Per decenni bastava pronunciare la parola UFO per vedere comparire sorrisetti, battute e diagnosi improvvisate. Chi raccontava di aver osservato qualcosa di inspiegabile nel cielo rischiava di essere catalogato prima ancora che qualcuno esaminasse ciò che aveva visto.
Poi qualcosa è cambiato.
Gli UFO sono diventati UAP, il Pentagono ha riconosciuto e pubblicato filmati registrati da piloti della Marina americana e la NASA ha costituito un gruppo scientifico per studiare il fenomeno. Nel 2020 il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti autorizzò ufficialmente la diffusione di tre video della US Navy, registrati nel 2004 e nel 2015, precisando che i fenomeni ripresi rimanevano classificati come “unidentified”. Non “alieni”. Ma neppure invenzioni di qualche mitomane: filmati militari autentici di fenomeni non identificati.
E c'è un particolare che rende la storia decisamente meno divertente di quanto potrebbe sembrare.
Lo stigma non era soltanto nella testa degli “ufologi”
Nel rapporto ufficiale dell'intelligence americana del 2021 sugli UAP si legge che piloti e analisti avevano raccontato episodi di derisione legati all'osservazione e alla segnalazione di questi fenomeni. Lo stesso rapporto riconosceva che il rischio per la reputazione poteva aver convinto alcuni testimoni a tacere. Su 144 segnalazioni governative esaminate in quel rapporto, soltanto una venne identificata con elevata sicurezza; le altre rimanevano, con i dati allora disponibili, non spiegate.
Nel 2023 è stata addirittura la NASA a parlare apertamente del problema. Il rapporto del suo gruppo indipendente sugli UAP afferma che lo stigma negativo compromette la raccolta dei dati e sostiene che l'Agenzia possa contribuire a destigmatizzare le segnalazioni. Un membro del gruppo riferì di aver ricevuto messaggi ostili persino da colleghi; altri scienziati, secondo il rapporto, sarebbero stati scoraggiati dall'occuparsi di tecnofirme extraterrestri per il possibile danno alla propria credibilità scientifica.
Curioso. Prima il problema sembrava essere chi parlava di UFO. Oggi una delle maggiori agenzie scientifiche del pianeta riconosce che il ridicolo associato all'argomento può avere ostacolato perfino la raccolta scientifica dei dati.
Ma andando ancora più indietro nel tempo la questione diventa assai più scomoda.
Quando “debunking” era una strategia proposta ufficialmente
Nel 1953 il Robertson Panel, gruppo di scienziati convocato con il coinvolgimento della CIA, esaminò il fenomeno UFO nel contesto della Guerra fredda. Non concluse che fossero astronavi extraterrestri. Al contrario, non trovò prove di una minaccia aliena.
Ma il problema, secondo il Panel, era anche un altro: troppe segnalazioni potevano sovraccaricare i sistemi militari, alimentare fenomeni di panico e perfino essere sfruttate dall'Unione Sovietica.
E quale soluzione venne proposta?
La ricostruzione storica pubblicata dalla stessa CIA riferisce che il Panel raccomandò una politica di “debunking” e di educazione pubblica, suggerendo di utilizzare mezzi di comunicazione, pubblicità, scuole, associazioni e perfino la Disney per trasmettere il messaggio.
Non occorre affidarsi agli archivi degli appassionati di UFO. Nel suo rapporto storico del 2024, lo stesso ufficio AARO del Pentagono ammette che il Robertson Panel propose un'attività di training e debunking attraverso i mezzi di comunicazione pubblici con l'obiettivo di allontanare il pubblico dalla segnalazione degli UFO. AARO precisa contemporaneamente di non aver trovato prove di una politica dell'US Air Force finalizzata a nascondere evidenze extraterrestri. Entrambe le cose vanno dette.
Dunque no: questo non dimostra che per settant'anni sia stata nascosta la presenza degli extraterrestri.
Dimostra però qualcosa di molto meno fantascientifico e forse più interessante: orientare la percezione pubblica del fenomeno fu realmente preso in considerazione dalle istituzioni americane.
Ed eccoci al 2025.
Adesso entrano in scena intelligenza artificiale e algoritmi
Il documento arrivato alla nostra attenzione si intitola The Adaptive Communication Framework (ACF) for Extraterrestrial Intelligence Discovery. È un preprint pubblicato su arXiv nell'agosto 2025 da Omer Eldadi, Gershon Tenenbaum e dall'astrofisico di Harvard Abraham Loeb. Il testo continua a essere indicato nelle principali banche dati consultate come preprint, quindi non va presentato come protocollo ufficiale né come studio già adottato dalle istituzioni. Gli autori e le rispettive affiliazioni sono riportati direttamente nel documento.
Eppure vale la pena leggere che cosa propongono.
Quando un possibile oggetto tecnologico extraterrestre raggiungesse un determinato livello di rilevanza, gli autori immaginano la creazione di un Global ISO Status Portal, destinato a concentrare dati e interpretazioni ufficiali. Fin qui, nulla di particolarmente sorprendente.
Poi arrivano all'intelligenza artificiale.
