Gaza Marine: il giacimento che tutti guardano, ma che nessuno lascia sfruttare ai palestinesi

Scritto il 31/07/2026
da team.redazione


Ci sono guerre che esplodono per un territorio.
Altre per motivi religiosi.
Altre ancora per questioni di sicurezza.
Poi esistono conflitti nei quali la risposta non è mai una sola. Religione, sicurezza, politica, interessi economici e strategie internazionali finiscono per sovrapporsi fino a diventare quasi indistinguibili.
La Striscia di Gaza appartiene a questa categoria.
Da quasi trent'anni, davanti alle sue coste, sotto il fondale del Mediterraneo, giace un importante giacimento di gas naturale. Si chiama Gaza Marine.
Il paradosso è tanto semplice quanto impressionante.
Quel gas appartiene ai palestinesi.
Ma da oltre venticinque anni i palestinesi non riescono a utilizzarlo.
Perché?
È una domanda che raramente compare nei grandi dibattiti internazionali. Eppure è probabilmente una delle più importanti.

Una ricchezza scoperta nel momento sbagliato

Nel novembre 1999 l'Autorità Palestinese firmò una concessione con British Gas (BG Group), Consolidated Contractors Company (CCC) e Palestine Investment Fund (PIF) per esplorare le risorse offshore davanti alla Striscia di Gaza.
L'anno successivo furono perforati i pozzi Gaza Marine 1 e Gaza Marine 2. Le stime parlarono di circa 1,4 trilioni di piedi cubi di gas naturale, una quantità sufficiente ad alimentare l'economia palestinese per molti anni e a creare una fonte stabile di entrate.
Per la prima volta i palestinesi avrebbero potuto contare su una risorsa propria.
Sembrava l'inizio di una nuova fase.
Fu invece l'inizio di una lunga paralisi.



Il giacimento c'è. Il gas anche. Ma nessuno lo estrae.

Quando si legge che il Gaza Marine è "un giacimento palestinese" si rischia di immaginare una situazione molto diversa dalla realtà.
Sì, il giacimento è riconosciuto come appartenente ai palestinesi.
Questo, però, non significa che possano semplicemente installare una piattaforma e iniziare a estrarre gas. Per farlo serve anche il consenso di Israele, che controlla gli aspetti di sicurezza dell'area marittima davanti alla Striscia e, di fatto, tutte le condizioni operative indispensabili per avviare un'attività industriale offshore.
È un po' come essere proprietari di un terreno ricco di petrolio senza poter raggiungere il pozzo perché l'unica strada di accesso passa attraverso una proprietà controllata da qualcun altro.
Non è un giudizio politico.
È la realtà con la quale il progetto Gaza Marine si confronta da oltre venticinque anni.

Gli anni passano. Cambiano governi, compagnie e guerre. Il gas resta sotto il mare.

Nel frattempo succede praticamente di tutto.
Scoppia la Seconda Intifada. Israele si ritira unilateralmente da Gaza nel 2005. Hamas vince le elezioni palestinesi e nel 2007 prende il controllo della Striscia. Seguono il blocco israeliano, numerose operazioni militari, migliaia di vittime civili e una crisi umanitaria che conosciamo fin troppo bene.
Anche il mondo dell'energia cambia.
British Gas viene acquisita da Shell. Shell valuta il progetto ma decide di uscirne. Le quote tornano progressivamente sotto controllo palestinese. Cambiano gli interlocutori, gli investitori e i governi.
Il risultato, però, non cambia.
Il gas rimane dove si trova.
È difficile pensare che un progetto capace di generare miliardi di dollari possa restare immobile per oltre vent'anni soltanto a causa della burocrazia.
Ed è proprio qui che iniziano le domande.

