni di loro sarebbero detenuti.
È una distinzione importante anche dal punto di vista giornalistico. Il comunicato ricevuto da Chiasso TV contiene infatti la posizione e le accuse formulate da Medici Senza Frontiere; non contiene invece, nelle sue due pagine, una risposta delle autorità israeliane alle specifiche contestazioni formulate il 20 luglio.
Per questa ragione le accuse più gravi – comprese quelle relative alle torture – devono essere considerate e presentate come denunce di MSF e delle fonti da essa richiamate, e non come fatti giudiziariamente accertati sulla sola base del documento.
L'appello di Medici Senza Frontiere
La richiesta conclusiva dell'organizzazione è precisa: liberare immediatamente gli operatori sanitari che MSF considera detenuti arbitrariamente.
Fino al momento del loro rilascio, l'organizzazione domanda inoltre che siano garantiti accesso a cure mediche adeguate e condizioni di detenzione dignitose.
Dietro le cifre rimangono però le persone.
Hussam Abu Safiya, direttore di un ospedale devastato dalla guerra, indicato da MSF come ancora in isolamento. Mohammed Obeid, chirurgo ortopedico, lontano dalla propria famiglia da oltre 600 giorni. E decine di altri operatori sanitari dei quali difficilmente conosceremo i nomi.
In una guerra nella quale persino gli ospedali sono diventati parte del campo di battaglia, la sorte di chi dovrebbe curare feriti e malati rappresenta una questione che non può essere relegata ai margini dell'informazione.