Esperti delle Nazioni Unite condannano la confisca della Chiesa evangelica di St. Peter a Teheran e lo sfratto di 27 appartenenti alle minoranze cristiane. Il caso riporta l'attenzione internazionale sul progressivo restringimento della libertà religiosa nella Repubblica Islamica.
La questione della libertà religiosa in Iran torna al centro dell'attenzione internazionale. Un gruppo di esperti delle Nazioni Unite ha infatti condannato pubblicamente la confisca del complesso della Chiesa Evangelica di St. Peter a Teheran e lo sgombero forzato dei residenti appartenenti alle minoranze cristiane armene e assire riconosciute ufficialmente dallo Stato iraniano.
Secondo quanto riportato dagli esperti ONU, circa venti famiglie, molte delle quali a basso reddito e residenti da molti anni nel complesso ecclesiastico, avrebbero ricevuto appena due settimane di tempo per lasciare le proprie abitazioni. Ai responsabili della chiesa sarebbe inoltre stato prospettato l'arresto qualora non avessero dato esecuzione all'ordine di sgombero. L'ultimo residente avrebbe lasciato il complesso il 12 luglio, alimentando il timore che l'intera struttura possa essere demolita.
Nel comunicato, gli esperti delle Nazioni Unite ricordano che gli sgomberi forzati risultano incompatibili con il diritto internazionale dei diritti umani, soprattutto quando colpiscono comunità appartenenti a minoranze religiose ed etniche riconosciute.
Un fenomeno che va oltre il singolo episodio
L'episodio della Chiesa di St. Peter non viene descritto come un fatto isolato.
Secondo gli esperti ONU rappresenta piuttosto l'ultimo tassello di una progressiva riduzione degli spazi di libertà concessi ai cristiani iraniani, in particolare a quelli che celebrano il culto in lingua persiana.
Il documento ricorda che in passato l'Iran ospitava circa cinquanta chiese protestanti, molte delle quali celebravano le funzioni proprio in persiano. Oggi, secondo la ricostruzione riportata, nessuna di esse svolge più regolarmente attività religiosa in quella lingua: molte sono state chiuse, altre hanno cessato le celebrazioni o non hanno più ottenuto l'autorizzazione a riaprire dopo la pandemia di COVID-19.
Vengono inoltre richiamati altri episodi avvenuti negli ultimi anni, tra cui la chiusura della Chiesa Presbiteriana Assira di Tabriz nel 2019 e la demolizione, nel giugno 2026, di una chiesa presbiteriana a Mashhad che era già stata costretta a interrompere le proprie attività decenni prima.
Arresti e detenzioni
Nel comunicato richiamato dagli esperti ONU emerge anche un quadro più ampio riguardante la condizione dei cristiani nel Paese.
Oltre alla chiusura e alla confisca delle chiese, vengono segnalati arresti, detenzioni e maltrattamenti nei confronti dei fedeli. Secondo le informazioni riportate, almeno 79 cristiani sarebbero attualmente detenuti o incarcerati, la grande maggioranza dei quali convertiti dal cristianesimo. Alcuni avrebbero denunciato di essere stati costretti a confessare sotto tortura.
Il ruolo delle Nazioni Unite
Gli esperti delle Nazioni Unite hanno reso noto di aver già avviato contatti con le autorità iraniane per chiedere chiarimenti sulla vicenda.
Parallelamente, la Fondazione Porte Aperte (Open Doors), che da anni monitora la condizione dei cristiani perseguitati nel mondo, considera quanto accaduto parte di una più ampia strategia di pressione sulle comunità cristiane iraniane, comprese le cosiddette "chiese domestiche", spesso oggetto di perquisizioni, arresti e intimidazioni.
Una questione che resta aperta
La presa di posizione dell'ONU rappresenta un nuovo elemento di pressione diplomatica nei confronti di Teheran su un tema che da anni suscita preoccupazione nelle organizzazioni internazionali per i diritti umani.
Resta ora da capire quale sarà la risposta ufficiale delle autorità iraniane e se il confronto avviato con gli esperti delle Nazioni Unite potrà tradursi in misure concrete a tutela delle minoranze religiose presenti nel Paese.