Il 2021: improvvisamente il progetto si risveglia

Per quasi vent'anni il Gaza Marine rimane fermo.
Poi, quasi all'improvviso, qualcosa cambia.
Nel febbraio 2021 il Palestine Investment Fund (PIF), la Consolidated Contractors Company (CCC) e la società energetica statale egiziana EGAS firmano un memorandum d'intesa per rilanciare il progetto.
Non si tratta ancora dell'inizio dei lavori, ma è il primo vero segnale che il giacimento potrebbe finalmente uscire dall'immobilismo.
L'ingresso dell'Egitto non è casuale.
Il Cairo dispone infatti di ciò che ai palestinesi manca: infrastrutture energetiche, impianti di liquefazione, rapporti consolidati con Israele e un dialogo aperto sia con l'Autorità Palestinese sia, indirettamente, con Hamas.
Per la prima volta dopo molti anni sembra delinearsi una strada praticabile.

Il Mediterraneo orientale diventa strategico per l'Europa

Pochi mesi dopo cambia anche lo scenario internazionale.
L'invasione russa dell'Ucraina, nel febbraio 2022, costringe l'Europa a cercare nuove fonti di approvvigionamento per ridurre la dipendenza energetica da Mosca.
Il Mediterraneo orientale assume così un'importanza che fino a pochi anni prima sembrava impensabile.
Il 15 giugno 2022 l'Unione Europea, Israele ed Egitto firmano un memorandum per incrementare le esportazioni di gas verso il mercato europeo.
Il principio è semplice: il gas estratto nei giacimenti del Mediterraneo orientale viene convogliato in Egitto, trasformato in gas naturale liquefatto (LNG) nei terminali di Idku e Damietta e successivamente trasportato via mare verso l'Europa.
Nel documento il Gaza Marine non viene citato espressamente.
Ma è difficile ignorare una coincidenza: proprio mentre Bruxelles cerca nuove fonti energetiche, uno dei pochi grandi giacimenti ancora inutilizzati della regione torna improvvisamente al centro delle trattative.



Giugno 2023: sembra tutto pronto

Il mese di giugno 2023 rappresenta probabilmente il momento in cui il progetto appare più vicino alla realizzazione.
Israele comunica il proprio assenso politico allo sviluppo del Gaza Marine, subordinandolo però alle consuete esigenze di sicurezza e al coordinamento con Egitto e Autorità Palestinese.
Quasi negli stessi giorni, ENI autorizza la presentazione di nuove offerte per licenze esplorative nel Mediterraneo orientale.
Sono operazioni distinte, ma raccontano la stessa realtà.
L'intera regione sta assumendo un peso crescente nella futura sicurezza energetica europea.
Dopo oltre vent'anni di attesa, il Gaza Marine sembra finalmente destinato a entrare in una nuova fase.
Poi accade qualcosa che cambia completamente il quadro.

Il 7 ottobre congela tutto

L'attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e la successiva guerra interrompono improvvisamente ogni prospettiva di sviluppo.
Le trattative si fermano.
Il progetto viene nuovamente congelato.
Le priorità diventano esclusivamente militari.
Naturalmente questo non dimostra che il giacimento sia stato la causa del conflitto. Sarebbe una conclusione che le prove disponibili non consentono di sostenere.
Resta però un dato oggettivo.
Dopo oltre vent'anni di immobilismo, il Gaza Marine sembrava finalmente vicino allo sfruttamento commerciale.
Proprio in quel momento tutto si blocca di nuovo.
Da qui nasce una domanda che accompagnerà il resto di questa inchiesta.
Chi avrebbe tratto vantaggio economico dall'entrata in produzione del Gaza Marine?
Per rispondere non basta guardare una cartina geografica.
Occorre seguire il percorso del gas.
E, insieme al gas, seguire il denaro.

Seguire il gas significa seguire il denaro

Una domanda sorge spontanea.
Anche se il Gaza Marine entrasse finalmente in produzione, chi guadagnerebbe davvero?
La risposta è molto più complessa di quanto possa sembrare.
Il valore economico del gas non nasce soltanto nel momento in cui viene estratto dal fondale marino. Ogni fase successiva genera ricavi, contratti, commissioni e profitti distribuiti lungo un'intera filiera internazionale.
È proprio seguendo questo percorso che si comprende quanto il Mediterraneo orientale sia diventato strategico.

