Ogni guerra viene raccontata attraverso parole solenni: sicurezza, democrazia, sovranità, diritto internazionale, lotta al terrorismo. Parole che possono esprimere principi autentici, ma che non devono impedirci di guardare ciò che accade dietro le dichiarazioni ufficiali.
Perché una guerra non consuma soltanto vite umane. Consuma petrolio, gas, acciaio, munizioni, trasporti, assicurazioni e denaro pubblico. Distrugge famiglie e città, ma contemporaneamente apre mercati, sposta forniture, moltiplica intermediazioni e genera profitti.
La domanda, dunque, non può essere soltanto: chi ha ragione?
Bisogna chiedere anche:
Chi paga? Chi incassa? Chi avrebbe interesse a fermare la guerra e chi, invece, continua a guadagnare finché essa prosegue?
Non sono domande che stabiliscono automaticamente una colpevolezza. Sono domande che diventano inevitabili quando molti indizi, molte decisioni e molti flussi di denaro continuano a convergere nella stessa direzione.
Una storia che non comincia nel 2022
Il 24 febbraio 2022 la Russia ha avviato l’invasione su larga scala dell’Ucraina. È un fatto incontestabile. Ma è altrettanto incontestabile che la crisi ucraina non sia nata quella mattina.
Occorre tornare almeno alle proteste di Maidan del 2013-2014, alla caduta del presidente Viktor Yanukovich, alla successiva annessione russa della Crimea, alla guerra nel Donbass, ai fatti di Odessa e agli accordi di Minsk.
Fra il 21 gennaio e il 20 febbraio 2014 persero la vita 83 manifestanti, un giornalista, un passante e 13 appartenenti alle forze dell’ordine. Sei anni dopo, la Missione delle Nazioni Unite per i diritti umani constatava ancora progressi molto limitati nell’accertamento delle responsabilità, sottolineando inoltre che le uccisioni degli agenti erano state investigate meno efficacemente di quelle dei manifestanti.
Nel marzo 2015 il gruppo internazionale istituito dal Consiglio d’Europa concluse che le indagini ucraine sulle violenze di Maidan non avevano rispettato i requisiti europei di indipendenza ed efficacia. Il rapporto segnalò anche la mancata collaborazione del Ministero dell’Interno e del servizio di sicurezza ucraino con la procura incaricata delle indagini.
Questo non dimostra automaticamente chi ordinò o eseguì ogni singola uccisione. Dimostra però che la ricostruzione giudiziaria di uno degli eventi decisivi nella nascita della crisi è rimasta gravemente incompleta.
Come può il racconto pubblico presentare Maidan come un capitolo definitivamente chiarito quando organismi europei e internazionali hanno denunciato lacune tanto profonde?
E perché chi ricorda queste lacune viene spesso trattato come se volesse giustificare tutto ciò che la Russia ha fatto successivamente?
Odessa, quarantotto morti e una giustizia incompiuta
Il 2 maggio 2014, a Odessa, gli scontri fra gruppi favorevoli all’unità dell’Ucraina e militanti favorevoli a una struttura federale del Paese provocarono 48 morti e circa 247 feriti. Molte vittime morirono nell’incendio della Casa dei sindacati. Entrambe le parti utilizzarono armi da fuoco e bombe incendiarie durante gli scontri.
Anche in questo caso le Nazioni Unite denunciarono per anni l’assenza di risultati adeguati. Il Consiglio d’Europa giudicò inefficaci le indagini, mentre l’ONU parlò di famiglie costrette ad attendere giustizia per un periodo ormai intollerabile.
Non è necessario accettare la definizione russa di “massacro deliberato” per riconoscere la gravità dei fatti e delle omissioni investigative.
Perché Odessa è quasi scomparsa dal racconto occidentale della guerra?
Perché quarantotto morti avvenuti nel 2014 sembrano avere un peso politico e mediatico inferiore rispetto ad altre vittime?
Le vite umane valgono diversamente a seconda della parte alla quale vengono associate?
