La Svizzera del 2026 viene spesso criticata usando argomenti che descrivono la Svizzera del 1985. E persino la Svizzera del 1985 era più complessa e trasparente di come viene raccontata oggi.
Ogni epoca ha i suoi miti duri a morire. Per alcuni è Atlantide. Per altri Elvis Presley. Per una parte del dibattito politico europeo, invece, il mito immortale è il segreto bancario svizzero. Negli ultimi anni il tema del segreto bancario svizzero è stato spesso associato al dibattito sui paradisi fiscali, nonostante importanti cambiamenti normativi abbiano modificato profondamente il sistema finanziario della Confederazione. Non importa che siano passati decenni. Non importa che il mondo finanziario sia stato rivoluzionato dalla globalizzazione, dall'informatica, dall'OCSE, dall'Unione Europea e dalle nuove normative internazionali.
Quando si parla di evasione fiscale, prima o poi qualcuno tirerà fuori il classico cliché: "Eh, ma la Svizzera…”, e a quel punto manca soltanto una foto in bianco e nero di un banchiere con il sigaro e una valigetta piena di contanti.
Un po' di storia non fa mai male
La memoria è una cosa curiosa. Ci aiuta a ricordare ciò che ci fa comodo e a dimenticare il resto.
Molti ricordano perfettamente che durante Mani Pulite emersero conti bancari in Svizzera.
Un po’ meno, sono quelli che ricordano il cosiddetto “conto del signor G”, emerso durante le inchieste di Mani Pulite e spesso associato al lavoro svolto dalla magistratura svizzera e dalla procuratrice Carla Del Ponte.
Ancora meno persone, ricordano però il dettaglio più importante: se quelle informazioni arrivarono ai magistrati italiani, significa che qualcuno gliele fornì, e quel qualcuno non era certamente un hacker ma la magistratura svizzera.
Questo ci insegna che già all'inizio degli anni Novanta, in presenza di indagini penali e richieste formalmente corrette, la cooperazione giudiziaria internazionale consentiva di ottenere documentazione bancaria. Non era semplice e tantomeno immediato ma era indiscutibilmente possibile.
Questo non significa che il segreto bancario non esistesse, ma significa che non era di certo il muro invalicabile che ancora oggi viene raccontato in certi dibattiti televisivi da soggetti che pontificano sul “sentito dire”.
Tre parole che spesso vengono confuse
A questo punto è doveroso fare un po’ di chiarezza su tre concetti completamente diversi che, troppo spesso utilizzati come sinonimi pur descrivendo realtà molto diverse, hanno dato vita a confusione e luoghi comuni: il segreto bancario, la cooperazione giudiziaria e lo scambio automatico di informazioni fiscali. Tre cose tanto diverse, che ad approssimarle, sarebbe come accomunare una bicicletta, un treno e un aereo soltanto perché hanno tutti delle ruote.
Il segreto bancario è l'obbligo di riservatezza che vincola la banca nei confronti del cliente. In pratica, il direttore della banca non può raccontare a cani e porci quanti soldi avete sul conto o quali operazioni avete effettuato. È una tutela della sfera privata del correntista, non un lasciapassare per attività illegali.
La cooperazione giudiziaria entra invece in gioco quando esiste un'indagine penale. Se un magistrato straniero sospetta un reato come corruzione, riciclaggio o truffa e presenta una richiesta formalmente corretta, le autorità svizzere possono acquisire documenti bancari e trasmetterli allo Stato richiedente. È quanto accadde, ad esempio, durante le inchieste di Mani Pulite di cui vi ho già scritto nelle prime righe.
Lo scambio automatico di informazioni fiscali, infine, è il sistema attuale. Qui non serve alcuna indagine e non interviene alcun magistrato. Le banche raccolgono determinate informazioni fiscali sui clienti stranieri e le autorità fiscali le trasmettono automaticamente, ogni anno, alle autorità del Paese di residenza del contribuente. In altre parole, non si aspetta più che qualcuno faccia una richiesta: le informazioni vengono scambiate in modo sistematico e preventivo.
Dalla Svizzera del “libretto” al mondo delle criptovalute
Negli anni Ottanta il rapporto tra cittadino e banca era quasi artigianale: si entrava in filiale, si parlava con il direttore e si firmavano documenti cartacei. I dati non attraversavano certo i confini con la velocità di un attuale router domestico.
Oggi, invece, viviamo in un mondo nel quale gli Stati discutono di criptovalute, valute digitali delle banche centrali e scambio automatico di informazioni fiscali su scala globale.
Eppure, in certi dibattiti, sembra che il calendario si sia fermato al 1985. Come diceva Leonardo Da Vinci: “chi nega la ragion delle cose, pubblica la sua ignoranza.”
