Guerra, coscienza e arruolamento forzato

Scritto il 27/07/2026
da Giacomo Morandi


Un uomo seminudo urla e si divincola mentre diversi uomini lo trascinano verso un furgone. Una donna cerca di intervenire, inutilmente. Le immagini arrivano da Lutsk, nell'Ucraina occidentale, e l'uomo che viene caricato a forza sul mezzo non è uno sconosciuto: è Ioann Kuzminsky, 26 anni, arciprete della Chiesa ortodossa ucraina e rettore della chiesa di San Giovanni il Misericordioso nel villaggio di Lyubche.
L'episodio è avvenuto il 23 luglio. Il Centro territoriale di reclutamento e sostegno sociale (TCC) della regione di Volinia sostiene che Kuzminsky abbia rifiutato di mostrare i documenti, tentato di fuggire e assunto un comportamento aggressivo. Una volta identificato, sarebbe risultato soggetto alla mobilitazione e privo dei requisiti per ottenere un rinvio.
La diocesi fornisce una versione ben diversa sui metodi utilizzati: il sacerdote sarebbe stato trascinato per braccia e gambe e avrebbe riportato lesioni. La moglie ha riferito che, dopo essere stato condotto al TCC, Kuzminsky è stato sottoposto alla commissione medica e trasferito quella stessa sera in un centro di addestramento militare.
Non spetta a un filmato stabilire chi abbia ragione su ogni dettaglio. Ma ciò che le immagini mostrano non ha bisogno di particolari interpretazioni: un uomo che oppone resistenza viene trascinato e caricato con la forza su un mezzo.


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Il caso ha provocato l'intervento della rappresentanza regionale dell'Ombudsman ucraino, che ha aperto una verifica chiedendo agli organismi competenti di accertare le circostanze, le possibili lesioni e la correttezza del comportamento delle persone coinvolte.

Non sono più soltanto "video sui social"

Liquidare episodi di questo genere come propaganda o come una raccolta di filmati decontestualizzati è diventato difficile anche utilizzando esclusivamente fonti ucraine.
Nel 2025 l'ufficio dell'Ombudsman Dmytro Lubinets ha ricevuto 6.127 segnalazioni riguardanti possibili violazioni commesse durante le procedure di mobilitazione. Nei primi cinque mesi del 2026 ne erano già arrivate oltre 3.000. Lubinets ha indicato fra i problemi denunciati l'uso della forza e comportamenti irregolari attribuiti a singoli appartenenti ai centri territoriali di reclutamento.
Una denuncia non equivale naturalmente alla prova di una violazione. Ma numeri di questa dimensione rendono sempre più difficile liquidare il fenomeno come una successione di episodi isolati.


L'Ucraina combatte dal febbraio 2022 una guerra su vasta scala contro l'invasione russa. Ha bisogno di uomini e la mobilitazione obbligatoria, in quanto tale, non costituisce una violazione del diritto internazionale. Sarebbe quindi semplicistico trasformare qualsiasi coscrizione in un abuso.
La questione diventa però diversa quando entrano in gioco i metodi utilizzati e l'obiezione di coscienza.

Dal volontariato alla renitenza: cosa è cambiato?

C'è però una domanda che le immagini degli arruolamenti forzati inevitabilmente sollevano.
Quando la Russia diede inizio all'invasione su vasta scala dell'Ucraina nel febbraio 2022, la reazione di una parte consistente della popolazione fu immediata. Migliaia di cittadini si presentarono volontariamente, furono organizzate unità di difesa territoriale e numerosi ucraini residenti all'estero tornarono nel Paese per partecipare alla difesa. Civili senza precedente esperienza militare presero le armi.
Era una dinamica già vista molte volte nella storia: quando una popolazione percepisce il proprio territorio, la propria famiglia e la propria comunità direttamente minacciati, la mobilitazione può andare ben oltre gli obblighi imposti dalla legge.
A più di quattro anni di distanza il quadro appare profondamente diverso.
L'Ucraina continua a subire l'aggressione russa, ma contemporaneamente deve affrontare renitenza alla leva, espatri clandestini di uomini in età militare, migliaia di segnalazioni sui metodi utilizzati dai centri di reclutamento e crescenti difficoltà nel reperire nuovi soldati.

Perché?

