Che cosa ci dice davvero la svolta americana?
Il 28 luglio 2026 potrebbe diventare una data destinata a rimanere nella storia della ricerca biomedica.
In quel giorno il Dipartimento della Salute degli Stati Uniti (HHS) ha pubblicato una nuova politica federale che vieta il finanziamento pubblico delle cosiddette Dangerous Gain-of-Function Research (DGOF), le ricerche considerate capaci di aumentare la pericolosità di virus o altri agenti biologici.
Per molti lettori potrebbe sembrare un normale aggiornamento amministrativo.
In realtà è molto di più.
È la prima volta che gli Stati Uniti, il Paese che finanzia la maggiore quantità di ricerca biomedica al mondo, decidono di cambiare radicalmente il proprio approccio nei confronti di una particolare categoria di esperimenti, riconoscendo implicitamente che il sistema di controllo adottato fino a oggi non era più considerato sufficiente.
Questa decisione arriva dopo oltre sei anni di polemiche, commissioni parlamentari, inchieste amministrative, rapporti ispettivi, richieste di accesso agli atti e audizioni pubbliche che hanno riportato sotto i riflettori il tema della biosicurezza.
Ed è proprio questo l'aspetto più interessante.
Il nuovo documento americano non nasce nel vuoto.
Nasce dopo la pandemia di Covid-19.
Nasce dopo le controversie sui finanziamenti destinati alle ricerche sui coronavirus presso il Wuhan Institute of Virology.
Nasce dopo che EcoHealth Alliance, l'organizzazione che aveva gestito parte di quei finanziamenti, è stata esclusa per cinque anni dai programmi federali statunitensi.
Nasce mentre il Congresso americano continua a esaminare migliaia di pagine di documenti riguardanti le decisioni assunte durante gli anni della pandemia.
Non è quindi soltanto una nuova norma.
È il punto di arrivo, almeno provvisorio, di una revisione profonda del modo in cui Washington guarda alla ricerca biologica ad alto rischio.
Che cosa sono le Dangerous Gain-of-Function?
Per comprendere la portata della decisione americana occorre chiarire un equivoco che ha accompagnato il dibattito fin dall'inizio della pandemia.
L'espressione "Gain-of-Function" viene spesso utilizzata come se indicasse una sola categoria di ricerca.
In realtà il panorama è molto più complesso.
In biologia molecolare molte modifiche genetiche attribuiscono a cellule, batteri o virus nuove caratteristiche. Numerosi esperimenti di questo tipo vengono condotti quotidianamente per comprendere meglio il funzionamento delle malattie, sviluppare nuovi farmaci o progettare vaccini.
Il problema nasce quando tali modifiche possono rendere un agente patogeno più pericoloso.
Maggiore trasmissibilità.
Maggiore capacità di infettare nuove specie.
Maggiore resistenza ai trattamenti.
Maggiore virulenza.
Maggiore capacità di sfuggire alle difese immunitarie.
Sono questi gli esperimenti che oggi l'amministrazione americana definisce Dangerous Gain-of-Function Research.
È importante sottolineare un aspetto.
La nuova politica non vieta la ricerca biomedica.
Non vieta lo sviluppo di vaccini.
Non vieta lo studio dei virus.
Non vieta la ricerca genetica.
Vieta invece il finanziamento federale di quegli esperimenti che, secondo una valutazione preventiva del rischio, potrebbero creare un agente biologico con caratteristiche tali da rappresentare un pericolo per la salute pubblica, la biosicurezza o la sicurezza nazionale.
È una distinzione fondamentale.
Negli ultimi anni il dibattito pubblico si è spesso trasformato in uno scontro ideologico fra chi sosteneva che qualsiasi ricerca Gain-of-Function fosse indispensabile e chi chiedeva il divieto assoluto di ogni manipolazione genetica.
Il documento pubblicato da Washington sceglie una strada diversa.
Non demonizza la ricerca.
Ma afferma che alcune linee sperimentali non possono più essere considerate un normale costo del progresso scientifico.
Una rivoluzione silenziosa
La novità più significativa del provvedimento non riguarda però il divieto in sé.
Riguarda il criterio con cui verranno valutati i progetti.
Per molti anni la normativa federale si è concentrata soprattutto su elenchi di agenti patogeni considerati particolarmente pericolosi.
Secondo numerosi osservatori, questo sistema lasciava ampi margini di interpretazione.
Un esperimento poteva modificare in modo rilevante un virus senza rientrare formalmente nelle categorie regolamentate.
Era proprio questo uno dei punti più discussi durante il confronto tra Anthony Fauci, il Congresso e numerosi ricercatori.
La nuova politica cambia completamente prospettiva.
Non chiede più soltanto quale virus venga studiato.
Chiede soprattutto che cosa potrebbe diventare quel virus dopo l'esperimento.
