Una lettera aperta al presidente della Confederazione Guy Parmelin riporta all'attenzione del Consiglio federale il destino della popolazione armena costretta ad abbandonare il Nagorno-Karabakh nel 2023. Il Parlamento aveva chiesto un'iniziativa diplomatica svizzera per favorirne il ritorno. A distanza di oltre un anno, il mandato rimane inattuato.
Oltre 100'000 persone costrette ad abbandonare le proprie case, un territorio svuotato della sua popolazione armena e una questione che, a tre anni di distanza, rimane irrisolta. È questo lo scenario sul quale torna a concentrarsi l'attenzione di un gruppo di parlamentari svizzeri, firmatari di una lettera aperta indirizzata al presidente della Confederazione Guy Parmelin.
L'iniziativa, sostenuta dall'organizzazione umanitaria Christian Solidarity International (CSI), pone una domanda precisa: perché il Consiglio federale non ha ancora dato seguito al mandato parlamentare che gli chiedeva di promuovere un dialogo sul ritorno degli armeni del Nagorno-Karabakh?
Una tragedia che non si è conclusa
Nel settembre 2023, dopo oltre nove mesi di blocco dei collegamenti con l'Armenia, un'offensiva militare dell'Azerbaigian provocò la fuga di oltre 100'000 armeni dal Nagorno-Karabakh, regione conosciuta anche con il nome di Artsakh.
Il Parlamento europeo ha definito quell'esodo forzato una «pulizia etnica». Il 17 novembre 2023, la Corte internazionale di giustizia ha ordinato all'Azerbaigian di garantire alle persone fuggite, qualora desiderino tornare, la possibilità di farlo in sicurezza, senza ostacoli e rapidamente.
Non si tratta soltanto di una questione territoriale o diplomatica. Dietro quei numeri ci sono famiglie, anziani, bambini, comunità che hanno perso abitazioni, luoghi di lavoro, legami sociali e punti di riferimento.
Il diritto di scegliere liberamente se tornare nella propria terra, senza subire minacce o discriminazioni, rimane uno degli aspetti centrali della vicenda.
Il Parlamento aveva dato un mandato preciso
Nel marzo 2025, Consiglio nazionale e Consiglio degli Stati hanno approvato la mozione 24.4259, incaricando il Consiglio federale di organizzare un forum internazionale per la pace nel Nagorno-Karabakh.
L'obiettivo era favorire un dialogo tra l'Azerbaigian e i rappresentanti della popolazione armena della regione, affrontando concretamente le condizioni necessarie per un ritorno sicuro e collettivo degli sfollati.
La mozione prevedeva un'attuazione in tempi brevi, comunque entro un anno.
Quel termine è scaduto nella primavera del 2026. Il forum non è stato organizzato.
Nella risposta del 2 settembre a un'interpellanza parlamentare, il Consiglio federale ha motivato la mancata attuazione indicando l'opposizione al forum manifestata sia dall'Armenia sia dall'Azerbaigian.
Una spiegazione che i firmatari della lettera ritengono insufficiente.
Chi dovrebbe sedersi al tavolo?
È proprio questo il punto centrale della contestazione.
Secondo i parlamentari, il mandato approvato dalle Camere non chiedeva semplicemente di riunire Armenia e Azerbaigian, ma di avviare un confronto tra le autorità azere e i rappresentanti degli armeni originari del Nagorno-Karabakh.
La distinzione è importante: il governo dell'Armenia e le persone costrette a lasciare la regione non sono la stessa cosa e non necessariamente esprimono le medesime esigenze.
Inoltre, il 21 settembre il Consiglio federale ha riconosciuto che il Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE) non aveva ancora contattato i rappresentanti degli armeni del Nagorno-Karabakh.
Per i firmatari, questa circostanza rende ancora meno convincente l'impossibilità di attuare il mandato: come si può stabilire che un dialogo non sia praticabile senza avere interpellato direttamente una delle parti interessate?
Una mozione parlamentare non può essere dimenticata
La lettera solleva anche una questione che riguarda il funzionamento delle istituzioni svizzere.
Una mozione approvata da entrambe le Camere costituisce un mandato al Consiglio federale. Se il Governo ritiene che non sia più realizzabile, può chiederne l'archiviazione, motivandola davanti al Parlamento.
Non può però considerare automaticamente conclusa la questione semplicemente perché l'attuazione presenta difficoltà diplomatiche.
I parlamentari chiedono quindi che il DFAE illustri quali iniziative concrete intenda intraprendere.
Tra le possibilità indicate figurano contatti diretti con i rappresentanti degli sfollati, verifiche sulla loro disponibilità al dialogo, consultazioni con partner internazionali e l'offerta dei buoni uffici svizzeri.
Non sarebbe necessario ottenere immediatamente un accordo tra tutte le parti per compiere questi primi passi.
La neutralità svizzera e il ruolo della diplomazia
La questione assume un significato particolare nel 2026, anno in cui la Svizzera esercita la presidenza dell'Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE).
La Confederazione dispone di una lunga tradizione di mediazione internazionale e di strumenti diplomatici che possono contribuire ad aprire canali di comunicazione anche nelle situazioni più difficili.
Nessuno pretende che Berna possa obbligare l'Azerbaigian a partecipare a un negoziato.
Ma, secondo i firmatari, l'impossibilità di imporre un accordo non giustifica la rinuncia a tentare di costruire le condizioni per un confronto.
La lettera richiama inoltre la necessità di rispettare l'integrità territoriale dell'Armenia, ricordando le preoccupazioni suscitate dalle rivendicazioni relative al cosiddetto corridoio di Zangezur, attraverso la provincia armena di Syunik.
Il rispetto dei confini e il rifiuto dell'acquisizione di territori mediante la forza vengono indicati come principi ai quali entrambe le parti devono attenersi.
CSI chiede fatti, non soltanto dichiarazioni
Christian Solidarity International, organizzazione umanitaria impegnata nella difesa della libertà religiosa e della dignità umana, sostiene l'iniziativa parlamentare e sollecita una risposta concreta del Consiglio federale.
Il direttore di CSI-Svizzera, Simon Brechbühl, chiede che siano finalmente stabiliti contatti con i rappresentanti degli sfollati e che il Governo riferisca al Parlamento sulle modalità con cui intende attuare la mozione.
La preoccupazione espressa dall'organizzazione è che il passare del tempo finisca per trasformare una situazione determinata dalla forza militare in una realtà politicamente accettata.
Il tempo non cancella i diritti
Esiste una differenza sostanziale tra la fine di un'operazione militare e la soluzione delle sue conseguenze umanitarie.
Quando le armi tacciono, non necessariamente termina la sofferenza delle persone che hanno perso tutto. E il trascorrere degli anni non elimina automaticamente il diritto di chi è stato costretto a fuggire a chiedere sicurezza, giustizia e la possibilità di ritornare.
La Svizzera non può risolvere da sola il conflitto del Nagorno-Karabakh. Può però decidere se utilizzare gli strumenti diplomatici di cui dispone per contribuire a una soluzione rispettosa dei diritti delle popolazioni coinvolte.
Per questo la lettera indirizzata a Guy Parmelin solleva una questione che va oltre il destino di una singola mozione parlamentare.
Un mandato democraticamente approvato, una decisione della Corte internazionale di giustizia e oltre 100'000 persone costrette all'esilio sono tre realtà che non possono essere cancellate semplicemente dal trascorrere del tempo.
Rimane quindi una domanda alla quale il Consiglio federale è chiamato a rispondere: quali passi concreti intende compiere per trasformare l'impegno assunto dalla Svizzera in un'iniziativa diplomatica effettiva?