Nigeria, cui prodest? La fame avanza mentre petrolio, denaro e terrorismo seguono strade diverse

Scritto il 14/07/2026
da Giacomo Morandi


Il Paese più popoloso dell’Africa possiede immense ricchezze energetiche, ma milioni di cittadini non riescono a nutrirsi. Seguendo i luoghi degli attacchi, le attività estrattive e le reti finanziarie del jihadismo emergono fatti documentati, anomalie e domande ancora senza risposta.

Nel precedente approfondimento dedicato alla Nigeria abbiamo concluso con una domanda: cui prodest?

A chi giova che uno dei Paesi potenzialmente più ricchi dell’Africa conviva con fame, violenza, sequestri e milioni di persone escluse dai benefici delle proprie risorse?
La domanda non contiene già una risposta. Non autorizza a indicare mandanti senza prove né a trasformare coincidenze e sospetti in certezze. Impone però di mettere in ordine alcuni elementi: che cosa possiede la Nigeria, chi estrae e commercializza quelle ricchezze, dove operano Boko Haram e ISWAP, quali obiettivi colpiscono e attraverso quali canali riescono a finanziarsi.

Un Paese ricco che non riesce a sfamarsi
Il Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite ha denunciato che la crisi alimentare nel nord della Nigeria ha raggiunto livelli che non si registravano da quasi dieci anni. Nel Paese decine di milioni di persone vivono diverse forme di insicurezza alimentare; nelle aree settentrionali colpite dal conflitto, milioni affrontano condizioni particolarmente gravi, mentre la riduzione degli aiuti internazionali restringe ulteriormente la capacità d’intervento.
È il volto più doloroso di un paradosso nazionale. La Nigeria dispone di grandi riserve di petrolio e gas, vaste terre coltivabili e numerosi minerali solidi. Eppure la sua economia continua a dipendere in misura determinante dagli idrocarburi: ancora nel quarto trimestre del 2024 il petrolio greggio rappresentava quasi il 69 per cento del valore complessivo delle esportazioni.
Secondo la Nigeria Extractive Industries Transparency Initiative, tra il 1999 e il 2023 il settore petrolifero e del gas ha generato complessivamente oltre 831 miliardi di dollari di entrate dichiarate. Per il solo 2023, NEITI indica circa 45,2 miliardi di dollari provenienti da petrolio e gas, contro circa 2,1 miliardi attribuiti ai minerali solidi.
Sono cifre enormi. Ma la quantità di denaro generata non dice, da sola, come quella ricchezza venga distribuita, quanta ne rimanga effettivamente nel Paese né quanto raggiunga le famiglie che oggi devono scegliere tra cibo, cure mediche e istruzione.



Chi estrae le ricchezze nigeriane
Il settore degli idrocarburi è costruito attorno alla compagnia nazionale NNPC Limited, alle concessioni statali e a una rete di operatori nigeriani e internazionali. Per decenni tra i protagonisti figurano gruppi come Shell, Chevron, ExxonMobil, TotalEnergies ed Eni, accanto a imprese locali cresciute attraverso acquisizioni e nuovi assetti societari.
Negli ultimi anni alcune multinazionali hanno ceduto attività terrestri nel Delta del Niger, concentrandosi maggiormente sui giacimenti offshore, mentre compagnie nigeriane hanno assunto un ruolo più ampio nella produzione interna. Il quadro rimane però complesso: concessioni, partecipazioni, contratti di produzione condivisa e joint venture distribuiscono rischi, costi e profitti tra Stato, NNPC e operatori privati. I documenti della Nigerian Upstream Petroleum Regulatory Commission mostrano una costellazione molto vasta di titolari, società veicolo e partecipazioni nelle licenze petrolifere.
La Nigeria sta inoltre offrendo nuovi blocchi petroliferi e del gas agli investitori. Nel 2026 l’autorità di regolazione ha confermato che la tornata di licenze comprende 50 blocchi, presentando l’operazione come uno strumento per aumentare produzione, investimenti e partecipazione locale.
La ricchezza, dunque, non è teorica. Viene estratta, venduta e trasformata ogni giorno. Il problema è comprendere chi trattiene il valore lungo la filiera: Stato federale, governi locali, NNPC, compagnie, intermediari, raffinatori, commercianti internazionali e azionisti.