È un cambiamento apparentemente sottile, ma enorme nelle sue conseguenze.
Il rischio non verrà più valutato partendo dal nome dell'agente biologico.
Verrà valutato partendo dagli effetti che la ricerca potrebbe produrre.
In altre parole, il governo americano sembra avere concluso che il precedente sistema di classificazione non era sufficiente a intercettare tutti gli esperimenti potenzialmente pericolosi.
Una decisione che guarda al futuro...
Nel comunicato ufficiale il Segretario alla Salute Robert F. Kennedy Jr. è molto chiaro.
Secondo Kennedy, il governo federale ha il dovere di proteggere la popolazione e non può continuare a finanziare ricerche che potrebbero trasformarsi in un rischio biologico.
Lo stesso concetto viene ripreso dal direttore del National Institutes of Health, Jay Bhattacharya.
La ricerca biomedica, afferma Bhattacharya, produce benefici enormi per l'umanità.
Proprio per questo, gli esperimenti capaci di creare rischi eccezionali devono essere sottoposti al massimo livello di controllo.
Sono dichiarazioni che guardano al futuro.
Ma ogni decisione di questo tipo contiene inevitabilmente anche un giudizio sul passato.
Perché nessun governo costruisce nuove barriere se ritiene che quelle precedenti abbiano funzionato perfettamente.
...ma che inevitabilmente interroga il passato
Ed è qui che nasce la domanda più importante.
Perché oggi gli Stati Uniti ritengono necessario vietare il finanziamento delle Dangerous Gain-of-Function Research?
Che cosa è cambiato rispetto a pochi anni fa?
Le autorità americane hanno scoperto nuovi elementi?
Oppure hanno semplicemente riconosciuto che il sistema di controllo esistente non era adeguato?
Il comunicato dell'HHS non risponde direttamente a queste domande.
E probabilmente non potrebbe farlo.
Una politica pubblica guarda avanti.
Non è una sentenza giudiziaria.
Ma il contesto nel quale questa decisione matura è impossibile da ignorare.
Negli ultimi anni gli Stati Uniti hanno istituito commissioni parlamentari dedicate alla pandemia.
Sono stati condotti audit indipendenti.
Sono emerse irregolarità nella gestione di alcuni finanziamenti federali.
Sono stati pubblicati rapporti che hanno evidenziato carenze nella vigilanza.
EcoHealth Alliance è stata esclusa dai finanziamenti pubblici.
Anthony Fauci è stato convocato nuovamente davanti al Senato.
E mentre tutto questo accadeva, la Casa Bianca aveva già concesso all'ex direttore del NIAID una grazia presidenziale preventiva destinata a proteggerlo da eventuali procedimenti federali riguardanti la sua attività svolta fra il 2014 e il gennaio 2025.
Presi singolarmente, questi fatti non dimostrano l'origine del SARS-CoV-2.
Non dimostrano che un particolare esperimento abbia provocato la pandemia.
Non dimostrano responsabilità penali.
Ma insieme raccontano qualcosa di diverso.
Raccontano che il Paese che per anni ha finanziato una parte importante della ricerca mondiale sui coronavirus sta oggi riscrivendo completamente le proprie regole.
E quando una potenza scientifica modifica in modo così profondo il proprio sistema di controllo, il dovere del giornalismo non è anticipare le conclusioni delle commissioni d'inchiesta.
È porre una domanda semplice, ma inevitabile.
Che cosa ha convinto gli Stati Uniti che il precedente modello non fosse più sufficiente?
È da questa domanda che comincia la nostra analisi.
Dai finanziamenti a Wuhan alla grazia preventiva: la lunga ombra delle indagini americane
Per comprendere perché Washington abbia deciso di riscrivere le regole della ricerca biologica è necessario tornare indietro di oltre dieci anni.
L'anno è il 2014.
Negli Stati Uniti è già in corso un intenso dibattito sulle ricerche di "gain-of-function", tanto che l'amministrazione Obama introduce una moratoria temporanea su alcune linee sperimentali considerate particolarmente rischiose.
Nello stesso periodo, però, il National Institutes of Health (NIH), attraverso il National Institute of Allergy and Infectious Diseases (NIAID) diretto da Anthony Fauci, finanzia un progetto coordinato da EcoHealth Alliance, organizzazione guidata dal biologo Peter Daszak.
Lo scopo dichiarato del progetto è studiare i coronavirus presenti nei pipistrelli, comprenderne l'evoluzione e valutare il rischio di futuri salti di specie verso l'uomo.
Una parte delle attività viene affidata al Wuhan Institute of Virology, laboratorio cinese che da anni conduce ricerche sui coronavirus dei pipistrelli.
All'epoca quella collaborazione internazionale non suscita particolare attenzione.
Anzi.
Per gran parte della comunità scientifica rappresenta un normale esempio di cooperazione internazionale nella prevenzione delle pandemie.
