Caso Maidan: sette mesi dopo, il ricorso sul divieto di Muralto è ancora senza risposta

Scritto il 20/08/2026
da team.redazione


Sette mesi sono trascorsi, ma sul ricorso contro il divieto di proiettare a Muralto il documentario Maidan: la strada verso la guerra non è ancora arrivata una decisione del Consiglio di Stato. Una vicenda che, secondo il comunicato diffuso oggi, 20 agosto, da HelvEthica Ticino e Amici della Costituzione, va ormai ben oltre la controversia amministrativa e pone una questione più ampia: quanto può attendere la tutela di una libertà fondamentale prima che il trascorrere del tempo diventi esso stesso parte del problema?

Il divieto deciso a gennaio

La vicenda risale allo scorso gennaio, quando il Municipio di Muralto impedì agli organizzatori la proiezione del documentario, motivando la decisione con il rischio di «possibili tensioni o turbative dell’ordine pubblico».
HelvEthica Ticino e Amici della Costituzione presentarono ricorso contro il provvedimento. In gioco, sostengono i promotori, non vi sarebbe soltanto la possibilità di mostrare un determinato film, ma l'esercizio di due diritti garantiti dall'ordinamento costituzionale: la libertà di espressione e la libertà di riunione.
All'avvio della procedura, il Consiglio di Stato negò l'effetto sospensivo. Il risultato concreto fu che il divieto rimase efficace e la proiezione non poté svolgersi.
Secondo quanto ricostruito nel comunicato, il Comune di Muralto ottenne successivamente una proroga fino al 26 marzo per presentare le proprie osservazioni, senza poi pronunciarsi nel merito né produrre elementi a sostegno della decisione contestata.

Quando il rischio di contestazioni basta a fermare un evento?

È questo uno dei punti centrali sollevati dagli organizzatori.
Il comunicato richiama la giurisprudenza svizzera ed europea secondo cui la semplice possibilità che possano verificarsi contestazioni o tensioni non sarebbe sufficiente, da sola, a giustificare una limitazione preventiva di una libertà fondamentale: dovrebbe esistere un pericolo concreto, attuale e verificabile per l'ordine pubblico.
Nel caso di Muralto, sostengono i ricorrenti, il diniego delle misure provvisionali sarebbe invece stato fondato sui rischi indicati dal Comune senza che fossero dimostrati fatti concreti capaci di giustificare una restrizione di questa portata.
La questione viene ricondotta al concetto del cosiddetto “heckler's veto”, traducibile come “veto dell'oppositore”: il rischio che la minaccia di contestazioni da parte di chi non condivide un evento finisca, nei fatti, per determinarne la cancellazione.
Il problema è evidente. Se la prospettiva di proteste fosse di per sé sufficiente per impedire preventivamente una manifestazione o una proiezione pubblica, il potere effettivo di decidere quali idee possano essere espresse rischierebbe di passare dall'autorità pubblica a chi minaccia di contestarle.

Il documentario è stato proiettato altrove

Nel frattempo è accaduto anche qualcosa che gli organizzatori considerano significativo.
Maidan: la strada verso la guerra è stato successivamente proiettato al Liceo di Bellinzona e in diverse città italiane. Secondo il comunicato, in queste occasioni non si sarebbero verificati disordini.
I rischi paventati in occasione dell'appuntamento di Muralto, dunque, non si sarebbero concretizzati nelle successive proiezioni citate dagli organizzatori.
Questo dato non permette automaticamente di stabilire cosa sarebbe accaduto a Muralto, ma costituisce certamente un elemento rilevante nel dibattito sulla proporzionalità del divieto adottato allora.

Il vero problema adesso è il tempo

Dopo sette mesi, tuttavia, la questione assume una dimensione differente.
Una controversia relativa alla libertà di espressione non può essere valutata esattamente come una normale pratica amministrativa. Un diritto che può essere esercitato soltanto dopo che l'occasione per esercitarlo è trascorsa rischia di trasformarsi in un diritto puramente teorico.
È precisamente questo il punto evidenziato nel comunicato: quando sono coinvolti diritti fondamentali, il trascorrere del tempo non è neutro. Più una decisione viene rinviata, più diventa difficile ripristinare integralmente la situazione precedente.
Gli organizzatori richiamano a questo proposito anche il principio espresso dalla Corte europea dei diritti dell'uomo secondo cui un rimedio giuridico deve essere effettivo, cioè capace di prevenire una violazione o di porvi rimedio in tempo utile, e non soltanto di riconoscerla quando ormai i suoi effetti si sono prodotti.
Ed è probabilmente qui che il caso Maidan diventa interessante anche per chi non ha alcun interesse particolare per il documentario, per l'Ucraina o per le interpretazioni degli avvenimenti del 2014.
La questione riguarda il funzionamento delle garanzie democratiche.
Perché il principio vale indipendentemente dalle idee espresse: oggi può riguardare un documentario contestato, domani una conferenza, una manifestazione politica, un dibattito pubblico o un'opinione completamente diversa.

Una decisione che ancora non arriva

Alla data del 20 agosto, secondo il comunicato, il Consiglio di Stato ticinese non si è ancora pronunciato sul ricorso.
HelvEthica Ticino e Amici della Costituzione chiedono quindi che una decisione arrivi al più presto, sottolineando come la tutela delle libertà costituzionali dipenda non soltanto dal contenuto delle decisioni delle autorità, ma anche dalla loro tempestività.
Il comunicato si chiude con un'osservazione destinata inevitabilmente ad assumere anche un significato politico:
«Sette mesi sono già trascorsi. Altri sette e saremo alle elezioni cantonali.»
Gli organizzatori auspicano quindi che, prima di allora, il Consiglio di Stato trovi il tempo di pronunciarsi su una vicenda che, al di là del singolo documentario, riguarda un principio molto più generale: quali limiti possano essere imposti alla libertà di espressione e quanto rapidamente un cittadino debba poter ottenere una risposta quando ritiene che quella libertà sia stata limitata.