Le classifiche che raccontano solo metà della storia
A questo punto qualcuno potrebbe obiettare che le classifiche internazionali esistono e che la Svizzera continua effettivamente a comparire nelle prime posizioni.
L'obiezione è corretta. Ma è qui che la questione si fa più interessante.
Prendiamo ad esempio il Corporate Tax Haven Index della Tax Justice Network, uno degli strumenti più citati quando si parla di fiscalità internazionale e pianificazione fiscale delle multinazionali. Nell'edizione consultata il 1 luglio 2026 il podio è occupato dalle Isole Vergini Britanniche, dalle Isole Cayman e dalla Svizzera. Seguono Bermuda, Singapore, Hong Kong, Paesi Bassi, Jersey, Irlanda e Lussemburgo.
A prima vista sembrerebbe la conferma definitiva dell'accusa: la Svizzera è terza al mondo.
Fine della discussione.
Figura 1: Screenshot Corporate Tax Haven Index (al 1 luglio 2026)
Oppure no.
Perché basta osservare la classifica con un minimo di attenzione per accorgersi di un dettaglio che raramente viene spiegato al grande pubblico. Delle prime dieci giurisdizioni presenti nella graduatoria, ben cinque non sono Stati sovrani indipendenti. Le Isole Vergini Britanniche e le Isole Cayman sono territori britannici d’oltremare. Bermuda è un territorio britannico d’oltremare. Jersey è una dipendenza della Corona britannica. Hong Kong è una Regione Amministrativa Speciale della Repubblica Popolare Cinese.
La Svizzera, invece, è uno Stato sovrano. Singapore è uno Stato sovrano. Irlanda, Lussemburgo e Paesi Bassi sono Stati sovrani.
Può sembrare una sottigliezza amministrativa. In realtà cambia completamente il modo in cui percepiamo le classifiche.
Quando compare la Svizzera, compare la Svizzera. Quando compare Jersey, non compare il Regno Unito. Quando compaiono le Cayman, non compare il Regno Unito. Quando compare Hong Kong, non compare la Cina.
La conseguenza è che alcuni grandi sistemi economici risultano frammentati in molteplici giurisdizioni, mentre altri vengono rappresentati da un solo nome. Non è una manipolazione. È semplicemente il modo in cui funzionano questi indici. Ma comprenderlo aiuta a leggere i dati con maggiore consapevolezza. E soprattutto aiuta a evitare conclusioni troppo affrettate.
Il caso americano
La questione diventa ancora più interessante quando si guarda agli Stati Uniti. Nel Corporate Tax Haven Index gli Stati Uniti occupano soltanto il venticinquesimo posto. Una posizione che potrebbe sorprendere chi segue il dibattito internazionale sulla fiscalità.
Il motivo è semplice. Il Delaware non compare come Delaware, il Wyoming non compare come Wyoming, il South Dakota non compare come South Dakota e il Nevada non compare come Nevada. Tutte queste realtà vengono assorbite nella voce "Stati Uniti d'America".
Eppure, negli ultimi anni, proprio questi Stati federati sono stati spesso indicati da fiscalisti, avvocati e organizzazioni internazionali come giurisdizioni particolarmente attrattive per trust patrimoniali, società a responsabilità limitata e strutture di protezione patrimoniale. È un po' come se si volesse valutare l'intero sistema svizzero osservando contemporaneamente Zurigo, Ginevra, Zugo, Lugano e Basilea come un'unica entità, mentre altri territori venissero conteggiati separatamente. Ancora una volta, non si tratta di una critica alla metodologia. Si tratta semplicemente di comprendere cosa stiamo osservando.
La geografia fiscale è più complessa degli slogan
La morale della storia è piuttosto semplice e le classifiche sono utili. Anzi, sono indispensabili. Ma non sostituiscono l'analisi.
Dire che la Svizzera occupa una determinata posizione in una graduatoria internazionale è un dato oggettivo. Affermare che ciò basti a descrivere l'intero fenomeno della concorrenza fiscale globale è invece una conclusione molto più discutibile.
La realtà è che la geografia della finanza internazionale assomiglia sempre meno a una carta geografica tradizionale. È un mosaico composto da Stati sovrani, territori d'oltremare, dipendenze della Corona, regioni amministrative speciali e Stati federati che operano all'interno di grandi federazioni. Per questo motivo, quando si parla di paradisi fiscali nel 2026, la domanda non dovrebbe essere soltanto "dove si trova la Svizzera in classifica?", ma anche "chi manca dalla fotografia e perché?".
Primo punto: il segreto bancario non è più quello di una volta
Dal 2017-2018 la Svizzera applica il sistema CRS dell'OCSE (Common Reporting Standard) e scambia automaticamente informazioni fiscali con decine di Stati e giurisdizioni partner, tra cui tutti i principali Paesi europei.