Soltanto anni dopo, con l'arrivo del Covid-19, quel progetto diventerà uno degli elementi più discussi dell'intera vicenda.
EcoHealth Alliance: il nodo che cambia tutto
È importante chiarire un punto.
Per anni il dibattito pubblico si è concentrato quasi esclusivamente sul laboratorio di Wuhan.
In realtà il primo grande problema emerso dalle indagini americane riguarda EcoHealth Alliance.
Le verifiche amministrative condotte dagli organismi federali hanno infatti evidenziato una serie di irregolarità nella gestione del finanziamento.
Secondo la documentazione ufficiale, EcoHealth Alliance non trasmise nei tempi previsti alcuni rapporti tecnici obbligatori.
Uno dei documenti più importanti arrivò con circa due anni di ritardo.
Gli ispettori federali rilevarono inoltre che il governo americano non disponeva di strumenti sufficienti per verificare direttamente quanto avvenisse nei laboratori stranieri coinvolti nel progetto.
In altre parole, gli Stati Uniti finanziavano una ricerca svolta in parte all'estero senza poter esercitare un controllo realmente efficace sulle attività condotte dai subcontraenti.
Questa constatazione rappresenta uno dei punti centrali dell'intera vicenda.
Perché il problema non riguarda soltanto Wuhan.
Riguarda il sistema di controllo dei finanziamenti federali.
Dopo anni di verifiche, il Dipartimento della Salute americano ha deciso di escludere EcoHealth Alliance dai programmi federali per cinque anni.
Non perché fosse stata dimostrata la responsabilità dell'organizzazione nella nascita della pandemia.
Ma perché, secondo il governo americano, erano emerse violazioni amministrative e carenze tali da rendere incompatibile la prosecuzione dei rapporti finanziari con lo Stato federale.
È un fatto spesso trascurato.
Gli Stati Uniti non hanno semplicemente criticato EcoHealth Alliance.
L'hanno formalmente esclusa dai finanziamenti pubblici.
Chi finanziava davvero EcoHealth Alliance?
Per comprendere il ruolo di EcoHealth Alliance bisogna chiarire un punto fondamentale. L'organizzazione non appartiene a una multinazionale farmaceutica, né è controllata da una fondazione privata. È una organizzazione scientifica non profit statunitense (501(c)(3)), guidata per molti anni dal biologo Peter Daszak, che svolge attività di ricerca sulle malattie trasmesse dagli animali all'uomo (zoonosi). Il suo peso internazionale deriva soprattutto dalla capacità di gestire grandi progetti di ricerca finanziati da enti pubblici e privati.
Nel corso degli anni EcoHealth Alliance ha ricevuto finanziamenti e contributi da numerosi soggetti. I principali sono stati il National Institutes of Health (NIH), attraverso diversi programmi di ricerca e il National Institute of Allergy and Infectious Diseases (NIAID) diretto all'epoca da Anthony Fauci; USAID (United States Agency for International Development), in particolare attraverso il programma internazionale PREDICT dedicato all'identificazione di nuovi virus emergenti; i Centers for Disease Control and Prevention (CDC); il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti (Department of Defense) per alcuni specifici progetti; oltre a università, istituti di ricerca e amministrazioni pubbliche statunitensi.
Accanto ai finanziamenti pubblici, EcoHealth Alliance ha ricevuto nel tempo anche contributi da soggetti filantropici e privati. Tra quelli documentati figurano la Bill & Melinda Gates Foundation, la Rockefeller Foundation, Google.org, la Ford Foundation, la Select Equity Group Foundation e altri enti filantropici.
Nel progetto che ha acceso il dibattito internazionale sulla ricerca sui coronavirus, il flusso dei finanziamenti seguiva una catena ben precisa: il NIH assegnava il contributo a EcoHealth Alliance, che coordinava il progetto e affidava parte delle attività di ricerca a laboratori partner, tra cui il Wuhan Institute of Virology in Cina. È proprio questo ruolo di intermediario tra finanziatori statunitensi e laboratori stranieri ad aver collocato EcoHealth Alliance al centro delle successive indagini del Congresso e delle verifiche amministrative. Le contestazioni formulate dalle autorità americane non riguardano l'esistenza di questi finanziamenti, ma il modo in cui alcuni di essi sono stati gestiti, i controlli esercitati sui partner internazionali e il rispetto degli obblighi di rendicontazione previsti dai contratti federali.
Le commissioni parlamentari cambiano il clima
Parallelamente alle verifiche amministrative prende forma un'altra attività destinata ad avere un peso enorme.
Il Congresso degli Stati Uniti istituisce una commissione speciale incaricata di ricostruire la gestione della pandemia.
