Dalle violenze delle bande armate di Cité Soleil ai bombardamenti nel sud del Libano, Medici Senza Frontiere denuncia una realtà sempre più drammatica: ospedali, pazienti e soccorritori finiscono nel mirino dei conflitti. Due crisi lontane tra loro, ma unite dalla stessa emergenza umanitaria.
Migliaia di chilometri separano Haiti dal Libano. Diverse sono le cause delle rispettive crisi, differenti gli attori coinvolti e i contesti politici che le alimentano. Eppure, nelle ultime ore, due comunicati diffusi da Medici Senza Frontiere raccontano una realtà sorprendentemente simile: quella di civili intrappolati dalla violenza e di strutture sanitarie che non riescono più a garantire cure e protezione.
Ad Haiti, l'intensificarsi degli scontri tra gruppi armati nella zona di Cité Soleil ha costretto Medici Senza Frontiere a sospendere le attività dell'ospedale per la maternità Isaïe Jeanty, una delle poche strutture sanitarie in grado di fornire assistenza ostetrica e ginecologica a una popolazione già fortemente vulnerabile. Secondo l'organizzazione, le sparatorie hanno raggiunto le mura dell'ospedale, provocando panico e sfollamenti tra i residenti. Più di cento persone, soprattutto donne e bambini, hanno cercato rifugio all'interno della struttura mentre i combattimenti infuriavano nelle strade circostanti.
La situazione è rapidamente diventata insostenibile. Una donna è stata ferita da un proiettile vagante all'interno dell'ospedale e le équipe mediche hanno continuato a operare in condizioni sempre più precarie, fino alla decisione di evacuare il personale e sospendere completamente le attività. Per circa 300.000 abitanti di Cité Soleil, l'accesso alle cure sanitarie è oggi ridotto ai minimi termini, con conseguenze particolarmente gravi per le donne in gravidanza e per le emergenze ostetriche.
Nello stesso periodo, a oltre diecimila chilometri di distanza, Medici Senza Frontiere ha lanciato un allarme altrettanto preoccupante dal sud del Libano. Nella provincia di Nabatiyeh, gli attacchi israeliani hanno provocato un massiccio afflusso di feriti all'ospedale Najdeh Al-Shaabiyeh. In poche ore sono state trasportate nella struttura decine di vittime, tra morti e feriti, molti dei quali in condizioni critiche. Le équipe sanitarie si sono trovate ad affrontare casi di gravi traumi cranici, emorragie, ferite da schegge e amputazioni.
Secondo quanto riferito dall'organizzazione, numerosi civili risultano ancora intrappolati nelle aree colpite, mentre le squadre di soccorso incontrano enormi difficoltà nel raggiungere i feriti. Il rischio di essere coinvolti nei bombardamenti rende estremamente pericolose le operazioni di emergenza e limita la capacità di intervento di ambulanze e soccorritori. Per questo MSF ha definito la situazione di Nabatiyeh una vera e propria "trappola mortale".
Le due vicende si sviluppano in scenari profondamente diversi. Ad Haiti la minaccia è rappresentata dalla crescente forza delle bande armate che contendono il controllo del territorio allo Stato. In Libano il contesto è quello di un conflitto armato che coinvolge attori statali e militari. Tuttavia, per la popolazione civile, le conseguenze appaiono sorprendentemente simili: l'accesso alle cure diventa sempre più difficile, le strutture sanitarie vengono danneggiate o paralizzate e il personale medico opera sotto una pressione costante.
Si tratta di una tendenza che preoccupa sempre più le organizzazioni umanitarie. Il diritto internazionale umanitario prevede infatti la protezione di ospedali, ambulanze, operatori sanitari e pazienti durante i conflitti. Nella pratica, però, molte delle guerre e delle crisi contemporanee sembrano rendere sempre più fragile questa protezione.
Le immagini provenienti da Haiti e dal Libano raccontano storie diverse ma pongono la stessa domanda. Se perfino un ospedale per la maternità o un'équipe di soccorso non possono più essere considerati luoghi sicuri, quale spazio resta oggi per la tutela dei civili nei conflitti del XXI secolo?
