Il dibattito sul Nagorno-Karabakh torna al centro dell'attenzione politica federale. Dopo l'approvazione della mozione che chiedeva alla Svizzera di promuovere un forum internazionale per la pace, il consigliere nazionale Stefan Müller-Altermatt presenta un'interpellanza al Consiglio federale, contestando le motivazioni con cui il Governo giustifica il mancato avvio dell'iniziativa. Al centro della discussione vi sono il ruolo della neutralità svizzera, la tradizione di mediazione internazionale e il futuro della popolazione armena sfollata dal Karabakh.
A oltre un anno dall'approvazione della mozione federale che incaricava il Consiglio federale di promuovere un forum internazionale per la pace tra Azerbaigian e rappresentanti del Nagorno-Karabakh, il tema torna sotto i riflettori della politica svizzera. A riaccendere il confronto è un'interpellanza presentata dal consigliere nazionale Stefan Müller-Altermatt (Il Centro), che chiede spiegazioni al Governo sul mancato avanzamento dell'iniziativa parlamentare.
La vicenda prende origine dalle risposte fornite dal consigliere federale Ignazio Cassis durante l'ora delle domande del 15 giugno scorso. Rispondendo a un intervento del consigliere nazionale Erich Vontobel (UDF), il capo del Dipartimento federale degli affari esteri ha affermato che la Svizzera non intrattiene relazioni con il Nagorno-Karabakh in quanto non riconosciuto come Stato e che, in linea di principio, non mantiene contatti con parti della popolazione di altri Paesi.
Una posizione che, secondo Müller-Altermatt e Christian Solidarity International (CSI), risulterebbe in contrasto con la lunga tradizione diplomatica elvetica. L'organizzazione ricorda infatti numerosi casi nei quali la Svizzera ha svolto attività di mediazione coinvolgendo soggetti non statali o entità prive di pieno riconoscimento internazionale. Tra gli esempi citati figurano i contatti con le FARC durante il conflitto colombiano, i rapporti con il Movimento di Liberazione Popolare Sudanese durante la guerra civile sudanese e il ruolo di facilitazione svolto nei processi di dialogo israelo-palestinesi.
Secondo i promotori dell'iniziativa, la diplomazia svizzera ha sempre sostenuto che i conflitti possano essere affrontati efficacemente soltanto dialogando con tutte le parti coinvolte, indipendentemente dal loro status giuridico o politico. Proprio per questo motivo viene contestata l'argomentazione utilizzata dal Consiglio federale per giustificare l'assenza di contatti diretti con i rappresentanti del Nagorno-Karabakh.
L'interpellanza sottoposta al Governo contiene quattro domande centrali. Müller-Altermatt chiede anzitutto se il Consiglio federale riconosca che il Nagorno-Karabakh abbia esercitato in passato almeno una forma parziale di soggettività nel diritto internazionale. Domanda inoltre perché la Confederazione accetti di dialogare con altri attori non statali nell'ambito della propria attività di mediazione, ma non con i rappresentanti del Karabakh. Vengono poi chiesti chiarimenti sulle iniziative concrete adottate per tutelare il diritto internazionale e i diritti della popolazione sfollata, nonché sulle modalità con cui il Governo intenda adempiere al mandato ricevuto dal Parlamento attraverso la mozione 24.4259.
Nel comunicato diffuso da CSI si sottolinea inoltre che il 30 aprile scorso una delegazione del Nagorno-Karabakh guidata dal presidente ad interim Ashot Danielyan si è recata a Palazzo federale incontrando alcuni parlamentari svizzeri, senza tuttavia ottenere incontri con rappresentanti del Consiglio federale o del DFAE. L'organizzazione chiede pertanto che il forum di pace previsto dalla mozione venga avviato senza ulteriori ritardi.
Parallelamente continua ad ampliarsi il sostegno politico all'iniziativa. Al comitato favorevole alla cosiddetta "Iniziativa svizzera per la pace nel Nagorno-Karabakh" si è recentemente unito anche il consigliere nazionale Nik Gugger (PEV), che considera la tradizione svizzera di neutralità e mediazione uno strumento credibile per favorire un processo di pace orientato alla sicurezza delle popolazioni coinvolte e alla giustizia per le vittime degli sfollamenti.
La questione resta delicata anche sul piano diplomatico internazionale. Da un lato vi è la volontà di preservare il ruolo della Svizzera quale mediatrice neutrale nei conflitti; dall'altro emergono interrogativi sulla coerenza con cui questo principio venga applicato nelle diverse crisi. Le risposte che il Consiglio federale fornirà all'interpellanza potrebbero quindi contribuire a chiarire quale ruolo Berna intenda assumere nei futuri sviluppi della vicenda del Nagorno-Karabakh.