Per oltre due anni vengono raccolti documenti, ascoltati funzionari, analizzati contratti, esaminati finanziamenti e ricostruite le principali decisioni assunte durante gli anni dell'emergenza.
Non si tratta di una semplice indagine politica.
Il materiale raccolto supera il milione di pagine.
Le audizioni sono decine.
Le richieste ufficiali di documentazione superano il centinaio.
Il rapporto finale supera le cinquecento pagine.
Su molti aspetti il dibattito resta aperto.
Su altri, invece, emerge un consenso molto più ampio.
Le procedure di controllo dei finanziamenti internazionali si sono dimostrate insufficienti.
Le informazioni disponibili agli organismi federali erano spesso incomplete.
La cooperazione con laboratori stranieri richiedeva livelli di verifica molto superiori.
È proprio questo il punto.
Anche senza stabilire definitivamente quale sia stata l'origine del SARS-CoV-2, le commissioni americane arrivano a una conclusione molto concreta.
Il sistema di controllo precedente non offriva garanzie sufficienti.
Ed è esattamente ciò che la nuova politica federale cerca oggi di correggere.
Anthony Fauci: dal simbolo della pandemia al silenzio davanti al Senato
Anthony Fauci è stato per decenni uno dei volti più autorevoli della sanità americana.
Durante la pandemia è diventato, per milioni di persone, il simbolo della risposta scientifica degli Stati Uniti.
Ma con il passare degli anni la sua figura è diventata anche uno dei principali punti di scontro politico.
Il motivo non riguarda soltanto l'origine del virus.
Riguarda soprattutto i finanziamenti, i controlli esercitati sui progetti internazionali e alcune dichiarazioni rese davanti al Congresso.
Fauci ha sempre sostenuto che il NIAID non abbia finanziato ricerche di gain-of-function nel senso regolatorio adottato dal governo americano.
I suoi critici hanno invece contestato proprio quella definizione, sostenendo che fosse troppo restrittiva e consentisse di escludere formalmente esperimenti che, nella pratica, aumentavano alcune caratteristiche biologiche dei coronavirus.
È una disputa che dura da anni.
Ed è interessante osservare che la nuova politica americana sembra superarla completamente.
Il nuovo criterio non si concentra più tanto sul nome attribuito alla ricerca.
Si concentra sul rischio che essa può generare.
È un cambiamento che, indirettamente, sembra riconoscere quanto fosse problematica la precedente impostazione.
La grazia preventiva concessa da Joe Biden
Uno degli episodi più singolari dell'intera vicenda si verifica il 20 gennaio 2025.
Poche ore prima di lasciare la Casa Bianca, il presidente Joe Biden concede ad Anthony Fauci una grazia presidenziale preventiva.
Si tratta di una decisione assolutamente legittima dal punto di vista costituzionale.
Negli Stati Uniti il Presidente può concedere il perdono anche prima dell'apertura di un procedimento penale.
La motivazione ufficiale è chiara.
Secondo Biden, Fauci rischiava di diventare il bersaglio di indagini e procedimenti politicamente motivati da parte della nuova amministrazione.
La grazia, precisa la Casa Bianca, non costituisce in alcun modo un'ammissione di colpa.
Questo è un fatto.
Ma è altrettanto vero che la decisione apre interrogativi inevitabili.
Perché concedere una protezione così ampia a una persona che, secondo la versione ufficiale, ha sempre agito correttamente?
Perché farlo proprio negli ultimi minuti di una presidenza?
Perché estendere la copertura a un arco temporale che coincide con gli anni dei finanziamenti a EcoHealth Alliance, delle collaborazioni con Wuhan e della gestione della pandemia?
Una grazia preventiva è uno strumento eccezionale.
Non viene utilizzata per routine.
Se il Presidente degli Stati Uniti ritiene necessario ricorrervi, è inevitabile chiedersi quale rischio concreto intendesse neutralizzare.
Il Quinto Emendamento e il "silenzio assordante"
Il 29 luglio 2026 Anthony Fauci compare davanti alla Commissione per la Sicurezza Interna e gli Affari Governativi del Senato.
L'attesa è enorme.
Molti osservatori si aspettano chiarimenti su anni di polemiche.
Accade invece qualcosa di molto diverso.
Su consiglio dei propri avvocati, Fauci sceglie di appellarsi ripetutamente al Quinto Emendamento della Costituzione americana, che tutela ogni cittadino dal rischio di auto-incriminarsi.
È un diritto costituzionale.
Nessuno può contestarlo.
Ciò che colpisce è l'estensione della scelta.
Chiunque può verificare direttamente il contenuto dell'audizione consultando il video integrale della Commissione del Senato degli Stati Uniti, nel quale Anthony Fauci invoca ripetutamente il Quinto Emendamento nel corso dell’interrogatorio.
Anche su domande prive di evidente rilevanza penale.
Da qui nasce l'espressione utilizzata da molti commentatori americani: "un silenzio assordante".
