Dopo quattro mesi dall’inizio dell’emergenza, Medici Senza Frontiere segnala nuovi focolai in aree della Repubblica Democratica del Congo con sistemi sanitari fragili e capacità di risposta limitate. Da maggio sono stati registrati oltre 7.200 casi confermati e 3.500 decessi.
A quattro mesi dall’inizio dell’epidemia di Ebola nella Repubblica Democratica del Congo, alcuni segnali potrebbero far pensare a un rallentamento dell’emergenza. I ricoveri in alcuni centri di trattamento sono diminuiti e, nelle zone inizialmente più colpite, la trasmissione sembra procedere con minore intensità. Ma il quadro complessivo, secondo quanto comunicato il 16 settembre da Medici Senza Frontiere (MSF), rimane preoccupante: l’epidemia non starebbe diminuendo a livello nazionale, ma si starebbe spostando verso territori meno preparati ad affrontarla.
Il bilancio riportato dall’organizzazione è pesante. Da maggio sono stati segnalati oltre 7.200 casi confermati e 3.500 decessi. MSF avverte inoltre che il numero reale potrebbe essere superiore, a causa delle lacune ancora presenti nella sorveglianza epidemiologica e nell’individuazione dei casi. Si tratta, secondo il comunicato, della più grande epidemia di Ebola mai registrata nella Repubblica Democratica del Congo.
Il virus raggiunge nuove province
Il cambiamento più significativo riguarda la geografia dell’epidemia. Nell’Ituri, indicata come uno degli epicentri originari, la diffusione starebbe effettivamente rallentando. A livello nazionale, tuttavia, il numero dei nuovi casi non sarebbe diminuito.
Il Sud Ubangi è diventato la settima provincia interessata, mentre il Nord Kivu rappresenta ormai quasi la metà dei nuovi casi confermati. MSF segnala inoltre un aumento della positività ai test registrato negli ultimi giorni e la presenza di catene di trasmissione che rischiano di consolidarsi prima ancora di essere pienamente individuate.
«L’epidemia non si sta riducendo, si sta spostando», afferma nel comunicato Anthony Kergosien, coordinatore delle emergenze di MSF nella Repubblica Democratica del Congo. Il problema, sottolinea l’organizzazione, è che i nuovi focolai stanno raggiungendo zone nelle quali le capacità sanitarie e logistiche sono ancora più limitate.
Ed è proprio questo spostamento a rendere particolarmente delicata la situazione. Un numero inferiore di pazienti ricoverati in determinati centri, infatti, non significa necessariamente che la circolazione del virus sia stata interrotta: può indicare invece che l’epidemia sta modificando la propria distribuzione territoriale.
Sistemi sanitari già sotto pressione
MSF cita il caso di Bambu, dove opera attualmente una propria équipe di risposta rapida. In aree di questo tipo, i sistemi sanitari devono già confrontarsi con carenza cronica di fondi, insufficienza di personale e difficoltà nel trasferimento dei pazienti.
L’arrivo dell’Ebola rischia quindi di mettere ulteriormente sotto pressione strutture che disponevano di margini operativi molto ridotti già prima dell’emergenza. Le équipe dell’organizzazione stanno intervenendo per sostenere l'individuazione precoce dei casi, l’osservazione e il trattamento dei pazienti, la prevenzione delle infezioni, il tracciamento dei contatti e la sorveglianza epidemiologica.
La strategia punta soprattutto sulla rapidità: identificare un nuovo focolaio quando è ancora limitato e intervenire prima che possa trasformarsi in un’epidemia di dimensioni maggiori.
MSF chiede un maggiore sostegno internazionale
Secondo Medici Senza Frontiere, tuttavia, le proprie équipe non possono sostenere da sole l’espansione della risposta. L’organizzazione chiede quindi un rafforzamento del supporto operativo delle agenzie delle Nazioni Unite, compresa l’Organizzazione Mondiale della Sanità, soprattutto nelle aree periferiche e al di fuori dei principali centri nei quali sono attualmente concentrate le capacità di intervento.
L’obiettivo è riuscire a costruire una risposta completa attorno ai nuovi focolai: diagnosi, isolamento e trattamento dei pazienti, controllo delle infezioni, sorveglianza, tracciamento dei contatti e coinvolgimento delle comunità.
Il comunicato di MSF restituisce quindi un quadro nel quale non basta osservare il miglioramento di una singola area per considerare l’emergenza in fase di risoluzione. Il rischio, oggi, è rappresentato proprio dalla capacità del virus di raggiungere territori più fragili, dove anche pochi casi possono mettere rapidamente in difficoltà strutture sanitarie già sottoposte a forti pressioni.
La fotografia diffusa insieme al comunicato mostra due operatori sanitari mentre parlano con pazienti con casi confermati di Ebola, un’immagine che riporta l’attenzione sulla dimensione concreta dell’emergenza e sul lavoro svolto direttamente nelle comunità colpite.