La durata della guerra è certamente una delle spiegazioni possibili. Quattro anni di combattimenti, perdite umane, famiglie separate, bombardamenti e prospettive incerte possono produrre una stanchezza difficilmente paragonabile all'ondata emotiva delle prime settimane dell'invasione. A questa si aggiungono il timore concreto di essere uccisi o feriti, le condizioni economiche e familiari, le convinzioni religiose, le critiche alle procedure di mobilitazione e, per alcuni, il semplice rifiuto personale di combattere.
Ma spiegare interamente un fenomeno di queste dimensioni richiederebbe un'analisi che va ben oltre questo articolo.
Rimane però un dato sul quale vale la pena soffermarsi: tra l'Ucraina del febbraio 2022, nella quale migliaia di persone chiedevano spontaneamente un'arma, e quella del 2026, nella quale lo Stato incontra crescenti difficoltà nel reperire uomini ed è costretto a confrontarsi con migliaia di contestazioni sulle modalità della mobilitazione, qualcosa è cambiato.
Stabilire quanto abbiano pesato la stanchezza della guerra, la paura, la fiducia nelle istituzioni, le modalità della mobilitazione o altri fattori non significa mettere in discussione chi abbia attraversato il confine con i carri armati nel febbraio 2022.
Significa semplicemente porre una domanda.
Ed è una domanda che, dopo oltre quattro anni di guerra, merita almeno di essere formulata.

Un fenomeno visibile anche lontano dal fronte

C'è poi un'immagine di questa trasformazione che non arriva dall'Ucraina.
Nell'Unione europea, alla fine di maggio 2026, il 26,8% dei beneficiari della protezione temporanea provenienti dall'Ucraina era costituito da uomini adulti: oltre un milione di persone.
Il dato, da solo, non dice quanti siano effettivamente soggetti alla mobilitazione, quanti abbiano lasciato legalmente il Paese, quanti siano inabili al servizio, quanti abbiano meno di 25 anni o rientrino nelle diverse eccezioni previste dalla legislazione ucraina. Sarebbe quindi scorretto trasformarlo automaticamente nel numero dei renitenti alla leva.
Ma il fenomeno è visibile anche a migliaia di chilometri dal fronte.
A Chiasso, città di confine e porta meridionale della Svizzera, è ormai comune incontrare giovani uomini ucraini arrivati in Europa durante la guerra. È un'osservazione quotidiana, non una statistica, e come tale deve essere considerata.
Tuttavia contribuisce a rendere ancora più inevitabile la domanda precedente: che cosa è cambiato tra la straordinaria mobilitazione volontaria del 2022 e l'Ucraina di quattro anni dopo?
Non abbiamo elementi sufficienti per dare una risposta unica.
Abbiamo però elementi sufficienti per ritenere che la domanda esista.

Il diritto di dire no alle armi

La Costituzione ucraina riconosce, all'articolo 35, la possibilità di sostituire il servizio militare con un servizio alternativo quando l'adempimento degli obblighi militari contrasta con le convinzioni religiose del cittadino.
Durante la mobilitazione in tempo di guerra, però, questo meccanismo presenta un problema sostanziale: la legislazione ucraina non rende concretamente disponibile il servizio alternativo nelle stesse condizioni previste in tempo di pace.
Nel marzo 2025 è intervenuta direttamente la Commissione di Venezia del Consiglio d'Europa, su richiesta della Corte costituzionale ucraina. Il suo parere ricostruisce l'evoluzione del diritto internazionale e sottolinea come il Comitato ONU per i diritti umani consideri l'obiezione di coscienza al servizio militare collegata alla libertà di pensiero, coscienza e religione tutelata dall'articolo 18 del Patto internazionale sui diritti civili e politici.
Questo non significa riconoscere un fantomatico diritto a non fare nulla.
L'obiezione di coscienza non dovrebbe diventare il comodo rifugio di chi non vuole impugnare un fucile ma, già che c'è, preferirebbe evitare anche un ospedale, un'ambulanza, la protezione civile o qualsiasi altro servizio alla collettività.
Rifiutare di uccidere per convinzioni profonde è una cosa; pretendere che ogni responsabilità ricada sempre sugli altri è tutt'altra.
Ed esiste una storia che questa differenza l'ha dimostrata meglio di qualsiasi trattato giuridico.

Desmond Doss: servire senza uccidere

Nel 1942 un giovane americano avventista del settimo giorno decise di arruolarsi nell'esercito degli Stati Uniti. Si chiamava Desmond Thomas Doss.
Le sue convinzioni religiose gli impedivano di uccidere e persino di portare un'arma. Avrebbe potuto ottenere un rinvio dal servizio perché lavorava nell'industria bellica, ma non lo volle. Riteneva di avere un dovere verso il proprio Paese: chiedeva semplicemente di poterlo assolvere salvando vite invece di toglierle.
Nell'esercito venne deriso, vessato e osteggiato. Si cercò persino di allontanarlo. Doss non cedette e divenne infermiere militare non combattente.
Poi arrivò Okinawa.
Tra aprile e maggio 1945, durante i combattimenti sulla scarpata di Maeda, passata alla storia come Hacksaw Ridge, Doss rimase sul campo mentre le truppe americane si ritiravano sotto il contrattacco giapponese.
Senza un'arma, cercò uno dopo l'altro i commilitoni feriti e li trascinò fino al bordo della scarpata, calandoli verso il basso con una corda.
L'esercito americano gli attribuisce il salvataggio di 75 uomini.
Continuò a soccorrere i feriti fino a quando fu gravemente ferito lui stesso.
Il 12 ottobre 1945 il presidente Harry S. Truman gli mise al collo la Medal of Honor, la massima decorazione militare statunitense.



