Il 14 Giugno le Svizzere e gli Svizzeri sono chiamati a decidere se accettare o respingere l’iniziativa per la Sostenibilità. Nota anche come “No ad una Svizzera da 10 milioni di abitanti”, questa non è un’iniziativa come tante altre. Non lo è per il tema e non lo è per il momento storico in cui essa si esplica.
IL CONTESTO
Trent’anni di politica federale intorno all’UE ed alle politiche legate alla libera circolazione, hanno prodotto un risultato oggi oggettivamente misurabile. Mentre l’Unione - artificioso costrutto privo di legittimazione popolare per carenza di una reale rappresentatività democratica - sprofonda politicamente, socialmente ed economicamente nelle falle della sua stessa concezione originaria, Berna non sembra rilevarne il fallimento colossale. Oggi mancare di prendere atto che quell’esperimento è fallito senz’appello, è una posizione pericolosa quanto legarsi alla fune di chi sta precipitando nel vuoto.
IDEOLOGIA O BUON SENSO?
Il tema - va precisato subito - non è ideologico. Credo infatti che oggi siamo arrivati ad un punto di non ritorno in cui il classico spartiacque destra/sinistra, non abbia più alcuna rilevanza rispetto ad un’emergenza ormai conclamata e che dovrebbe vedere i cittadini uniti in una visione in cui io comune denominatore dovrebbe essere il buon senso. Vero è che a tratti questa comunione di vedute si osserva quando in Parlamento, destra e sinistra, per motivi tanto diversi quanto ben legittimi, si ritrovano dalla stessa parte del dibattito. E questa constatazione è importante ai nostri fini, poiché se persino gli esponenti istituzionali dell’ideologia, ovvero i politici, mettono da parte le petizioni di principio a favore di soluzioni di buon senso, a maggior ragione dovremmo noi, i cittadini sovrani che di ogni scelta beneficiano o pagano le conseguenze.
SIAMO SOSTENIBILI?
Il tema non è e non è mai stato EU si o no, libera circolazione si o no, immigrazione si o no. Il tema è ed è sempre stato, molto più semplicemente: è per noi sostenibile? Si tratta di una domanda che ci facciamo circa il nostro ambiente, i nostri consumi, i nostri rifiuti, le nostre plastiche, la nostra alimentazione. E giustamente, aggiungo. Perché la cosiddetta ‘ecologia’ termine dirottato dalla politica ormai decenni or sono e tutt’ora troppo spesso dibattuto in punta di massimi sistemi (ideologici), invero è sempre esistita.
Sino al tempo dei nostri avi più prossimi, la loro quotidianità era permeata di ‘ecologia’. Il termine era assente dai loro dialoghi, ma il concetto di fondo era alla base di ogni loro scelta e decisione. La domanda non era mai riferita alla teoria dell’ecologia ma alla sua pratica applicazione: ce lo possiamo permettere? È sostenibile per noi? Si trattava di mero buon senso e necessità di vita, a volte di sopravvivenza. Ed aveva caratteristica permeante, coinvolgeva ogni aspetto della vita e si reggeva sull’esperienza millenaria che le risorse devono potersi ricostituire per continuare ad assicurare la vita alla comunità. Cosi si ragionava nell’agricoltura come nella pastorizia, nella legna da ardere come nella caccia o nella pesca. Non si azzeravano mai le risorse ad anzi, si contribuiva alla loro rigenerazione, rimettendo in circolo quanto avanzava al consumo, quanto l’uomo produceva per altra via. Non esistevano ‘rifiuti’ ma solo avanzi utili agli animali domestici o all’orto o al bosco.
Oggi, in preda ad una comprensibile inebriante euforia da benessere e tecnologia, abbiamo grandemente perso quel (buon) senso che è universale ed irrinunciabile, pena conseguenze serie e penose. Il quesito del 14 Giugno dunque non è domanda politica o di parte ma la richiesta di un esame di coscienza approfondito.
