Felice Varini trasforma Mendrisio: geometrie, corpi e suoni in un’esperienza immersiva totale

Scritto il 24/04/2026
da team.redazione


Dal 10 maggio all’11 ottobre 2026 il Museo d’arte Mendrisio accoglie un progetto espositivo destinato a lasciare un segno nel panorama culturale svizzero e internazionale: la prima grande mostra monografica nel Paese dedicata a Felice Varini, artista nato a Locarno nel 1952 e da decenni protagonista della scena artistica globale. Un riconoscimento importante che non si limita alla celebrazione, ma si traduce in un’esperienza immersiva, capace di ridefinire il rapporto tra opera, spazio e spettatore.
La mostra si sviluppa come un intervento totale che coinvolge ogni ambiente del museo: dal chiostro cinquecentesco fino alle sale interne, trasformate in un percorso unitario e percettivo. Qui, la cifra stilistica di Varini emerge con chiarezza: grandi forme geometriche – cerchi, ellissi, segmenti – che si ricompongono perfettamente solo da un preciso punto di vista, dissolvendosi altrove in frammenti apparentemente disordinati. È una pittura che non si limita alla superficie, ma invade e abita l’architettura, rendendola parte integrante dell’opera.
Il percorso espositivo invita il pubblico a ripercorrere l’intera carriera dell’artista, dagli esordi alle ricerche più recenti, alternando opere storiche riattualizzate e installazioni inedite concepite appositamente per Mendrisio. In entrambi i casi, lo spazio non è mai semplice contenitore, ma materia viva, elemento attivo che dialoga con la visione e con il movimento dello spettatore.

Felice Varini: l’arte come punto di vista
Felice Varini è noto per i suoi interventi pittorici nello spazio architettonico e urbano, sviluppati a partire dagli anni Settanta. Trasferitosi a Parigi, ha costruito una poetica fondata sulla relazione tra geometria, percezione e movimento. Le sue opere, spesso realizzate con nastro adesivo e pittura acrilica, esistono pienamente solo da un punto di vista privilegiato: è lì che la frammentazione si ricompone in una figura perfetta.
Questo approccio rende lo spettatore parte attiva dell’opera: guardare diventa un atto dinamico, una ricerca fisica nello spazio. Non è un caso che Varini sia considerato uno dei principali interpreti contemporanei dell’anamorfosi, capace di tradurre un principio antico in una pratica artistica profondamente contemporanea.

“Moving Perspectives”: quando il corpo entra nell’opera
L’inaugurazione della mostra, prevista per il 9 maggio 2026, è accompagnata da un evento performativo che amplifica e rilancia i temi centrali della ricerca di Varini. “Moving Perspectives”, ideato dalla coreografa Simona Bertozzi con interventi musicali di Luca Perciballi, si configura come una performance site specific in cui corpo, suono e spazio dialogano in tempo reale.
Simona Bertozzi, coreografa di fama internazionale e fondatrice della compagnia Nexus, sviluppa una ricerca che concepisce il corpo come dispositivo percettivo e lo spazio come campo di eventi. Le sue coreografie non sono sequenze chiuse, ma sistemi dinamici di relazioni, traiettorie e tensioni, in costante dialogo con altre discipline. Selezionata anche nel circuito europeo Aerowaves, Bertozzi ha presentato i suoi lavori in contesti prestigiosi, consolidando una pratica che unisce rigore concettuale e sensibilità fisica.
Nel contesto della mostra, il suo lavoro entra in risonanza diretta con quello di Varini: così come le geometrie dell’artista si rivelano da un punto preciso, anche la performance genera figure temporanee che esistono solo nell’esperienza diretta dello spettatore. Il movimento diventa dunque un modo per “attivare” lo spazio, per renderlo nuovamente instabile e percettivamente aperto.

Luca Perciballi: la musica come architettura sonora
A completare l’esperienza, il contributo del chitarrista e compositore Luca Perciballi, figura di riferimento nella scena musicale contemporanea italiana. Perciballi si distingue per una ricerca che attraversa jazz, improvvisazione radicale e sperimentazione sonora, con una forte attenzione al rapporto tra gesto e suono.
La sua presenza nella performance non è semplice accompagnamento, ma elemento strutturale: la musica diventa una vera e propria architettura sonora che interagisce con il corpo e con lo spazio, contribuendo alla creazione di quelle “figure temporanee” che caratterizzano l’intero progetto. Il suono, come la geometria e il movimento, esiste nel tempo e nello spazio, modificandosi in relazione alla percezione del pubblico.

Un’esperienza da attraversare
La mostra di Felice Varini al Museo d’arte Mendrisio si configura così come un’esperienza complessa e stratificata, capace di unire arti visive, danza e musica in un unico dispositivo percettivo. Non si tratta semplicemente di osservare opere, ma di attraversarle, di muoversi dentro di esse, di cercare il punto di equilibrio tra frammentazione e forma.
In questo senso, il progetto rappresenta un esempio significativo di come l’arte contemporanea possa ancora sorprendere e coinvolgere, mettendo in discussione le abitudini dello sguardo e aprendo nuove possibilità di relazione tra opera e spettatore.