Minsk: accordo di pace o tempo guadagnato?
Nel febbraio 2015 venne approvato il cosiddetto Minsk II, successivamente sostenuto dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Il documento prevedeva cessate il fuoco, ritiro delle armi pesanti, dialogo politico, autonomia locale per alcune aree del Donbass, riforma costituzionale ucraina e ripristino del controllo del confine.
Russia e Ucraina si accusarono reciprocamente di non averne rispettato gli obblighi.
La posizione ucraina sostiene che Mosca continuò a sostenere militarmente le formazioni separatiste e non consentì il ripristino della sovranità ucraina sui territori e sul confine. Il Ministero degli Esteri di Kiev affermò ripetutamente che il ritiro delle forze straniere e delle armi russe rappresentava una condizione indispensabile per l’attuazione degli accordi.
La versione russa sostiene invece che Kiev si rifiutò di realizzare la riforma costituzionale, lo status speciale del Donbass e il dialogo diretto con Donetsk e Lugansk. Nei discorsi del febbraio 2022 Vladimir Putin presentò il mancato adempimento politico di Minsk come una delle prove dell’indisponibilità ucraina e occidentale a una soluzione negoziata.
Anni dopo, Angela Merkel dichiarò che gli accordi avevano dato all’Ucraina il tempo necessario per rafforzarsi. François Hollande riconobbe che Minsk aveva fermato temporaneamente l’avanzata russa e consentito alle forze ucraine di diventare più forti e meglio equipaggiate. Hollande sostenne che ciò non significava necessariamente che l’accordo fosse stato concepito come un inganno; resta però evidente che il tempo guadagnato ebbe anche una funzione militare.
Minsk era dunque un tentativo imperfetto di pace o una tregua utilizzata da entrambe le parti per prepararsi al confronto successivo?
Mosca vi aderì davvero per arrivare a una soluzione politica?
Kiev e i mediatori europei erano realmente intenzionati ad applicarne la parte costituzionale?
Se entrambe le parti consideravano il tempo un vantaggio militare, chi lavorava concretamente per evitare la guerra?
Le sanzioni: punire Mosca o riorganizzare il commercio?
Dopo l’invasione del 2022, Stati Uniti, Unione europea e altri Paesi imposero una successione di sanzioni economiche senza precedenti. L’obiettivo dichiarato era ridurre le risorse disponibili per finanziare la guerra, limitando in particolare le entrate energetiche russe.
Le misure hanno prodotto effetti reali. Le importazioni europee di gas russo sono scese da circa 150 miliardi di metri cubi nel 2021 a 52 miliardi nel 2024, mentre la quota russa nelle importazioni di gas dell’Unione è passata dal 45 al 19 per cento. La quota del greggio russo è diminuita dal 27 al 3 per cento. Nel 2025 la dipendenza dal gas russo era ulteriormente scesa al 12 per cento.
Ma il petrolio russo non è sparito. Ha cambiato destinazione, navi, proprietari, assicuratori, intermediari e raffinatori.
Nel dicembre 2024 la Russia esportava ancora 7,33 milioni di barili al giorno, ricavandone 15,1 miliardi di dollari nel solo mese. Nel maggio 2025 esportava 7,3 milioni di barili al giorno, con entrate mensili stimate in 12,6 miliardi. Le entrate erano diminuite, ma restavano sufficientemente elevate da dimostrare che il commercio petrolifero russo non era stato soffocato.
Alla fine del 2025 le esportazioni e i ricavi erano scesi ulteriormente, ma la Russia continuava a vendere milioni di barili al giorno. L’effetto delle sanzioni, dunque, non è stato l’eliminazione del petrolio russo dal mercato mondiale: è stato soprattutto il suo reindirizzamento.
È corretto descrivere come “efficace” una politica che riduce i ricavi dell’avversario senza impedirgli di continuare la guerra?
Quanti anni devono trascorrere prima di ammettere che lo strumento non ha raggiunto il risultato politico proclamato?
E chi incassa il costo di ogni passaggio aggiuntivo creato dalle sanzioni?