Naturalmente esiste anche una spiegazione giuridica.
Gli avvocati di Fauci sostengono che qualsiasi risposta avrebbe potuto essere successivamente utilizzata per contestargli nuove ipotesi di falsa testimonianza o spergiuro, fatti che non sarebbero stati coperti dalla grazia concessa da Biden.
L'argomento è tecnicamente fondato.
Ma non elimina il problema politico.
Per la prima volta uno dei principali protagonisti della gestione sanitaria della pandemia sceglie di non rispondere al Parlamento proprio mentre gli Stati Uniti stanno cambiando radicalmente le regole della ricerca biologica.
Non sappiamo se Fauci abbia ritenuto prudente non parlare per motivi esclusivamente giuridici.
Non sappiamo se abbia seguito semplicemente una strategia difensiva.
Non sappiamo se temesse possibili contraddizioni con precedenti dichiarazioni.
Sappiamo però una cosa.
La scelta del silenzio, sommata alla grazia preventiva e al nuovo quadro normativo americano, rende ancora più forte una domanda che attraversa ormai l'intero dibattito internazionale.
Se il sistema di controllo adottato fino al 2024 era davvero adeguato, perché gli Stati Uniti stanno oggi costruendo un sistema completamente diverso?
È una domanda alla quale, finora, nessuna commissione ha ancora fornito una risposta definitiva.
Ed è proprio da qui che il dibattito scientifico torna inevitabilmente a incrociare quello politico.
Il dibattito scientifico cambia volto: quando le domande non possono più essere liquidate
Per comprendere il significato della svolta americana occorre evitare un errore che ha caratterizzato gran parte del dibattito pubblico negli ultimi sei anni.
Ridurre tutto a una contrapposizione fra "complottisti" e "negazionisti", oppure fra "scienza" e "antiscienza".
La realtà è molto più articolata.
Nel mondo scientifico convivono infatti diverse interpretazioni sull'origine del SARS-CoV-2.
Una parte dei ricercatori ritiene che il virus abbia avuto un'origine naturale, attraverso il passaggio da un animale all'uomo.
Altri studiosi considerano più probabile un incidente di laboratorio, ipotizzando che un virus oggetto di ricerca possa essere uscito accidentalmente da una struttura scientifica.
Altri ricercatori sostengono invece che il SARS-CoV-2 presenti caratteristiche compatibili con una manipolazione o con attività di ingegneria genetica, anche nell'ambito di programmi di ricerca civili o militari, e chiedono da anni un accesso completo ai registri sperimentali, ai database e alla documentazione dei laboratori coinvolti per poter verificare o escludere definitivamente questa ipotesi.
Esistono infine studiosi che ritengono le prove oggi disponibili ancora insufficienti per stabilire con certezza quale di queste ipotesi sia corretta e che chiedono ulteriori dati prima di giungere a conclusioni definitive.
Questa pluralità di posizioni non rappresenta un'anomalia.
È il normale funzionamento della ricerca scientifica.
Il problema nasce quando una o più di queste ipotesi vengono escluse dal dibattito prima ancora che possano essere analizzate attraverso il confronto scientifico, l'accesso ai dati, la verifica documentale e la ricerca sperimentale.
Ed è proprio questo uno degli aspetti che, negli ultimi anni, sembra essere progressivamente cambiato. Oggi il dibattito non riguarda più soltanto l'origine del SARS-CoV-2, ma anche la trasparenza delle collaborazioni internazionali, il controllo dei finanziamenti, la biosicurezza dei laboratori e il livello di supervisione richiesto alle ricerche biologiche ad alto rischio.
Jay Bhattacharya: dalla critica al vertice del NIH
Uno dei protagonisti più significativi di questo cambiamento è Jay Bhattacharya.
Durante la pandemia il professore dell'Università di Stanford fu tra gli autori della Great Barrington Declaration, documento che criticava alcune delle strategie adottate per il contenimento del Covid-19 e proponeva un approccio differente nella gestione del rischio sanitario.
Le sue posizioni suscitarono fortissime polemiche.
Negli anni successivi, però, Bhattacharya è diventato una delle figure più ascoltate nel dibattito americano sulla trasparenza della ricerca e sul rapporto fra scienza, politica e libertà accademica.
Oggi è direttore del National Institutes of Health.
È un passaggio che, da solo, racconta quanto sia cambiato il panorama scientifico statunitense.
Nel presentare la nuova politica sulle Dangerous Gain-of-Function Research, Bhattacharya non mette sotto accusa la ricerca biomedica.
Fa qualcosa di diverso.
Afferma che l'innovazione scientifica può continuare soltanto se accompagnata da un livello di responsabilità adeguato ai rischi.
È un'affermazione apparentemente semplice.
Ma rappresenta un cambiamento culturale profondo.