Tradotto in italiano corrente: Se un cittadino italiano residente fiscalmente in Italia possiede un conto in Svizzera, le informazioni previste dagli accordi internazionali vengono trasmesse automaticamente all'autorità fiscale italiana. Questo, ovviamente, non è compatibile con l'immagine tradizionale del "conto segreto numerato invisibile al fisco”. Quella stagione è sostanzialmente terminata.
Figura 2: Giurisdizioni fiscalmente attrattive: differenze tra concorrenza fiscale, segretezza finanziaria, opacità societaria e vulnerabilità all'utilizzo abusivo.
Valutazione editoriale elaborata da Chiasso TV sulla base di fonti pubbliche internazionali. I punteggi non costituiscono una misurazione scientifica ma una sintesi giornalistica di diversi indicatori.
Secondo punto: il Corporate Tax Haven Index non misura principalmente il segreto bancario
Ed è qui che nasce il malinteso. La Tax Justice Network non sta dicendo che la Svizzera nasconde ancora i soldi come negli anni Ottanta ma sta dicendo che la Svizzera continua a offrire strutture fiscali e societarie che possono risultare molto attrattive per multinazionali e grandi patrimoni.
Sono due concetti completamente differenti.
L’esempio per la sciura Maria
Paese A
- scambia automaticamente informazioni fiscali;
- collabora con i magistrati;
- non nasconde i conti bancari;
- ha una tassazione moderata.
Paese B
- non scambia informazioni;
- consente società anonime;
- protegge l'identità dei beneficiari effettivi.
Il Paese B è chiaramente opaco, ma entrambi potrebbero essere considerati fiscalmente attrattivi, e la Tax Justice Network tende a mettere molta enfasi sul secondo aspetto.
Perché la Svizzera non dovrebbe stare nello stesso gruppo delle Cayman?
Non perché la Svizzera sia immune da abusi o scandali finanziari, ma perché la natura degli strumenti disponibili e il livello di trasparenza richiesto oggi sono profondamente diversi. O più semplicemente perchè trasferirsi in un Paese con una tassazione più favorevole non è un reato e non costituisce necessariamente un abuso. Milioni di persone scelgono dove vivere, lavorare o investire anche sulla base del regime fiscale. Diverso è il caso di strutture concepite principalmente per occultare l'identità dei beneficiari effettivi, schermare patrimoni o rendere difficile il lavoro delle autorità fiscali e giudiziarie. Mettere sullo stesso piano questi due fenomeni rischia di generare più confusione che chiarezza.
Concorrenza fiscale legittima, segretezza finanziaria, opacità societaria, riciclaggio ed evasione,
sono quattro cose completamente diverse, e troppo spesso vengono buttate tutte nello stesso sacco con l'etichetta "paradiso fiscale". Ed è proprio lì che il dibattito smette di essere informazione e diventa slogan.
Quindi, il fatto che la Tax Justice Network abbia il pieno diritto di costruire il proprio indice secondo i propri criteri, non giustifica le interpretazioni qualunquistiche utilizzate per qualche copia, click o punto di audience in più.
Difendere la precisione dei fatti non significa difendere la Svizzera. Significa semplicemente distinguere tra ciò che è documentato e ciò che appartiene ormai più alla leggenda che alla realtà.
Concludendo…
Ci siamo presi la briga di verificare anche se la Svizzera fosse quantomeno “in odore” di corruzione nel settore pubblico. Una condizione che molti ritengono favorevole allo sviluppo di fenomeni di corruzione e criminalità finanziaria. Per questo abbiamo consultato il Corruption Perceptions Index (CPI) pubblicato da Transparency International, una delle principali organizzazioni non governative impegnate a livello mondiale nella lotta alla corruzione. Ebbene, abbiamo scoperto che la Svizzera si colloca nel gruppo di testa dei Paesi percepiti come meno corrotti al mondo, condividendo con Norvegia e Lussemburgo un punteggio di 81 punti su 100 nella classifica mondiale.
Figura 3: Dove si colloca la Svizzera? Il confronto europeo secondo il Corruption Perceptions Index 2024 di Transparency International.
E qui la domanda sorge spontanea: Se la Svizzera fosse davvero il Far West finanziario che talvolta viene descritto nel dibattito pubblico, come si spiega che gli stessi osservatori internazionali la collochino contemporaneamente tra i Paesi europei con la minore corruzione nel settore pubblico?
Forse la vera lezione di questa vicenda è che il mondo reale è più complesso degli slogan. La Svizzera non è un paradiso. Non lo è mai stata. Ma non è nemmeno la caricatura che ancora oggi viene evocata in molti dibattiti politici e televisivi. Prima di impartire lezioni agli altri, forse sarebbe utile guardare anche dentro casa propria. Talvolta si scopre che i problemi che attribuiamo agli altri sono più vicini di quanto immaginiamo. E che, nel frattempo, il mondo è cambiato. Tranne certi luoghi comuni.