Due conflitti in due Nigerie diverse
Osservando la carta geografica emerge un elemento fondamentale.
Il cuore storico dell’industria petrolifera si trova nel Delta del Niger e nelle acque meridionali, mentre Boko Haram e la Provincia dell’Africa Occidentale dello Stato Islamico, ISWAP, operano soprattutto nel nord-est, nel Borno e nel bacino del Lago Ciad.
Gli attacchi contro oleodotti, terminali e installazioni petrolifere del sud sono stati generalmente collegati a milizie del Delta, sabotatori, ladri di greggio e reti criminali locali. Le motivazioni dichiarate o attribuite a queste formazioni comprendono il controllo dei proventi petroliferi, le rivendicazioni delle comunità locali, l’estorsione e il contrabbando.
Boko Haram e ISWAP hanno invece concentrato gran parte della loro violenza contro villaggi, scuole, mercati, luoghi di culto, convogli, reti elettriche, postazioni governative e basi militari. Nel novembre 2024, per esempio, circa duecento combattenti attaccarono un convoglio incaricato di sorvegliare impianti della rete elettrica, facendo scomparire sette agenti addetti alla protezione delle infrastrutture.
Questa diversa distribuzione degli obiettivi può avere spiegazioni immediate e concrete. Le grandi installazioni petrolifere meridionali si trovano a centinaia di chilometri dal principale territorio operativo jihadista, in un ambiente sociale, geografico e militare differente. Colpire piattaforme offshore o terminali protetti richiede inoltre capacità logistiche molto diverse da quelle necessarie per assaltare un villaggio o una caserma isolata.
La distanza geografica è quindi un elemento essenziale. Ma non esaurisce necessariamente tutte le domande.



L’attacco che fermò le ricerche petrolifere nel Lago Ciad
Un precedente importante esiste.
Nel luglio 2017 una squadra impegnata nelle esplorazioni petrolifere della NNPC nel bacino del Lago Ciad fu attaccata e rapita da una fazione di Boko Haram collegata allo Stato Islamico. Nell’operazione e nei combattimenti successivi morirono almeno 37 persone tra tecnici, geologi, militari e componenti delle forze locali di autodifesa. L’episodio bloccò di fatto le attività esplorative nell’area.
Questo caso dimostra che, quando le attività petrolifere hanno cercato di avvicinarsi al territorio controllato o conteso dai jihadisti, sono diventate un obiettivo.
Non possiamo quindi affermare che Boko Haram “protegga” sistematicamente l’industria estrattiva. Sarebbe una conclusione non sostenuta dai fatti. Possiamo però osservare che i grandi impianti meridionali non rappresentano il suo teatro operativo abituale, mentre l’esplorazione settentrionale è stata colpita duramente quando ha tentato di entrare nel bacino del Lago Ciad.

Da dove arriva il denaro dei gruppi armati
Boko Haram e ISWAP non combattono senza risorse. Devono acquistare carburante, motociclette, telefoni, viveri, munizioni e materiale tecnologico; devono mantenere uomini, informatori e reti logistiche.
Una parte considerevole di queste risorse viene prodotta localmente. Nel bacino del Lago Ciad i gruppi armati impongono tasse a pescatori, allevatori, commercianti e comunità; ricorrono a estorsioni, sequestri, contrabbando e saccheggio; dopo gli assalti alle basi militari sottraggono armi, veicoli e munizioni. Anche recenti resoconti sugli attacchi nella regione ricordano che le organizzazioni jihadiste finanziano le proprie attività imponendo tributi alle popolazioni controllate.
Ma parlare soltanto di autofinanziamento locale sarebbe incompleto.
Nel 2020 la Corte federale d’appello degli Emirati Arabi Uniti condannò sei cittadini nigeriani per aver trasferito complessivamente 782.000 dollari da Dubai a Boko Haram, attraverso operazioni compiute tra il 2015 e il 2016. Nel 2022 il Tesoro degli Stati Uniti sanzionò gli stessi individui, rendendo pubblici nomi e collegamenti.
Il fatto è rilevante: dimostra l’esistenza di almeno una rete internazionale organizzata per trasferire denaro al gruppo. Non prova il coinvolgimento del governo degli Emirati, che ha invece arrestato e condannato i responsabili. Non identifica neppure un unico grande finanziatore straniero. Mostra però che il jihadismo nigeriano non vive in un circuito completamente isolato.