Per anni il dibattito si è concentrato quasi esclusivamente sui benefici della ricerca.
Oggi il NIH afferma che anche il rischio potenziale deve diventare parte integrante della valutazione scientifica.
Joseph Tritto: una voce rimasta fuori dal coro
Tra gli studiosi che già nel 2020 invitarono a guardare con estrema attenzione alle ricerche svolte a Wuhan figura anche il professor Joseph (Giuseppe) Tritto.
Presidente della World Academy of Biomedical Sciences and Technologies (WABT) da molti anni, Tritto pubblicò durante la pandemia una ricostruzione che suscitò immediatamente un acceso dibattito internazionale.
Nel suo libro Cina Covid-19. La chimera che ha cambiato il mondo sostenne che il SARS-CoV-2 fosse compatibile con una serie di manipolazioni e ricombinazioni genetiche effettuate nell'ambito delle ricerche sui coronavirus.
Secondo Tritto, la cooperazione internazionale sviluppatasi negli anni precedenti aveva favorito un rapido trasferimento di conoscenze e tecnologie verso laboratori impegnati in programmi biologici estremamente avanzati.
Le sue conclusioni furono contestate da numerosi ricercatori.
Molti osservarono che le caratteristiche genetiche indicate da Tritto non costituivano una prova definitiva di manipolazione artificiale e che l'assenza di accesso completo ai dati originali del laboratorio di Wuhan impediva qualsiasi conclusione definitiva.
Queste obiezioni devono essere riportate.
È corretto farlo.
Ma sarebbe altrettanto scorretto ignorare un altro elemento.
Molti dei temi sui quali Tritto richiamava l'attenzione nel 2020 sono oggi diventati oggetto di analisi da parte delle istituzioni americane.
Non l'origine artificiale del virus.
Su questo punto il dibattito resta aperto.
Ma i rischi legati ai laboratori ad alta sicurezza.
Le collaborazioni internazionali.
La necessità di controlli indipendenti.
La tracciabilità dei finanziamenti.
La supervisione degli esperimenti capaci di modificare le caratteristiche biologiche dei virus.
Sono tutti argomenti che oggi ritroviamo nella nuova politica federale degli Stati Uniti.
Questo non significa che Tritto avesse necessariamente ragione su ogni aspetto della propria ricostruzione.
Significa però che le domande da lui poste non possono più essere archiviate come semplici fantasie prive di interesse scientifico.
Il tempo cambia il peso delle domande
Esiste un principio fondamentale nel giornalismo investigativo.
Una domanda può nascere in un contesto.
Può sembrare marginale.
Può essere criticata.
Può persino essere derisa.
Ma se, negli anni successivi, istituzioni, governi e organismi di controllo iniziano a porsi quella stessa domanda, il suo valore cambia.
Non perché diventi automaticamente una risposta.
Ma perché diventa una questione degna di essere approfondita.
È esattamente ciò che è accaduto nel dibattito sulle ricerche biologiche ad alto rischio.
Nel 2020 discutere pubblicamente dell'ipotesi di un incidente di laboratorio significava spesso essere collocati ai margini del confronto scientifico.
Oggi diverse agenzie governative americane considerano quella possibilità sufficientemente credibile da mantenerla tra gli scenari ufficialmente esaminati.
Nel 2020 mettere in discussione il sistema di controllo dei finanziamenti destinati alla ricerca internazionale appariva, secondo molti, una critica infondata.
Oggi gli stessi Stati Uniti stanno riscrivendo completamente quelle regole.
Nel 2020 il tema della biosicurezza sembrava interessare soprattutto gli addetti ai lavori.
Nel 2026 diventa una priorità strategica della principale potenza scientifica mondiale.
È il tempo ad avere modificato il quadro.
Non la propaganda.
Che cosa è accertato e che cosa resta oggetto di indagine
Nel corso degli ultimi anni sono emersi numerosi elementi documentati.
È accertato che EcoHealth Alliance abbia ricevuto finanziamenti federali statunitensi destinati anche a progetti svolti in collaborazione con il Wuhan Institute of Virology.
È documentato che le verifiche amministrative americane abbiano evidenziato carenze nei controlli e nella gestione di parte di quei finanziamenti.
La rete dei finanziamenti non si limitava però alle agenzie governative. La Bill & Melinda Gates Foundation compare infatti in più punti della vicenda. Da un lato ha finanziato, insieme ad altri enti pubblici e privati, alcuni progetti di EcoHealth Alliance dedicati allo studio delle zoonosi. Dall'altro è stata tra i soggetti fondatori e principali sostenitori della Coalition for Epidemic Preparedness Innovations (CEPI), l'organizzazione internazionale che ha finanziato numerosi programmi di sviluppo dei vaccini contro il COVID-19 e sostenuto il programma COVAX per la distribuzione globale dei vaccini. Pur trattandosi di iniziative con finalità differenti, questi elementi mostrano come alcuni dei principali attori istituzionali e filantropici abbiano operato, con ruoli diversi, sia nel finanziamento della ricerca sui virus emergenti sia nello sviluppo delle contromisure vaccinali.