L’antropizzazione del territorio è un fenomeno oggi studiato diffusamente e ricco di modelli e teorie. Uno studio molto utile in quanto abbiamo appunto perso il contatto con la realtà. Ma i dati ed i modelli ci dicono quello che i nostri bisnonni ci avrebbero detto osservando la natura: non siamo più sostenibili da parecchio tempo ormai. Ma quello che colpisce non è tanto questa conclusione, lapalissiana per quasi tutti se applicata al regno vegetale, la regno animale, ai mari iper-sfruttati, alle isole di plastiche, alle acque inquinate. Quello che colpisce è che questa medesima conclusione tende a venire persa per strada quando osserviamo noi stessi, gli umani, le nostre società. Ogni territorio ha una sua capienza. Come ogni locale ha una sua capienza, raggiunta la quale non può più entrarvi nessuno, così è per una regione, uno stato. Certamente la constatazione di questa circostanza è meno immediata per mere ragioni dimensionali e di complessità del sistema. Ma esiste un limite oltre il quale ogni stato, anche il più esteso come la Cina, non ce la fa più
QUALCHE DATO OGGETTIVO
Questa la pubblicazione del BFS che fotografa la situazione della popolazione al dicembre 1990
https://www.bfs.admin.ch/bfsstatic/dam/assets/346052/master
“ II 4 dicembre 1990 la Svizzera contava 6'874'000 persone. Rispetto al 1980, rappresenta una crescita complessiva di 508'000 persone (+8,0%). Tra il 1980 ed il 1990, il ritmo di aumento e stato dunque nettamente più rapido di quello del decennio precedente dove il tasso di crescita era stato soltanto dell'1,5 percento. Questo incremento é dovuto per due terzi all'immigrazione di stranieri in Svizzera e per un terzo soltanto all'eccedenza delle nascite.” Al dicembre 2025 la popolazione svizzera contava 8’967’407 persone per una crescita complessiva di 2’093’407 persone (+30.45%).
Non serve un matematico per osservare che il ritmo è ulteriormente aumentato da allora. E confrontando questi dati con la natalità, osserviamo un declino di quest’ultima tale per cui l’incidenza dell’immigrazione, nel 1990 pari due terzi, oggi si avvicina ai tre quarti.
Rivediamo i numeri: nel 1980 c’erano circa 6’400’000 persone, mentre oggi ne contiamo circa 9’000’000. Di questi 2’600’000 in più, circa 1’800’000/2’000’000 sono stranieri immigrati. In sostanza, senza contare l’immigrazione precedente al 1980, oggi tra 1/5 ed 1/4 della popolazione è straniera Il che, per chiarezza lo ribadisco, non è un problema in sé.
Non stiamo facendo un ragionamento xenofobo o razzista o classista o di qualche altro genere ideologico. Al contrario, chiunque apprezzi ed ami il nostro modus vivendi ed i valori che ne sono a fondamento, è molto benvenuto. Ma ce lo possiamo permettere? Il territorio, le risorse, ce lo concedono? È sostenibile? Rinvio al lavoro fatto dai promotori dell’iniziativa per una visione di sintesi della possibile risposta.
https://iniziativasostenibilita.ch/argomenti/
Si tratta di materiale divulgativo, dunque semplificato, ma che si regge su dati seri e ben elaborati, tra l’altro a volte proprio da quel Governo Federale che promuove ogni forma di EUizzazione della Confederazione senza adeguatamente ponderare il bilanciamento tra costi e benefici.
LA TRAPPOLA
Da un lato osserviamo che il cittadino sovrano ha dimostrato il suo buon senso con continuità nei decenni, coerentemente votando contro ogni forma di adesione alle varianti più o meno esplicite di adesione alla UE. Dall’altro osserviamo anche che la risposta dello stesso cittadino sovrano alle sollecitazioni alla limitazione dell’immigrazione, è usualmente stata in prevalenza di rigetto. Mentre le ragioni dell’una e dell’altea scelta sono oggetto di molteplici spiegazioni plausibili e ben elaborate a partire dalla politica, dalla sociologia, dall’economia e persino dalla psicologia, a me qui interessa sottolineare la distonia di questa situazione ed osservarne la ragione.
Da un lato il rigetto di ogni forma di adesione alla UE è l’espressione di un desiderio di sovranità ed indipendenza o, come ben si afferma, di esser padroni a casa nostra.
Dall’altro il rigetto delle ipotesi di limitazione più o meno radicale dell’immigrazione, a me sembra sconti un fraintendimento di fondo che ha a che vedere con la percezione di cosa sia la UE. La libera circolazione è la summa, la sintesi dell’intero impianto concettuale dell’Unione e la ragion d’essere della sua esistenza.
