Mentre in Svizzera non risultano al momento campagne analoghe su larga scala, in Italia si è aperto un acceso dibattito attorno alla sperimentazione di vaccini contro l’influenza aviaria destinati agli allevamenti avicoli. Il tema riguarda in particolare il Veneto, regione considerata uno dei principali poli europei per la produzione di polli, tacchini, uova e derivati avicoli.
A riportare la questione all’attenzione pubblica è stata un’intervista pubblicata il 21 maggio scorso da IL GIORNALE D’ITALIA, storico quotidiano italiano oggi presente in versione digitale, intervista firmata dal giornalista Antonio Amorosi e dedicata alle dichiarazioni del biologo molecolare Leonardo Guerra.
Nel colloquio, Guerra - esperto di biologia molecolare, terapie geniche, tecnologie mRNA, vaccini e processi autorizzativi EMA - esprime forti perplessità sulla sperimentazione avviata dal Ministero della Salute italiano contro l’aviaria. Secondo il biologo, il progetto ha introdotto una piattaforma vaccinale innovativa senza che vi sia stata una comunicazione sufficientemente chiara nei confronti degli operatori, delle autorità locali e dei consumatori.
Leonardo Guerra non è una figura nuova nel dibattito scientifico italiano degli ultimi anni. Biologo molecolare con alle spalle diversi decenni di ricerca e sviluppo nel campo delle malattie infettive, ha seguito da vicino anche l’evoluzione delle piattaforme vaccinali di nuova generazione e delle procedure regolatorie europee. Nel corso della sua attività professionale ha collaborato anche con enti pubblici e si è occupato in particolare di tecnologie vaccinali, mRNA e autorizzazioni EMA per prodotti innovativi.
Secondo quanto riferito nell’intervista rilasciata ad Antonio Amorosi, tutto sarebbe iniziato nel febbraio 2026, quando il Ministero della Salute italiano ha annunciato una campagna di vaccinazione obbligatoria contro l’influenza aviaria con il Veneto come regione pilota. La misura riguarda gli allevamenti superiori ai 250 capi, in un territorio che rappresenta una parte strategica della produzione avicola italiana.
Guerra racconta di avere iniziato a cercare informazioni tecniche precise sulla natura dei vaccini utilizzati nella sperimentazione. Tuttavia, sostiene di non avere trovato dettagli approfonditi né nei comunicati ufficiali né nelle dichiarazioni pubbliche diffuse dagli enti coinvolti. Il biologo afferma quindi di avere contattato direttamente referenti tecnici e istituzioni, tra cui l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie, per comprendere quale tecnologia fosse stata scelta.
Secondo il suo racconto, le risposte ricevute sarebbero state evasive fino alla pubblicazione del provvedimento in Gazzetta Ufficiale. Un atteggiamento che Guerra considera anomalo, soprattutto alla luce della rilevanza sanitaria e alimentare della questione.
Nel corso dell’intervista pubblicata da IL GIORNALE D’ITALIA, Guerra spiega di avere poi individuato nei documenti EMA riferimenti a una tecnologia vaccinale basata su vettori virali, autorizzata attraverso procedure definite “in condizioni eccezionali”. Il biologo paragona questa piattaforma ai vaccini vettoriali utilizzati durante la pandemia di Covid-19, citando anche il vaccino sviluppato da AstraZeneca e successivamente ritirato dal commercio a causa dei troppi effetti avversi.
L’esperto sostiene che proprio questa caratteristica costituirebbe uno dei principali motivi di preoccupazione. Secondo Guerra, infatti, non vi sarebbero ancora dati sufficienti per escludere completamente eventuali effetti biologici a lungo termine derivanti dall’utilizzo di queste tecnologie sugli animali destinati alla filiera alimentare.
In particolare, il biologo richiama il tema delle proteine aberranti, degli amiloidi e dei prioni, cioè proteine patologiche associate a malattie neurodegenerative. Nell’intervista viene evocato anche il precedente storico del cosiddetto “morbo della mucca pazza”, che negli anni Novanta provocò forti preoccupazioni sanitarie in Europa e portò a profonde ripercussioni economiche e politiche nel settore agroalimentare.
Guerra sottolinea che il problema, dal suo punto di vista, non riguarderebbe soltanto gli allevamenti, ma anche il possibile ingresso dei prodotti derivati nella catena alimentare senza una distinzione specifica per il consumatore finale. Secondo quanto riferito nell’intervista, i prodotti provenienti dagli allevamenti coinvolti nella sperimentazione non sarebbero infatti identificabili tramite etichette dedicate.
Per questa ragione, il biologo racconta di avere inviato, insieme ad altri professionisti e cittadini, una diffida alle autorità regionali venete e ai responsabili politici e tecnici del progetto, chiedendo una moratoria e ulteriori verifiche scientifiche prima di estendere la sperimentazione.
Nel dialogo con Antonio Amorosi emerge anche una critica più ampia alla strategia adottata. Guerra sostiene infatti che l’influenza aviaria sia stata storicamente affrontata attraverso misure sanitarie tradizionali - contenimento dei focolai, abbattimenti selettivi e sussidi economici agli allevatori danneggiati - senza dover ricorrere a vaccinazioni di massa basate su piattaforme genetiche sperimentali.
Secondo il biologo, la questione non riguarderebbe esclusivamente la salute pubblica, ma anche il futuro economico della filiera agroalimentare italiana. Guerra ipotizza infatti che l’introduzione di tecnologie non sufficientemente sperimentate possa incidere sulla fiducia dei consumatori e sulla competitività di uno dei comparti zootecnici più importanti d’Europa.
Contrariamente alla prudenza dello scienziato, le autorità sanitarie italiane e gli enti regolatori europei sostengono che le procedure autorizzative adottate rispettino gli standard previsti dalla normativa vigente.
Per il pubblico svizzero e ticinese, la vicenda viene osservata con particolare attenzione anche per ragioni geografiche ed economiche. La Lombardia e il Veneto rappresentano infatti territori confinanti e strettamente collegati al mercato agroalimentare della Svizzera italiana. Sebbene i provvedimenti descritti riguardino esclusivamente l’Italia, il tema della sicurezza alimentare e della trasparenza delle filiere interessa inevitabilmente anche il consumatore svizzero.
L’intervista pubblicata da IL GIORNALE D’ITALIA si inserisce così in un confronto più ampio che tocca il rapporto tra innovazione biotecnologica, prudenza scientifica, trasparenza istituzionale e rispetto della salute pubblica.
Al di là delle diverse posizioni, restano aperte alcune domande:
fino a che punto le nuove piattaforme biotecnologiche possono essere introdotte nella filiera alimentare senza generare interrogativi etici, sanitari e sociali?
Quale livello di informazione dovrebbe essere garantito ai cittadini quando si tratta di prodotti sperimentali destinati direttamente al consumo umano?
Ma soprattutto, si arriverà al punto di dover firmare il “consenso informato” anche al banco frigo, oppure i polli verranno direttamente coperti da “segreto militare”?
Giacomo Morandi
L'intervista rilasciata dal dottor Leonardo Guerra al Giornale d'Italia
È disponibile anche una video-intervista a Leonardo Guerra sul canale YouTube di Border Nights.