Il viaggio del gas

Una volta estratto, il gas non può essere caricato direttamente sulle navi.
Deve prima raggiungere la costa attraverso una rete di condotte sottomarine, essere trattato, depurato e successivamente inviato agli impianti di liquefazione, dove viene raffreddato fino a circa –162 °C per trasformarsi in gas naturale liquefatto (LNG).
Solo a quel punto può essere trasportato con le grandi metaniere dirette verso i mercati internazionali.
Ogni passaggio coinvolge imprese specializzate, società di trasporto, operatori logistici, compagnie assicurative, istituti finanziari e grandi trader energetici.
In altre parole, il gas cambia più volte "proprietario economico" prima ancora di arrivare nelle case o nelle industrie europee.



L'Egitto è il vero snodo

È qui che il ruolo dell'Egitto assume un'importanza decisiva.
A differenza di molti Paesi della regione, il Cairo dispone già di due grandi terminali di liquefazione, Idku e Damietta, infrastrutture che consentono di trasformare il gas in LNG e spedirlo praticamente in qualsiasi parte del mondo.
Per questo motivo l'Egitto rappresenta il naturale punto di raccolta del gas proveniente dal Mediterraneo orientale.
Non è soltanto una questione geografica.
È una questione industriale.
Chi controlla gli impianti di liquefazione controlla uno dei passaggi più redditizi dell'intera catena del valore.

Le grandi compagnie

Attorno al Mediterraneo orientale operano alcune delle principali società energetiche mondiali.
Tra le più importanti figurano Chevron, protagonista nello sviluppo dei giacimenti israeliani di Tamar e Leviathan, Shell, che in passato ha detenuto quote del Gaza Marine attraverso l'acquisizione di British Gas, ed ENI, presente da anni nell'area grazie alle proprie attività esplorative e produttive, soprattutto in Egitto.
Accanto a loro operano numerose altre imprese, dai gestori delle infrastrutture ai grandi trader internazionali, fino alle società di trasporto marittimo, agli istituti finanziari e alle compagnie assicurative che rendono possibile la commercializzazione del gas.
Nessuna di queste aziende controlla da sola il sistema.
Ma tutte partecipano, in misura diversa, alla filiera economica che ruota attorno al Mediterraneo orientale.

Anche l'Italia è coinvolta

In questo scenario compare anche l'Italia.
ENI è uno degli operatori energetici più presenti nell'area e partecipa da anni allo sviluppo di importanti progetti nel Mediterraneo orientale, mentre SNAM rappresenta uno dei principali gestori europei delle infrastrutture per il trasporto del gas.
Questo non significa che le due società abbiano un ruolo diretto nello sviluppo del Gaza Marine.
Significa piuttosto che qualsiasi aumento dei flussi energetici nel Mediterraneo orientale interessa inevitabilmente anche il sistema infrastrutturale europeo del quale fanno parte.
È un aspetto spesso trascurato nel dibattito pubblico, ma fondamentale per comprendere il peso economico della regione.

Il valore non è soltanto nel giacimento

Quando si parla di Gaza Marine si tende a concentrarsi esclusivamente sul gas che si trova sotto il fondale.
In realtà quella è soltanto la prima tessera del mosaico.
Il valore economico si distribuisce lungo tutta la catena: dall'estrazione al trasporto, dalla liquefazione alla logistica, fino alla vendita sui mercati internazionali.
Ed è proprio osservando questa rete di interessi che il quadro diventa più ampio.
Perché, a questo punto, la domanda non riguarda più soltanto chi possieda il giacimento.
La domanda diventa un'altra.
Chi ha interesse alla stabilità della regione? E chi, invece, potrebbe trarre vantaggio dal fatto che quel gas rimanga ancora sotto il mare?
È qui che l'inchiesta entra nella sua fase più delicata.

