Un attacco aereo nello Stato di Rakhine ha provocato almeno 50 morti e decine di feriti. Medici Senza Frontiere lancia un appello che dovrebbe essere superfluo: basta bombardare civili e ospedali. Quando persino il luogo nel quale si cerca una cura diventa pericoloso, la guerra ha oltrepassato un altro confine.
Ci sono appelli che, in un mondo normale, non dovrebbe essere necessario pronunciare.
Non bombardate gli ospedali. Non bombardate i civili. Lasciate che medici e infermieri possano curare i feriti.
Eppure è proprio questo che Medici Senza Frontiere torna a chiedere dal Myanmar, dove una nuova strage ha colpito lo Stato di Rakhine.
Il 28 settembre un attacco aereo nei pressi di un mercato affollato di Kyauktaw avrebbe provocato almeno 50 morti. Altre circa 60 persone sono rimaste ferite, alcune con mutilazioni e ustioni gravissime. Tra loro ci sono donne e bambini. Secondo le informazioni raccolte sul posto, almeno 17 pazienti si trovavano in condizioni critiche. Reuters e Associated Press hanno riferito a loro volta di decine di vittime e feriti nell'attacco.
Feriti gravi in un sistema sanitario allo stremo
Il dramma non finisce quando cessano le esplosioni.
Ferite da scoppio, emorragie interne, fratture, perforazioni polmonari e ustioni richiedono chirurgia d'urgenza, assistenza specialistica e cure successive. Ma nel Rakhine centrale sono rimasti operativi soltanto pochi ospedali e, secondo Medici Senza Frontiere, il personale sanitario deve lavorare quotidianamente facendo i conti con la mancanza di farmaci, attrezzature, personale e persino di cibo sufficiente per sostenere la ripresa dei pazienti.
A questa situazione si aggiunge una realtà ancora più difficile da accettare: anche chi riesce a raggiungere un ospedale non può sentirsi necessariamente al sicuro.
MSF ricorda infatti che nel dicembre 2025 l'ospedale generale di Mrauk-U era stato bombardato, con 33 morti e 70 feriti. Nel marzo di quest'anno bombardamenti avevano invece colpito l'ospedale generale di Sittwe, distruggendone anche il magazzino medico. Secondo i dati di Insecurity Insight citati dall'organizzazione umanitaria, dal 2021 al 2026 sarebbero stati documentati in Myanmar quasi 2.000 episodi contro l'assistenza sanitaria.
Quando andare dal medico diventa una scelta pericolosa
La conseguenza è devastante e va molto oltre gli edifici distrutti.
Quando una popolazione comincia ad avere paura di recarsi in ospedale perché teme che la concentrazione di persone possa trasformarlo in un possibile bersaglio, viene meno una delle ultime protezioni che dovrebbero continuare a esistere anche durante una guerra.
MSF segnala che alcune attività sanitarie sul territorio sono state ridotte e che alcuni centri di assistenza primaria hanno chiuso proprio per evitare di attirare gruppi numerosi di persone e aumentare l'esposizione alla violenza.
Significa che una madre può rimandare una visita. Che un bambino malato può non ricevere le cure necessarie. Che un ferito può restare a casa chiedendosi se sia più pericoloso attendere o tentare di raggiungere un ospedale.
È questo uno degli effetti meno visibili della guerra: non soltanto produce nuovi feriti, ma impedisce di curare quelli che ci sono già.
Gli ospedali devono restare ospedali
Le strutture sanitarie e il personale medico godono di specifiche protezioni previste dal diritto internazionale umanitario. Non si tratta di una concessione e nemmeno di una questione di simpatia verso una delle parti in conflitto: è uno dei principi fondamentali posti a tutela delle persone che non prendono parte ai combattimenti o che non sono più in condizione di farlo.
La guerra in Myanmar continua dal colpo di Stato militare del 2021, in un quadro estremamente complesso che vede contrapposti l'esercito e numerosi gruppi armati. Nello Stato di Rakhine opera l'Arakan Army, che controlla ampie porzioni del territorio. Ma davanti a un letto d'ospedale, a una sala operatoria o a un reparto nel quale vengono curati bambini e persone gravemente ferite, la complessità politica e militare non può cancellare un principio elementare: chi cerca una cura deve essere protetto.
È una richiesta che Chiasso TV considera necessario rilanciare proprio perché la guerra rischia, giorno dopo giorno, di abituarci anche a ciò che normale non dovrebbe diventare mai.
Possiamo discutere delle cause dei conflitti, delle responsabilità, degli interessi geopolitici e delle ragioni invocate dalle parti. Ma esiste una soglia oltre la quale non dovrebbe esserci nulla da discutere.
Un ospedale deve poter restare un ospedale. Un medico deve poter curare. Un ferito deve poter essere soccorso. Una donna, un bambino, un malato devono poter entrare in una struttura sanitaria senza chiedersi se sopra quel tetto arriverà una bomba.
L'appello conclusivo di Medici Senza Frontiere è semplice: fermare i bombardamenti contro civili e ospedali e consentire alle cure salvavita di raggiungere chi ne ha bisogno.
In mezzo a tante dichiarazioni sulla guerra, forse è proprio questa semplicità a ricordarci ciò che conta davvero.