C’è un’immagine che torna, ossessiva, nei teatri di guerra contemporanei: ospedali sventrati, sale operatorie ridotte in macerie, ambulanze crivellate. Non si tratta più di episodi isolati, ma di una tendenza che, secondo organizzazioni indipendenti e agenzie internazionali, si è consolidata fino a diventare sistemica. A dieci anni dall’adozione della risoluzione 2286 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che avrebbe dovuto garantire la protezione dell’assistenza sanitaria nei conflitti, la realtà racconta un’altra storia.
Il comunicato diffuso da Medici Senza Frontiere il 30 aprile 2026 parla senza ambiguità: «ciò che un tempo era considerato un’eccezione è ormai diventato la norma» . Una frase che non suona come un allarme, ma come una constatazione. Nei dieci anni successivi alla risoluzione ONU, 21 operatori dell’organizzazione sono stati uccisi in 15 incidenti mentre svolgevano il proprio lavoro, e 255 episodi di sicurezza hanno coinvolto strutture sanitarie, ambulanze e personale medico . Numeri che raccontano una trasformazione silenziosa ma radicale: la perdita di uno dei pochi tabù rimasti nella guerra.
Il quadro si fa ancora più netto se si incrociano questi dati con il rapporto internazionale “Medical Care in the Crosshairs: The attack on humanity”, pubblicato da MSF. Il documento, che analizza l’ultimo decennio di conflitti, evidenzia come gli attacchi contro l’assistenza sanitaria abbiano raggiunto livelli record, con 3.623 incidenti registrati nel solo 2024 . Non solo: il numero di operatori sanitari uccisi e feriti è almeno raddoppiato rispetto al 2021, mentre oltre l’80% degli attacchi è attribuito ad attori statali . Un dato che ribalta la narrazione tradizionale della violenza “fuori controllo” e chiama direttamente in causa governi e catene di comando militari.
La risoluzione ONU 2286, adottata all’unanimità nel 2016 anche sull’onda dell’attacco all’ospedale di Kunduz in Afghanistan, avrebbe dovuto segnare un punto di svolta. Condannava esplicitamente gli attacchi contro strutture e personale medico e chiedeva il rispetto del diritto internazionale umanitario. Ma, come sottolinea lo stesso rapporto MSF, «c’è stata poca evidenza di progressi» . In altre parole, la norma esiste, ma non produce effetti.
Le ragioni di questo fallimento non sono solo operative, ma profondamente politiche. Il rapporto individua una mutazione nel linguaggio e nelle giustificazioni adottate dagli attori armati. Se in passato gli attacchi venivano descritti come “errori”, oggi si parla sempre più spesso di “perdita di protezione” delle strutture sanitarie . Una formula che, di fatto, consente di legittimare bombardamenti e incursioni sostenendo che ospedali e ambulanze sarebbero stati utilizzati per fini militari. Il problema, come emerge dall’analisi, è che questa interpretazione viene spesso applicata in modo estensivo e senza prove verificabili.
È qui che la questione si sposta dal piano giuridico a quello etico. Il diritto internazionale umanitario prevede già eccezioni alla protezione delle strutture mediche, ma solo in condizioni rigorose: devono esserci prove concrete, deve essere dato un preavviso e deve essere garantita la proporzionalità dell’attacco. Tuttavia, nella pratica, queste condizioni vengono ignorate o reinterpretate. Il risultato è una progressiva erosione della fiducia nelle regole stesse della guerra.
Gli effetti si vedono sul terreno. Gli attacchi non si limitano a distruggere edifici o a uccidere personale sanitario. Interrompono servizi essenziali, costringono le organizzazioni umanitarie a ritirarsi e lasciano intere comunità senza accesso alle cure. Il comunicato MSF sottolinea che, nel lungo periodo, queste dinamiche «privano le comunità di cure salvavita» . È una forma di violenza indiretta ma devastante, che colpisce soprattutto le popolazioni civili già intrappolate nei conflitti.
Nel frattempo, la responsabilità resta sfumata. Nonostante migliaia di attacchi documentati, i meccanismi di accountability sono deboli o inesistenti. Il rapporto evidenzia che oltre 7.500 attacchi registrati a livello globale non hanno portato a procedimenti giudiziari significativi . Senza conseguenze, la norma si svuota e la deterrenza scompare.
Dieci anni dopo la risoluzione ONU 2286, la domanda non è più se il sistema di protezione dell’assistenza sanitaria funzioni, ma se esista ancora come principio condiviso. La risposta, almeno per ora, sembra emergere dalle macerie degli ospedali colpiti: la guerra ha spostato il suo limite, e la sanità è diventata un bersaglio come gli altri.
Nel mirino della guerra: la sanità diventa un bersaglio sistematico
Scritto il 03/05/2026
da team.redazione