L'ACF propone di trasmettere pacchetti informativi standardizzati alle principali piattaforme AI, in modo da orientare le risposte fornite agli utenti; prevede sistemi per individuare deepfake e ipotizza richieste alle piattaforme social affinché modifichino i propri algoritmi attribuendo priorità ai contenuti verificati dall'organismo centrale immaginato dagli autori.
Fermiamoci un momento.
Non stiamo parlando semplicemente di preparare un comunicato stampa.
Stiamo parlando di decidere quali informazioni dovranno incontrare per prime miliardi di persone, quali fonti dovranno essere privilegiate dagli algoritmi e quali informazioni dovranno essere immesse preventivamente nei sistemi di intelligenza artificiale che sempre più persone utilizzano per capire ciò che accade.
Le motivazioni dichiarate sono comprensibili: impedire che un'eventuale scoperta epocale venga sommersa da deepfake, falsi messaggi extraterrestri, bufale e operazioni di disinformazione.
Ma è proprio qui che nasce la domanda scomoda: chi controlla i controllori dell’informazione?
Da “combattere le bufale” alla “information warfare”
Perché il documento non si ferma qui.
Gli autori sostengono che accordi con le grandi società tecnologiche dovrebbero garantire priorità algoritmica all'informazione ufficiale durante le fasi critiche. Poi riconoscono che attori ostili potrebbero utilizzare l'intelligenza artificiale per produrre migliaia di narrazioni false personalizzate.
La conclusione è sorprendentemente esplicita: secondo il paper potrebbero diventare necessarie anche capacità offensive per contrastare la disinformazione, trasformando l'ACF, nelle parole degli stessi autori, in un “active information warfare system” e non più soltanto in un protocollo passivo di comunicazione.
“Guerra dell'informazione”.
Non lo abbiamo scritto noi. È nel documento.
Naturalmente è una proposta teorica. L'ipotetico comitato internazionale chiamato ICEC immaginato dagli autori non è un organismo esistente e nessuno ha adottato l'ACF come politica mondiale.
Ma liquidare tutto con un'alzata di spalle sarebbe altrettanto ingenuo.
Intanto i protocolli ufficiali sono stati davvero aggiornati
Nel giugno 2026 l'International Academy of Astronautics ha approvato una nuova versione dei protocolli internazionali SETI, elaborata dal proprio comitato tra il 2022 e il 2025. Il documento riguarda la ricerca di tecnofirme extraterrestri, non gli UAP nell'atmosfera terrestre, e stabilisce procedure di verifica indipendente, comunicazione, trasparenza dei dati e rapporti con media e social network. In caso di conferma credibile di intelligenza extraterrestre prevede inoltre una comunicazione pubblica e l'informazione al Segretario generale delle Nazioni Unite.
Non è l'ACF e non prova alcun collegamento occulto con il progetto di Loeb.
Dimostra però che il problema “come comunicheremo una scoperta extraterrestre?” non appartiene più soltanto ai romanzi di fantascienza.
Esistono protocolli. Vengono aggiornati. Si studia l'impatto dei social media. Si studiano deepfake e intelligenza artificiale. Si discute di come verificare un'evidenza prima dell'annuncio e di come evitare che la comunicazione sfugga di mano.
Il problema forse non sono gli alieni
AARO sostiene di non aver trovato prove che i casi esaminati rappresentino tecnologia extraterrestre e afferma che molti casi storici possano essere spiegati con fenomeni ordinari, errori di identificazione o dati insufficienti. Numerosi episodi rimangono comunque irrisolti.
È un dato che non abbiamo alcuna ragione di nascondere.
Ma ce n'è un altro, altrettanto documentato: nel passato istituzioni governative hanno discusso apertamente di debunking e orientamento dell'opinione pubblica; oggi scienziati discutono di seeding preventivo delle AI, priorità algoritmica e information warfare nell'eventualità di una scoperta extraterrestre.
Settant'anni fa il mezzo erano giornali, radio, scuole e televisione.
Domani potrebbero essere gli algoritmi (o lo sono già?).
Forse la domanda più interessante non è quindi se un giorno qualcuno ci annuncerà: «Non siamo soli».
La domanda è precedente.
Quando arriverà una notizia capace di cambiare la nostra idea del mondo, saremo noi a interpretarla liberamente oppure qualcuno avrà già deciso quali informazioni dovremo vedere per prime, quali fonti dovremo considerare affidabili e quali versioni dovranno scomparire sotto il rumore degli algoritmi?
Non abbiamo una risposta.
Ma questa volta, almeno, i documenti per porre la domanda esistono.
E forse è proprio questo il punto: la storia ci ha già insegnato che tra i fatti e il racconto dei fatti, qualche volta, passa parecchia strada.
Per JFK sono serviti più di sessant’anni perché uscissero ancora nuovi documenti dagli archivi americani. Per Aldo Moro, quarant’anni dopo, una Commissione parlamentare parlava ancora di “nuovi e significativi elementi”. In Ucraina, dal 2022, una “politica informativa unificata” è stata formalmente considerata questione di sicurezza nazionale. Sul Covid, almeno il pangolino può tirare un sospiro di sollievo: per un po’ sembrava già pronto per il banco degli imputati.