Ogni ostacolo diventa un affare
Un barile spedito direttamente dalla Russia all’Europa seguiva una filiera relativamente breve. Dopo le sanzioni può essere venduto in Asia, trasportato su navi appartenenti a società difficili da identificare, trasferito in mare, raffinato in un Paese terzo e infine trasformato in benzina, diesel o altri prodotti destinati anche ai mercati occidentali.
Ogni deviazione richiede nuovi trasporti.
Ogni trasporto richiede navi.
Ogni nave richiede finanziamenti, registrazioni, equipaggi e coperture assicurative.
Ogni rischio genera un premio.
Ogni premio viene pagato da qualcuno e incassato da qualcun altro.
L’Unione europea ha progressivamente colpito centinaia di petroliere associate alla cosiddetta flotta ombra. Nel 2025 vietò inoltre l’importazione di prodotti raffinati provenienti da Paesi terzi quando ottenuti da greggio russo. Sono decisioni che mostrano implicitamente ciò che per anni era già evidente: l’origine formale del prodotto raffinato non coincide necessariamente con quella del petrolio utilizzato.
Se il commercio aggira continuamente le restrizioni, le nuove sanzioni risolvono il problema oppure aggiungono ulteriori livelli di opacità e intermediazione?
Chi controlla realmente le società proprietarie delle navi?
Chi finanzia le operazioni?
Chi assicura i carichi?
Chi compra greggio russo scontato per rivenderne i derivati al prezzo internazionale?
Il grande trasferimento verso il gas statunitense
Mentre diminuivano le forniture russe, l’Europa acquistava quantità crescenti di gas naturale liquefatto dagli Stati Uniti.
Nel 2022 le esportazioni statunitensi di LNG verso l’Europa aumentarono del 141 per cento rispetto all’anno precedente. L’Europa assorbì il 64 per cento di tutte le esportazioni americane. Nel 2023 la quota salì al 66 per cento.
Nei primi quattro mesi del 2022, mentre la crisi ucraina precipitava, il 74 per cento del LNG esportato dagli Stati Uniti venne destinato all’Europa, contro una media del 34 per cento nel 2021.
Nel 2025 gli Stati Uniti fornivano ormai il 26 per cento delle importazioni europee di gas, mentre il LNG rappresentava il 45 per cento del gas importato nell’Unione, contro il 20 per cento del 2021.
Questi dati non dimostrano che Washington abbia provocato la guerra per vendere gas.
Dimostrano però che la separazione energetica fra Russia ed Europa ha trasferito agli esportatori americani una quota enorme del mercato europeo.
Si può ignorare questo beneficio quando si analizzano le scelte strategiche statunitensi?
Si può escludere a priori che interessi energetici tanto vasti esercitino influenza sulle decisioni politiche?
Perché viene considerato normale parlare degli interessi energetici russi, mentre ricordare quelli americani viene spesso bollato come propaganda?
I trader e gli utili della crisi
Nel 2022 Vitol dichiarò un fatturato di 505 miliardi di dollari, contro i 279 miliardi dell’anno precedente. La società movimentò circa 7,4 milioni di barili al giorno fra greggio e prodotti petroliferi.
Trafigura registrò ricavi per 318,5 miliardi di dollari e un utile netto di oltre 7 miliardi, rispetto ai 3,1 miliardi del 2021. La divisione energia produsse oltre 10 miliardi di utile operativo. Nel 2023 il profitto netto raggiunse circa 7,4 miliardi. La stessa società descrisse i risultati come ottenuti in mercati energetici turbolenti e segnati dalla guerra e dalle sanzioni.
Gunvor dichiarò per il 2022 un utile netto record di 2,359 miliardi di dollari, più del triplo rispetto ai 726 milioni del 2021. La società attribuì il risultato a un andamento favorevole in tutte le aree operative, comprese raffinazione e navigazione.
