Neutralità: il voto è finito, il problema no

Scritto il 07/10/2026
da Giacomo Morandi


Sono passati appena nove giorni dalla votazione federale del 27 settembre e da Mosca arriva un monito che riporta la neutralità svizzera al centro della discussione.
Nella serata del 6 ottobre, parlando con i giornalisti a Türkmenbaşy, in Turkmenistan, la presidente del Consiglio della Federazione russa Valentina Matviyenko ha sostenuto che le Nazioni Unite dovrebbero chiarire meglio che cosa significhi oggi essere uno Stato permanentemente neutrale.

E ha fatto un nome preciso: la Svizzera.

Matviyenko si trovava nella zona turistica nazionale di Avaza, sulla costa del Mar Caspio, dove il giorno successivo avrebbe partecipato al Dialogo internazionale delle donne dedicato al ruolo delle donne nel mantenimento della pace e nello sviluppo sostenibile.
Le sue parole sulla Svizzera non sono state pronunciate durante il discorso ufficiale al forum, ma rispondendo ai giornalisti nel corso della visita in Turkmenistan.
Secondo Matviyenko, il nostro Paese starebbe progressivamente allontanandosi dalla propria neutralità perché segue le sanzioni dell'Unione europea contro la Russia. A suo giudizio questo comportamento finirebbe per «erodere» il concetto stesso di neutralità.
È la posizione della Russia, naturalmente. Non una sentenza internazionale e neppure una definizione che la Svizzera sia tenuta ad accettare.

Ma ignorarla sarebbe altrettanto sbagliato.

Cosa abbiamo votato il 27 settembre?

Partiamo dalla cosa più semplice, perché sulla neutralità si rischia facilmente di perdersi tra articoli costituzionali, diritto internazionale e politica estera. E su questo abbiamo già sentito abbondantemente le ragioni sia dei promotori dell'iniziativa sia dei contrari.
Il 27 settembre gli svizzeri non hanno votato per decidere se la Svizzera dovesse essere neutrale oppure no. Su questo, sostanzialmente, non c'era discussione.

Si votava invece sul modo in cui la neutralità avrebbe dovuto essere applicata.

L'iniziativa chiedeva, fra le altre cose, di stabilire nella Costituzione che la Svizzera non potesse adottare sanzioni contro Stati coinvolti in una guerra, salvo quelle decise dall'ONU. Avrebbe inoltre limitato maggiormente la collaborazione con alleanze militari.

Con la bocciatura dell'iniziativa è quindi rimasta in vigore la situazione attuale. Il Consiglio federale può continuare a decidere, caso per caso, se aderire a sanzioni internazionali anche quando queste non vengono decise dall'ONU.

Berna dice: siamo ancora neutrali

La posizione ufficiale della Confederazione è chiara.
Secondo il Consiglio federale, l'adesione alle sanzioni dell'Unione europea contro la Russia è compatibile con la neutralità svizzera. La Svizzera non partecipa militarmente alla guerra e continua a rispettare gli obblighi previsti dal diritto della neutralità.

In parole ancora più semplici: per Berna essere neutrali non significa necessariamente rimanere economicamente e politicamente indifferenti davanti a una guerra.

Mosca la pensa diversamente.

Per la Russia, quando la Svizzera applica le stesse sanzioni decise dall'Unione europea, smette di essere percepita come un soggetto realmente equidistante.
E questa differenza non è soltanto teorica.
Già il giorno successivo alla votazione del 27 settembre, il rappresentante russo presso le organizzazioni internazionali a Vienna, Mikhail Ulyanov, aveva affermato che, dal punto di vista russo, la Svizzera non poteva più essere considerata uno Stato neutrale.
Ora il concetto viene ribadito da una delle più alte cariche istituzionali russe.
Ma questa volta c'è un particolare che rende la dichiarazione ancora più significativa.
Matviyenko l'ha pronunciata proprio in Turkmenistan, uno Stato il cui status di neutralità permanente è stato riconosciuto dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 1995 e che Mosca, nelle stesse dichiarazioni, ha indicato come esempio di Paese che mantiene una politica estera indipendente e non aderisce alle sanzioni occidentali.

Il confronto con la Svizzera, quindi, non era casuale.

Possiamo dichiararci neutrali. Ma è sufficiente?

Ed è forse questa la domanda più semplice e contemporaneamente più scomoda.
La Svizzera può stabilire attraverso le proprie leggi che cosa significhi per lei essere neutrale. Può decidere quali sanzioni adottare, con chi collaborare e quali limiti non oltrepassare.

Ma la neutralità ha anche una seconda faccia: deve essere riconosciuta anche dagli altri.

Se vogliamo offrire buoni uffici, favorire negoziati, ospitare incontri tra Paesi in conflitto o presentarci come interlocutore credibile per entrambe le parti, non basta necessariamente che noi ci consideriamo neutrali. Occorre che anche chi sta dall'altra parte del tavolo sia disposto a considerarci tali.
Questo non significa che Mosca abbia automaticamente ragione. E non dimostra nemmeno che approvare l'iniziativa del 27 settembre avrebbe risolto ogni problema.

Dimostra però qualcosa che merita attenzione: il problema della credibilità internazionale della neutralità svizzera esiste.

Possiamo non condividere il giudizio russo. Possiamo considerarlo interessato, politico o strumentale. La Russia è parte direttamente coinvolta nella guerra contro l'Ucraina e le sanzioni svizzere la colpiscono direttamente.
Ma il fatto che quel giudizio esista conta comunque.
Perché la neutralità non serve soltanto quando tutti vanno d'accordo. Serve soprattutto quando due parti non si parlano più e qualcuno deve essere ancora accettato da entrambe.
Il 27 settembre gli svizzeri hanno deciso con grande chiarezza di non voler inserire nella Costituzione la versione più restrittiva proposta dall'iniziativa.

Quella decisione va rispettata.

Ma appena nove giorni dopo, le parole arrivate da Türkmenbaşy ricordano che un risultato nelle urne può chiudere una votazione. Non chiude però la questione che c'era dietro.

Ed è probabilmente sulla risposta a questa domanda che la Svizzera dovrà continuare a interrogarsi: non soltanto «noi ci consideriamo ancora neutrali?», ma anche «gli altri ci considerano ancora neutrali?»