Finanziatori individuati, nomi rimasti nell’ombra
Le autorità nigeriane hanno dichiarato più volte di avere identificato numerosi finanziatori, collaboratori, società e uffici di cambio collegati al terrorismo. Eppure, per lunghi periodi, soltanto una parte di queste informazioni è stata resa pubblica o trasformata in processi visibili.
Questa opacità alimenta inevitabilmente sospetti. Non dimostra che lo Stato protegga consapevolmente i gruppi armati, ma rende più difficile comprendere chi muova il denaro, quali interessi economici siano coinvolti e perché molte reti sopravvivano nonostante anni di indagini e cooperazione internazionale.
La domanda non è soltanto: chi invia il denaro?
Occorre chiedersi anche chi apre i conti, chi converte le valute, chi trasferisce i fondi, chi mette a disposizione società di copertura e chi permette agli intermediari di operare abbastanza a lungo da sostenere una guerriglia.

Chi guadagna e chi perde
A guadagnare legalmente dalle risorse nigeriane sono lo Stato, NNPC, le compagnie estrattive, i fornitori, i commercianti, i raffinatori e gli acquirenti internazionali. A guadagnare illegalmente sono invece reti che rubano greggio, sabotano oleodotti, gestiscono raffinerie clandestine o impongono tributi nei territori fuori dal pieno controllo governativo.
A perdere sono soprattutto le comunità.
Nel Delta del Niger, decenni di estrazione hanno lasciato inquinamento, tensioni e richieste di redistribuzione. Nel nord-est, il terrorismo ha distrutto villaggi, agricoltura, scuole, mercati e strutture sanitarie. Tra questi due estremi rimane un Paese nel quale la ricchezza estratta non riesce a proteggere milioni di persone dalla fame.
L’instabilità produce costi enormi per lo Stato e per la popolazione. Ma non tutti perdono allo stesso modo. Le esportazioni continuano, i contratti proseguono, nuovi blocchi vengono offerti e gli investitori continuano a manifestare interesse. Parallelamente, nelle zone colpite dalla violenza, lo Stato spende risorse per combattere, ricostruire e assistere gli sfollati, mentre la popolazione vede rinviati sviluppo, sanità e sicurezza alimentare.

Cui prodest?
I fatti raccolti non consentono di affermare che Boko Haram o ISWAP siano strumenti creati o finanziati dalle compagnie che operano nel settore estrattivo. Non esiste una prova pubblica che permetta di sostenere una simile accusa.
Mostrano però un quadro che merita attenzione:
la Nigeria genera decine di miliardi attraverso petrolio e gas; milioni di cittadini vivono nell’insicurezza alimentare; la violenza jihadista si concentra soprattutto nel nord-est; il cuore petrolifero meridionale è colpito prevalentemente da altre milizie e reti criminali; quando le esplorazioni sono entrate nel bacino del Lago Ciad sono state attaccate; almeno alcuni finanziamenti a Boko Haram sono transitati attraverso circuiti internazionali; numerosi finanziatori e intermediari indicati dalle autorità sono rimasti a lungo lontani da una piena esposizione pubblica.
Questi elementi non compongono automaticamente una prova contro qualcuno. Compongono però un puzzle.
E davanti a un puzzle incompleto il compito del giornalismo non è inventare il tassello mancante. È mostrare quelli disponibili, indicare da dove provengono e formulare le domande che restano aperte.
Chi trae vantaggio da una Nigeria abbastanza stabile da continuare a esportare petrolio e gas, ma troppo fragile per distribuire equamente la propria ricchezza?
Chi guadagna dalla guerra clandestina, dai riscatti, dal contrabbando e dalle reti finanziarie che attraversano le frontiere?
Perché, dopo oltre quindici anni di insurrezione, l’identità e il percorso giudiziario di molti presunti finanziatori restano poco trasparenti?
E soprattutto: come può un Paese che ha generato centinaia di miliardi di dollari dalle proprie risorse lasciare milioni di cittadini davanti alla scelta tra mangiare e curarsi?