Nel primo semestre del 2026 Trafigura ha comunicato un utile netto di 4,09 miliardi di dollari, spiegando che il risultato rifletteva anche l’esperienza maturata nella volatilità provocata dalla guerra in Ucraina.
Queste società svolgono una funzione indispensabile: trasportano materie prime dai luoghi in cui sono disponibili a quelli in cui servono. Senza di loro, le crisi energetiche potrebbero trasformarsi in carenze ancora più gravi.
Ma proprio per questo occorre porre la domanda etica.
Quando un sistema prospera grazie alle differenze di prezzo, alla scarsità, agli embarghi, ai rischi e alle rotte commerciali spezzate, quale incentivo economico possiede a favorire il ritorno a scambi semplici, diretti e stabili?
Il profitto record è soltanto una conseguenza involontaria della crisi oppure finisce anche per creare un potere economico interessato alla sua prosecuzione?
Hormuz: quando la guerra chiude il rubinetto
La crisi del 2026 nello Stretto di Hormuz ha reso ancora più evidente la fragilità di questo sistema.
Prima del conflitto, attraverso Hormuz transitavano quantità di petrolio equivalenti a circa un quinto del consumo mondiale. Nel 2022 il flusso medio era stato di 21 milioni di barili al giorno. Le alternative terrestri disponibili sono insufficienti a sostituire una chiusura prolungata dello stretto.
Dopo l’inizio delle operazioni militari del 2026, gran parte del traffico si è fermata. L’EIA ha stimato che i Paesi del Golfo siano stati costretti a sospendere milioni di barili di produzione quotidiana perché i depositi si stavano riempiendo senza possibilità di esportare. Anche circa il 20 per cento dell’offerta mondiale di LNG è stata coinvolta: fra il primo marzo e il 24 aprile non risultavano navi cariche di gas liquefatto passate attraverso lo stretto.
A giugno, un accordo provvisorio fra Stati Uniti e Iran consentì una ripresa dei flussi e provocò un crollo del prezzo del petrolio di circa 31 dollari al barile. Le nuove ostilità di luglio hanno nuovamente ridotto i passaggi e fatto risalire rapidamente le quotazioni.
Ecco la prova più semplice di come il prezzo non dipenda soltanto dal petrolio fisicamente disponibile. Dipende dalla paura, dalle aspettative, dalle operazioni militari e dalle dichiarazioni politiche.
Quando si annuncia una tregua, il prezzo può precipitare.
Quando ripartono i missili, può impennarsi in poche ore.
Chi conosce prima degli altri una decisione militare, una tregua o una nuova sanzione dispone di un vantaggio finanziario enorme?
Quali controlli impediscono che informazioni geopolitiche riservate vengano sfruttate sui mercati?
Chi guadagna acquistando prima di un attacco e vendendo dopo l’impennata?
Sono domande alle quali il pubblico difficilmente riceverà una risposta.
Anche Mosca incassa
La versione russa sostiene da anni che le sanzioni abbiano danneggiato maggiormente le economie europee, costrette a rinunciare a forniture convenienti e a comprare energia più costosa dagli Stati Uniti. Mosca presenta inoltre la propria economia come capace di adattarsi, sviluppando nuovi mercati in Asia e aumentando la propria autosufficienza. Nel 2026 Putin ha ribadito che, nonostante guerra e sanzioni, l’economia russa continuava a crescere e che il Paese restava un fornitore energetico affidabile.
È una rappresentazione interessata, come lo sono quelle occidentali. Le sanzioni hanno imposto alla Russia costi reali, ridotto alcuni ricavi, limitato l’accesso a tecnologie e reso più onerosi trasporti e pagamenti.
Ma la guerra e la crisi di Hormuz possono anche favorire Mosca.
La Russia è uno dei maggiori esportatori mondiali di petrolio e gas. Quando diminuisce l’offerta mediorientale e il prezzo internazionale aumenta, ogni barile russo venduto può generare maggiori ricavi, anche qualora venga ceduto con uno sconto.
Per questo sarebbe ingenuo descrivere la Russia soltanto come vittima economica delle sanzioni.