Ma è anche qualcos’altro
Non si può dire se per strategia o per conseguenza naturale, ma la libera circolazione - che per la Svizzera equivale ad immigrazione - è anche il grimaldello, il piede di porco, il rivolo d’acqua per scardinare le resistenze anti-unioniste. Vediamo di cosa stiamo parlando. Bruxelles è un apparato di potere non democratico (fatto conclamato e non petizione ideologia, si vedano gli Statuti dell’UE) che conta circa 80’000 tra dipendenti e funzionari (senza contare gli organismi connessi come l’Ocse e simili) e ben 17’000 lobbisti registrati ufficialmente (oltre a quelli ufficiosi).
Washington per paragone, ne registra 14’000
La UE conta infine circa 450 milioni di persone per 27 stati che coprono l’intero continente sino ad Est al blocco russo Ad eccezione di una sola area che rappresenta l’1% del continente ed il 2% della popolazione europea: la Svizzera. Una macchina di queste dimensioni e potenza, non può non volere l’annessione anche di questo microscopico territorio che però è al suo centro e presidia le principali vie Nord-Sud oltre che essere uno dei paesi più ricchi ed evoluti al mondo. Una macchina che esprime gli interessi economici di tante e tali multinazionali, non ha però bisogno di annettere a sé ogni centimetro di territori. Se ci riesce, tanto meglio, ma altrimenti non è una strategia nuova di questo secolo quella di rinunciare all’invasione quando impossibile e favorire l’infiltrazione.
La libera circolazione, l’immigrazione senza canoni di riferimento a questo anche serve. Ad accedere di fatto alla Confederazione laddove quest’ultima (rectius i suoi cittadini) non intende accedere alla UE. La trappola è questa, non realizzare che UE ed immigrazione (dalla prospettiva Svizzera) sono la stessa cosa, due facce della medesima medaglia, e che dunque il voto sull’un tema e sull’altro non può che essere il medesimo per chi tenga alla propria indipendenza e sia (giustamente) spaventato dal buco nero in cui sta precipitando la UE. E non si tratta di mera speculazione. Che Bruxelles stia cercando di infiltrare la Svizzera per aggirarne la resistenza, è anche visibile nella strisciante collaborazione della Suisse Armee con la Nato che, senza alcuna ragione oggettiva, di recente ha aperto una rappresentanza diplomatica (?) a Ginevra.
Si rileva nella struttura stessa degli accordi istituzionali, così definiti da Bruxelles, che Berna insiste a chiamare bilaterali. Accordi che si vogliono assumere senza sentire il cittadino sovrano e che per via burocratica (si vedano gli 80’000 impiegati e dirigenti che operano a Bruxelles) smantellano uno per uno tutti gli elementi su cui si regge l’impianto Svizzero, prima fra tutte la democrazia diretta. Non attraverso un’adesione e neppure per via di leggi (referendabili) ma per via di provvedimenti amministrativi che Berna già da anni recepisce acriticamente ed incidono sulla nostra quotidianità: dalla finanza, alla circolazione, dalle sanzioni al transito delle merci, già da anni decide Bruxelles per noi.
CONCLUSIONE
Al rigetto della UE deve corrispondere l’accoglimento delle politiche di limitazione dell’immigrazione. È un fatto di buon senso: a casa nostra a fare la grigliata invitiamo quei tanti che ci stanno, non tutto il quartiere. È un fatto di coerenza: non si può volersi lontani dalla UE ed accoglierne l’essenza primigenia ed informatrice. Il 14 giugno è molto importante in quanto ci si chiede di porre una limitazione, di prevenire un danno che si sta già consumando. Del resto il notissimo economista e premio Nobel Milton Friedman lo chiarì senza ombra di dubbio, affermando: Non puoi avere contemporaneamente immigrazione libera e uno stato sociale. Questo paese è ampiamente più benestante di tutti i suoi vicini ed il suo sistema sociale è invidiabile. È di conseguenza inevitabile che attiri a sé più persone di quante ne possa gestire. Esiste in questo frangente la necessità di uno studio approfondito del tema in votazione il 14 giugno, prima e pregiudizialmente alla decisione di non votare o di respingere l’iniziativa “per sentito dire” o perché “proposta dal partito x o y”.
Ed anche di diffondere senz’altro questo appello al ragionamento in quanto siamo arrivati all’Uno per Tutti e Tutti per Uno di plurisecolare memoria.
avv Marco G. Bonalanza
(geschäftsleitung / trustee)
AQUILON AG
