Faido, il terzo femminicidio dell'anno in Ticino. Un presidio per chiedere più protezione

Scritto il 16/07/2026
da team.redazione


Dopo l’uccisione di una donna di 56 anni davanti alla clinica di riabilitazione di Faido, il collettivo “Io l’8 ogni giorno” promuove un presidio a Bellinzona. L’appuntamento è per martedì 21 luglio, alle 18.00, in Piazza Simen, per ricordare la vittima e chiedere maggiori strumenti di prevenzione e protezione.

La sera del 9 luglio 2026, nel parco della clinica di riabilitazione di Faido, una donna di 56 anni è stata raggiunta da un colpo d’arma da fuoco alla testa. Era ricoverata nella struttura sanitaria e si trovava in un luogo nel quale avrebbe dovuto potersi sentire protetta.
La donna, cittadina svizzera domiciliata in Valle di Blenio, è morta a causa delle gravissime ferite riportate. Le indagini hanno individuato nel suo ex marito, un uomo di 59 anni, il presunto autore dell’omicidio. I due erano separati da tempo.

un’esplosione ha distrutto un’abitazione e ferito tre agenti della Polizia cantonale impegnati nell’operazione. Le autorità hanno successivamente identificato il 59enne tra i resti rinvenuti nell’edificio.
La complessità e la drammaticità degli avvenimenti hanno inevitabilmente concentrato l’attenzione sulla fuga, sull’esplosione e sulla ricostruzione dell’intervento di polizia. Il collettivo “Io l’8 ogni giorno – Unite contro le discriminazioni di genere+” invita però a riportare al centro della vicenda la donna uccisa: una persona con una storia, relazioni, affetti e una vita che meritava di continuare.

Il pericolo nella fase della separazione

La circostanza che il presunto autore fosse l’ex marito riporta l’attenzione su uno degli aspetti più delicati della violenza domestica.
La separazione non rappresenta necessariamente la conclusione del pericolo. Può anzi coincidere con un momento particolarmente critico, soprattutto quando chi esercita violenza percepisce di avere perso il controllo sulla propria compagna o ex compagna.

Il rischio legato alla fase della separazione è riconosciuto anche dagli specialisti che studiano gli omicidi di donne nell’ambito di relazioni affettive. Proprio per questa ragione, la capacità di individuare tempestivamente i segnali di pericolo e di coordinare gli interventi delle diverse istituzioni assume un’importanza decisiva.
Il caso di Faido interroga quindi non soltanto la giustizia e gli investigatori, ma anche l’intero sistema di prevenzione: i servizi sociali e sanitari, le strutture di protezione, le autorità giudiziarie, la polizia e tutti gli organismi chiamati a intervenire quando emergono minacce o situazioni di violenza.

Diciassette casi censiti nel 2026

Secondo il monitoraggio indipendente del progetto Stop Femizid, il caso di Faido rappresenta il diciassettesimo femminicidio censito in Svizzera dall’inizio del 2026. Tre dei casi registrati quest’anno sono avvenuti in Ticino.
Il numero non costituisce però, almeno al momento, una statistica ufficiale definitiva della Confederazione. Stop Femizid effettua infatti un proprio conteggio basato sui comunicati delle autorità e sulle notizie pubblicate dai mezzi d’informazione, adottando una definizione ampia del fenomeno.

È pertanto corretto presentare i 17 casi come un dato documentato dall’osservatorio, distinguendolo dalle statistiche ufficiali sugli omicidi e sulla violenza domestica.
I dati istituzionali confermano comunque la gravità del problema. Nel 2024, in Svizzera, la polizia ha registrato 21.127 reati nell’ambito della violenza domestica, il 6% in più rispetto all’anno precedente. Il 70% delle vittime era costituito da donne e più della metà degli omicidi commessi nel Paese si era verificata in ambito domestico.

Numeri diversi, elaborati con criteri differenti, che descrivono però una realtà comune: la violenza domestica e di genere non può essere considerata una successione di episodi isolati.

Il presidio a Bellinzona

Per ricordare la donna uccisa a Faido e chiedere un rafforzamento delle misure di protezione, “Io l’8 ogni giorno” ha organizzato un presidio femminista a Bellinzona.
L’iniziativa si svolgerà martedì 21 luglio 2026, alle ore 18.00, in Piazza Simen, presso la panchina dedicata alla lotta contro la violenza domestica.
Il messaggio scelto per accompagnare la mobilitazione è diretto:
“Se domani tocca a me, voglio essere l’ultima”.
Il collettivo rifiuta espressioni come “tragedia familiare” o “gesto di rancore”, considerate inadatte a descrivere questi omicidi, e interpreta i femminicidi come la manifestazione più estrema di una violenza strutturale contro le donne.
Si tratta di una lettura politica e sociale esplicitamente sostenuta dalle organizzatrici del presidio, che chiedono alle istituzioni una risposta proporzionata alla gravità del fenomeno.

Le richieste delle organizzatrici

Al centro della mobilitazione vi è innanzitutto la richiesta di riconoscere e nominare i femminicidi senza minimizzazioni mediatiche o istituzionali.
Il collettivo chiede inoltre maggiori risorse per i servizi che proteggono e accompagnano le donne confrontate con situazioni di violenza, con particolare attenzione ai momenti di separazione e allontanamento dal partner.

Un altro punto riguarda la formazione obbligatoria del personale sanitario, scolastico e sociale e degli appartenenti alle forze di polizia. Una preparazione specifica dovrebbe permettere di riconoscere prima i segnali di rischio e di intervenire in maniera più efficace.
Le organizzatrici domandano anche valutazioni del pericolo più tempestive, un migliore coordinamento tra le istituzioni e finanziamenti adeguati per strutture sicure e accessibili a tutte le donne che cercano protezione.

Richieste che trovano almeno in parte riscontro anche nel dibattito istituzionale e professionale. Dopo i fatti di Faido e Leontica, la Federazione Svizzera dei Funzionari di Polizia ha sollecitato maggiori risorse e una strategia nazionale duratura, fondata sulla prevenzione, sulla protezione delle persone esposte al rischio e sulla collaborazione tra le autorità.

Una donna, non soltanto una vittima

Il presidio vuole infine impedire che la donna venga ricordata unicamente come “la vittima di Faido”.
Dietro questa definizione vi era una persona, con la propria identità e una rete di legami che oggi ne piange la morte. Riportarla al centro non significa interferire con il lavoro degli inquirenti né anticipare le conclusioni giudiziarie. Significa evitare che la dinamica spettacolare della fuga e dell’esplosione finisca per oscurare la vita che è stata spezzata.

Per le promotrici della manifestazione, la violenza contro le donne non è inevitabile. Può essere contrastata attraverso la prevenzione, la conoscenza dei fattori di rischio, la protezione tempestiva e investimenti adeguati.
È questo il significato del presidio di Bellinzona: ricordare la donna uccisa, manifestare vicinanza alle persone che le erano accanto e chiedere che ogni possibile segnale di pericolo venga riconosciuto prima che si trasformi in un nuovo punto di non ritorno.