Mosca ha continuato a incassare miliardi dal petrolio mentre finanziava la propria macchina militare.
Le compagnie occidentali, americane e asiatiche hanno guadagnato dalla riorganizzazione dei mercati.
I trader hanno prosperato sulla volatilità.
L’industria degli armamenti ha ricevuto ordinativi giganteschi.
Gli armatori e gli assicuratori hanno monetizzato il rischio.
Alla fine, chi non possiede petrolio, petroliere, raffinerie, azioni energetiche o fabbriche di missili resta dall’altra parte del conto.
E la sciura Maria paga tutto
La sciura Maria non conosce la differenza fra Brent e Urals. Non compra contratti futures. Non commercia LNG. Non controlla una flotta ombra e non vende sistemi d’arma.
Eppure paga.
Paga il carburante.
Paga il riscaldamento.
Paga il costo dell’energia utilizzata dal panificio, dal supermercato, dall’industria e dall’agricoltura.
Paga il maggiore trasporto incorporato in ogni prodotto.
Paga attraverso le tasse gli aiuti pubblici alle imprese, il riarmo, le forniture militari, l’accoglienza dei profughi e un giorno la ricostruzione.
Paga anche attraverso la perdita di potere d’acquisto.
Il suo sacrificio viene giustificato in nome di valori superiori. Può persino accettarlo, se ritiene che serva a salvare vite e ristabilire la pace.
Ma dopo anni ha il diritto di chiedere:
La pace si è avvicinata?
Le sanzioni hanno fermato la guerra?
Hanno davvero isolato la Russia o hanno moltiplicato gli intermediari?
Perché i cittadini devono subire un’economia di guerra permanente mentre determinati settori dichiarano utili record?
Perché si continua a parlare di sacrifici collettivi quando i benefici sono così concentrati?
Chi vuole davvero la pace?
Non abbiamo trovato il documento con cui un governo, una compagnia petrolifera o un produttore di armi ordina una guerra per aumentare i profitti.
Probabilmente un documento simile non esisterà mai.
Ma un’indagine non vive soltanto di confessioni.
Osserva i moventi.
Ricostruisce le opportunità.
Segue le decisioni.
Confronta le dichiarazioni con i risultati.
Individua chi beneficia delle conseguenze.
Una sola coincidenza non dimostra nulla.
Ma che cosa accade quando le coincidenze si accumulano?
Le sanzioni non fermano la guerra, ma spostano enormi mercati energetici.
Il petrolio russo non scompare, ma percorre rotte più lunghe e redditizie per nuovi intermediari.
Gli Stati Uniti diventano il principale fornitore di LNG all’Europa.
I trader registrano profitti record.
Le spese militari aumentano.
I negoziati falliscono.
Le forniture di armi continuano.
Nuovi conflitti bloccano Hormuz e fanno esplodere nuovamente i prezzi.
Quanto a lungo possiamo definire tutto questo una semplice serie di conseguenze impreviste?
Chi perderebbe miliardi se domani arrivasse una pace stabile, accompagnata dalla riapertura delle rotte e dalla normalizzazione dei rapporti commerciali?
Chi, al contrario, ne trarrebbe beneficio?
E soprattutto: quali delle persone che decidono la guerra ne pagano personalmente il prezzo?
Forse è questa la domanda etica più importante.
Le decisioni vengono prese nei palazzi.
I missili cadono sulle case altrui.
I profitti finiscono in pochi bilanci.
Il conto arriva a milioni di persone che non hanno deciso nulla.
Seguire il denaro non significa sostenere che ogni guerra sia organizzata esclusivamente per profitto. Significa rifiutare l’ingenuità di credere che il profitto non influenzi la guerra, le sanzioni, le alleanze e la durata dei conflitti.
Non spetta a questo articolo emettere condanne penali.
Spetta però al giornalismo ricordare che, quando una politica continua a produrre morti, impoverimento e profitti record senza raggiungere lo scopo dichiarato, smettere di fare domande non è prudenza.
È complicità.