Chi muove davvero le pedine?

Finora abbiamo seguito il percorso del gas.
Ora vale la pena seguire quello degli interessi geopolitici.
Perché il Gaza Marine non si trova soltanto davanti alla Striscia di Gaza. Si trova al centro di una regione nella quale si incrociano gli interessi di Israele, Palestina, Egitto, Unione Europea, Stati Uniti, Iran, Qatar e Russia.
Ognuno di questi attori guarda allo stesso tratto di mare da una prospettiva diversa.
Per alcuni rappresenta una questione di sicurezza nazionale.
Per altri un'opportunità economica.
Per altri ancora un tassello della competizione geopolitica internazionale.



Le domande che restano aperte

Nel corso di questa ricerca abbiamo trovato numerosi fatti documentati.
Sappiamo che il giacimento esiste.
Sappiamo che è stato scoperto oltre venticinque anni fa.
Sappiamo che non è mai entrato in produzione.
Sappiamo che nel 2021 il progetto è stato rilanciato.
Sappiamo che, nel 2022, l'Europa ha iniziato a cercare nuove fonti di gas.
Sappiamo che, nel giugno 2023, il Gaza Marine sembrava finalmente vicino allo sviluppo.
Sappiamo infine che, pochi mesi dopo, il nuovo conflitto ha congelato ancora una volta ogni prospettiva.
Questi sono fatti.
Molte altre domande, invece, rimangono senza una risposta pubblicamente documentata.



Cui prodest?

È la domanda che accompagna ogni analisi seria.
A chi giova?
Nel caso del Gaza Marine non esiste una risposta semplice.
Le prove raccolte non consentono di affermare che il conflitto sia stato provocato dalla volontà di controllare il giacimento, né che esista un regista unico capace di orientare eventi così complessi.
Sarebbe una conclusione che andrebbe ben oltre i fatti documentati.
Esiste però un'altra considerazione, molto più prudente ma anche molto più solida.
Quando un'area concentra risorse energetiche, infrastrutture strategiche, grandi investimenti, interessi militari e delicati equilibri geopolitici, è inevitabile che ogni crisi produca effetti economici che si estendono ben oltre il campo di battaglia.
Il Gaza Marine rappresenta uno dei tasselli di questo mosaico.
Non necessariamente quello decisivo.
Ma certamente uno di quelli che meritano di essere osservati con maggiore attenzione.



Conclusioni

Il Gaza Marine continua a trovarsi dove è sempre stato: sotto il fondale del Mediterraneo.
Da oltre venticinque anni rappresenta una promessa mancata per l'economia palestinese, ma anche una risorsa che interessa un numero crescente di attori internazionali.
Questo articolo non dimostra che il gas sia la causa della guerra.
Dimostra però che il conflitto si inserisce in una regione nella quale sicurezza, energia, diplomazia ed economia sono ormai strettamente intrecciate.
Comprendere questi intrecci non significa sposare una teoria.
Significa semplicemente aggiungere un tassello a un quadro molto più complesso di quanto appaia nei titoli dei telegiornali.

E noi, dove siamo?

È facile indignarsi davanti al telegiornale. Un po' meno aprire l'estratto conto del proprio fondo d'investimento e chiedersi dove siano davvero al lavoro i nostri risparmi.
Forse non siamo tutti responsabili delle guerre. Ma siamo abbastanza bravi a pretendere rendimenti senza fare troppe domande su come vengano ottenuti.
In fondo è comodo così.
Ci scandalizziamo davanti alle immagini dei conflitti, poi brindiamo quando il nostro portafoglio guadagna qualche punto percentuale.
Forse il problema non è soltanto chi combatte le guerre.
Forse, qualche volta, siamo anche noi che preferiamo non chiederci chi le finanzia, chi ci guadagna... e se, senza saperlo, una piccola parte di quei profitti non finisca anche nelle nostre tasche.