È un fatto che il Dipartimento della Salute degli Stati Uniti abbia successivamente escluso EcoHealth Alliance dai programmi federali.
È un fatto che il Congresso degli Stati Uniti abbia dedicato anni di lavoro alla ricostruzione della gestione della pandemia, acquisendo una vasta documentazione e ascoltando decine di testimoni.
È un fatto che Anthony Fauci abbia ricevuto una grazia presidenziale preventiva e che, nel corso della successiva audizione davanti al Senato, abbia scelto di appellarsi ripetutamente al Quinto Emendamento.
È infine un fatto che l'amministrazione statunitense abbia deciso di vietare il finanziamento federale delle Dangerous Gain-of-Function Research, introducendo criteri di controllo molto più rigorosi rispetto al passato.
Parallelamente, il dibattito scientifico sull'origine del SARS-CoV-2 rimane aperto. Diverse ipotesi continuano a essere sostenute da ricercatori e istituzioni: dall'origine naturale al possibile incidente di laboratorio, fino all'ipotesi di una manipolazione genetica nell'ambito di programmi di ricerca civili o militari. Le commissioni d'inchiesta e gli organismi scientifici continuano ad analizzare documenti, dati e testimonianze, mentre su questo punto non è stata ancora raggiunta una conclusione condivisa a livello internazionale.
La vera novità non riguarda il passato
Paradossalmente, la questione più importante non riguarda nemmeno il 2020.
Riguarda il futuro.
Quando una grande democrazia modifica radicalmente le proprie regole di biosicurezza, il messaggio che invia al resto del mondo è molto chiaro.
Il principio della massima libertà di ricerca non può più essere considerato assoluto.
Esiste un punto oltre il quale il rischio collettivo prevale sull'interesse scientifico del singolo esperimento.
È questa, probabilmente, la vera rivoluzione contenuta nella nuova politica americana.
Non una condanna del passato.
Ma il riconoscimento che alcune ricerche richiedono oggi un livello di controllo infinitamente superiore rispetto a quello ritenuto sufficiente soltanto pochi anni fa.
Ed è proprio questa rivoluzione culturale che rende ancora più attuale una domanda.
Se oggi gli Stati Uniti ritengono necessario introdurre limiti così severi, significa forse che le lezioni della pandemia non riguardano soltanto la sanità pubblica.
Riguardano anche il modo stesso in cui la comunità scientifica internazionale dovrà affrontare, negli anni a venire, il delicatissimo equilibrio fra innovazione, sicurezza e responsabilità.
Una lezione che riguarda il mondo intero
Sarebbe un errore considerare questa vicenda esclusivamente come un confronto interno agli Stati Uniti.
Quando Washington modifica le regole della ricerca biomedica, le conseguenze non si fermano ai confini americani.
Gli Stati Uniti rappresentano il principale finanziatore mondiale della ricerca scientifica.
Università, laboratori, centri di eccellenza e istituti privati di numerosi Paesi collaborano quotidianamente con programmi sostenuti da fondi federali statunitensi.
Se cambiano i criteri con cui quei fondi vengono concessi, inevitabilmente cambia anche il modo in cui verranno progettati gli esperimenti del futuro.
È questo il significato più profondo della nuova politica federale.
Non si limita a vietare alcune ricerche.
Ridefinisce il rapporto fra libertà scientifica e responsabilità pubblica.
Per la prima volta, il rischio biologico viene posto sullo stesso piano del possibile beneficio scientifico.
È un cambiamento culturale destinato ad avere effetti ben oltre il territorio americano.
Anche l'Italia continua a cercare risposte
Mentre negli Stati Uniti proseguono le indagini parlamentari e amministrative, anche l'Italia continua a interrogarsi sulla gestione della pandemia.
La Commissione parlamentare d'inchiesta istituita dal Parlamento italiano sta ascoltando dirigenti sanitari, epidemiologi, funzionari pubblici, membri degli organi tecnici e rappresentanti delle istituzioni coinvolte durante l'emergenza.
L'obiettivo dell'inchiesta italiana non coincide perfettamente con quello delle commissioni americane.
Negli Stati Uniti l'attenzione si concentra soprattutto sui finanziamenti alla ricerca, sui rapporti con Wuhan, sulle procedure di biosicurezza e sul funzionamento delle agenzie federali.
In Italia il lavoro parlamentare riguarda prevalentemente la gestione dell'emergenza sanitaria, le decisioni governative, i protocolli adottati, la raccolta dei dati epidemiologici e il coordinamento fra le diverse autorità.