Doss non dimostrò che un cittadino ha il diritto di sottrarsi ai propri doveri.
Dimostrò qualcosa di molto più difficile: che si può servire il proprio Paese fino a rischiare la vita senza tradire la propria coscienza.

Israele: quando a dire no è una comunità

Ottant'anni dopo, la questione si presenta sotto una forma differente in Israele.
Per decenni gli uomini appartenenti alle comunità ebraiche ultraortodosse, gli Haredim, hanno beneficiato di un'esenzione dal servizio militare legata principalmente allo studio nelle yeshiva. Dopo l'intervento della Corte Suprema israeliana e i tentativi di estendere concretamente la coscrizione, lo scontro è esploso.
Nel corso del 2026 migliaia di ultraortodossi sono scesi nelle strade contro l'arruolamento. Ci sono stati blocchi stradali, arresti, interventi della polizia e manifestazioni davanti alle strutture militari dove erano detenuti giovani accusati di essersi sottratti alla leva.


La situazione ha assunto dimensioni politiche enormi. Ogni anno circa 13.000 giovani Haredi raggiungono l'età della coscrizione, ma meno del 10% si arruola, secondo dati parlamentari riportati da Associated Press.
Il 14 luglio la Knesset ha approvato una controversa normativa destinata a congelare arresti e procedimenti contro gli studenti delle yeshiva che non rispondono agli ordini di leva. Il giorno successivo, tuttavia, l'Alta Corte israeliana ne ha sospeso temporaneamente l'applicazione in attesa di esaminare i ricorsi.
Il caso israeliano non è sovrapponibile a quello ucraino. Non tutti gli Haredim possono essere automaticamente qualificati come obiettori di coscienza nel significato giuridico del termine e attorno alle loro esenzioni esiste in Israele un durissimo dibattito sull'uguaglianza dei cittadini davanti agli obblighi militari.
Ma proprio questa diversità rende interessante il confronto.
Due Paesi coinvolti in guerre affrontano una domanda fondamentale: quanto può spingersi lontano lo Stato quando il bisogno di soldati incontra la coscienza religiosa dell'individuo?
E subito dopo ne arriva un'altra.
Con quali metodi?

Tra necessità dello Stato e limite della forza

Una guerra impone scelte che una società in pace difficilmente riesce a immaginare. Chi combatte ha bisogno di essere sostituito, gli eserciti hanno bisogno di uomini e sarebbe troppo facile giudicare quelle necessità dalla sicurezza di un Paese che non sta subendo un'invasione.
Ma proprio nei momenti più difficili si misura la solidità dei diritti che una società dichiara fondamentali.
Il problema non è soltanto stabilire se uno Stato possa chiamare i propri cittadini a contribuire alla difesa nazionale. Può farlo.
Il problema è stabilire se l'unico contributo possibile debba necessariamente passare attraverso un'uniforme e un'arma, anche quando convinzioni religiose o morali autentiche lo impediscono; e soprattutto quali strumenti uno Stato possa utilizzare per imporre quell'obbligo.
Un sacerdote trascinato dentro un furgone, giovani religiosi arrestati perché rifiutano l'arruolamento e un infermiere che ottant'anni fa entrò volontariamente nell'inferno di Okinawa senza mai imbracciare un fucile raccontano storie profondamente diverse.
Ma conducono tutte allo stesso punto.
Desmond Doss dimostrò che tra uccidere e non fare nulla esiste un'enorme quantità di spazio.
Uno spazio nel quale si può soccorrere, curare, proteggere, assistere e perfino rischiare la propria vita per gli altri.
Forse è proprio quello spazio che uno Stato, anche quando è in guerra, dovrebbe cercare di preservare prima di ricorrere alla forza.

Una cosa è certa:

dall'epoca in cui, durante la Prima guerra mondiale, gli eserciti ricorrevano persino alle decimazioni contro reparti accusati di codardia, o dai tempi in cui sul fronte sovietico della Seconda guerra mondiale l'ordine era «Non un passo indietro», molte cose sono cambiate. Ma una, nella sostanza, sembra resistere al tempo.
A decidere le guerre, finanziarle e trarne vantaggi politici o economici raramente sono gli stessi uomini chiamati a premere un grilletto, avanzare sotto il fuoco o morire in una trincea.
Oggi più di prima, la guerra muove enormi interessi economici: commesse militari, industrie della difesa, materie prime, ricostruzioni, mercati finanziari. Tutto perfettamente misurabile in contratti, fatturati, quotazioni e dividendi.
Molto più difficile è attribuire un valore alla vita di chi viene mandato a combattere.
Ed è forse proprio per questo che, prima di trascinare un uomo dentro un furgone perché indossi un'uniforme e impugni un'arma, uno Stato dovrebbe ricordarsi che quel soldato non è una risorsa da mobilitare.
È una persona.