Le due inchieste seguono quindi percorsi differenti.
Ma condividono una stessa convinzione.
Dopo la più grande crisi sanitaria dell'ultimo secolo non è sufficiente archiviare gli eventi.
Occorre comprenderli.
Non per riscrivere la storia secondo appartenenze politiche.
Ma per evitare che gli stessi errori possano ripetersi.
La fiducia nella scienza passa anche dalla trasparenza
Durante la pandemia si è spesso ripetuto che fosse necessario "seguire la scienza".
È un'affermazione condivisibile.
A condizione di ricordare che la scienza non coincide con una singola persona, con un'istituzione o con un'autorità politica.
La scienza vive di verifica.
Di confronto.
Di controllo reciproco.
Di possibilità di mettere continuamente alla prova anche le ipotesi più consolidate.
Quando un sistema di ricerca diventa impermeabile alle domande, smette di rafforzare la fiducia dei cittadini.
Quando invece accetta il controllo, pubblica i dati, rende accessibili i documenti e sottopone i propri risultati a verifiche indipendenti, la fiducia cresce.
È forse questa la lezione più importante che emerge dalle decisioni adottate oggi dagli Stati Uniti.
Il nuovo quadro normativo non nasce dalla sfiducia nella ricerca.
Nasce dalla convinzione che la ricerca, proprio perché essenziale, debba essere accompagnata da strumenti di controllo adeguati alla sua crescente capacità di modificare il mondo biologico.
Le domande che restano aperte
Perché il sistema di controllo dei finanziamenti internazionali si è rivelato insufficiente?
Perché EcoHealth Alliance è stata esclusa dai programmi federali soltanto dopo anni di verifiche?
Perché la nuova politica americana abbandona proprio quelle definizioni regolatorie che avevano alimentato il lungo confronto sul gain-of-function?
Quali informazioni contenute negli archivi del Wuhan Institute of Virology non sono ancora state rese accessibili alla comunità scientifica internazionale?
Quali dati sono oggi conosciuti dalle autorità americane ma non ancora disponibili al pubblico?
Perché Joe Biden ha ritenuto necessario concedere una grazia preventiva ad Anthony Fauci?
Quali valutazioni politiche e giuridiche portarono la Casa Bianca a una decisione tanto eccezionale?
Perché Fauci ha preferito appellarsi al Quinto Emendamento anche di fronte a domande apparentemente prive di conseguenze penali?
Quali elementi ritenevano potenzialmente rischiosi i suoi consulenti legali?
Perché il governo americano ha scelto di vietare oggi alcune ricerche che, fino a pochi anni fa, potevano ricevere finanziamenti pubblici?
Che cosa è cambiato realmente nella valutazione del rischio?
Un cambiamento che merita attenzione
C'è infine un ultimo aspetto che merita una riflessione.
Per anni il dibattito sull'origine del SARS-CoV-2 ha spesso diviso l'opinione pubblica in due schieramenti contrapposti.
Da una parte chi riteneva impossibile anche solo discutere l'ipotesi di un incidente di laboratorio.
Dall'altra chi considerava già dimostrata una ricostruzione che, ancora oggi, non dispone di una conclusione definitiva condivisa.
Nel frattempo, però, la realtà ha continuato a evolversi.
Le commissioni parlamentari hanno lavorato.
Gli organismi di controllo hanno pubblicato i propri rapporti.
Sono emerse irregolarità amministrative.
Sono state adottate sanzioni.
Sono stati modificati i criteri di vigilanza.
E oggi gli Stati Uniti hanno scelto di vietare il finanziamento delle ricerche biologiche considerate più pericolose.
È difficile immaginare un cambiamento di rotta più significativo.
Questo non significa che tutte le ipotesi formulate negli anni passati siano state confermate.
Non significa neppure che il caso possa considerarsi definitivamente risolto.
Significa però una cosa molto precisa.
Le domande che per anni sono state liquidate come marginali, oggi vengono affrontate ai massimi livelli delle istituzioni americane.
Ed è probabilmente questa la notizia più importante.
Non perché offra finalmente tutte le risposte.
Ma perché dimostra che la ricerca della verità, quando riguarda temi capaci di incidere sulla salute dell'intera umanità, non può mai essere considerata conclusa.
Anzi.
È proprio quando una grande democrazia decide di cambiare radicalmente le proprie regole che diventa ancora più necessario continuare a fare ciò che il giornalismo dovrebbe fare da sempre.
Studiare i documenti.
Ascoltare tutte le voci competenti.
Verificare i fatti.
Distinguere le prove dalle ipotesi.
E non avere timore di porre domande quando sono i fatti stessi a renderle inevitabili.
Perché la fiducia nella scienza e nelle istituzioni non nasce dal silenzio.
Nasce dalla trasparenza.
E la trasparenza comincia sempre da una domanda.
