Oggi, 22 agosto, le Nazioni Unite commemorano le vittime della violenza basata sulla religione o sul credo. Una ricorrenza che rischierebbe di apparire lontana dalla nostra quotidianità, se dietro quelle parole non continuassero ad esserci uomini, donne e bambini uccisi, rapiti, torturati o costretti ad abbandonare le proprie case semplicemente per ciò in cui credono. Nell'Africa subsahariana, e in particolare in Nigeria, la situazione dei cristiani assume dimensioni drammatiche.
Ci sono giornate internazionali che ricordano avvenimenti del passato. Quella di oggi, purtroppo, parla soprattutto del presente.
Il 22 agosto è la Giornata internazionale delle Nazioni Unite per la commemorazione delle vittime della violenza basata sulla religione o sul credo. E mentre nel mondo si pronunciano dichiarazioni, appelli e parole di solidarietà, in molte regioni essere riconosciuti come appartenenti a una determinata comunità religiosa continua a significare esporsi alla discriminazione, alla persecuzione e, in alcuni casi, alla morte.
La libertà religiosa non è soltanto il diritto di professare una fede. È anche il diritto di non professarne alcuna, di cambiare credo, di pregare, di riunirsi e soprattutto di non essere perseguitati per una scelta che appartiene alla sfera più intima della persona.
Eppure, nel 2026, tutto questo è ancora lontano dall'essere garantito.
La tragedia quotidiana della Nigeria
Il documento trasmesso a Chiasso TV dalla Fondazione Porte Aperte ETS – Open Doors concentra l'attenzione soprattutto sull'Africa subsahariana e sulla persecuzione delle comunità cristiane.
Le notizie che arrivano dalla Nigeria nelle ultime settimane rendono difficile considerare quella di oggi come una semplice ricorrenza istituzionale.
Secondo Porte Aperte, il 12 agosto, appena dieci giorni fa, miliziani Fulani hanno attaccato in pieno giorno l'area di Mangu, a maggioranza cristiana, nello Stato di Plateau. Gli aggressori hanno aperto il fuoco e incendiato abitazioni e chiese.
Sei giorni più tardi sono tornati.
Questa volta l'obiettivo è stato il villaggio di Bin Per Bwai e l'attacco è avvenuto durante la notte. Gli abitanti sono stati assaliti mentre dormivano e il bilancio indicato dall'organizzazione è di almeno 24 morti, nonostante la presenza di militari incaricati di proteggere il villaggio.
Durante il funerale collettivo, le donne della comunità hanno manifestato pacificamente chiedendo semplicemente che quella catena di violenze abbia fine.
Dietro un numero come “24 vittime”, però, rischiamo sempre di perdere ciò che realmente significa.
Ventiquattro persone avevano una casa, una famiglia, una storia. La sera sono andate a dormire. Non hanno visto il mattino successivo.
Victoria, i suoi figli e 120 giorni di prigionia
Ancora più difficile da leggere è la storia raccontata nel documento di Porte Aperte riguardante Victoria, rapita insieme ai figli e ad altri 33 cristiani durante le celebrazioni della domenica di Pasqua.
Gli attacchi avevano colpito una chiesa evangelica e una cattolica nello Stato di Kaduna.
Victoria è rimasta prigioniera per 120 giorni.
Era incinta quando venne sequestrata e ha partorito durante la prigionia. Il bambino non è sopravvissuto. Il primo agosto Victoria è riuscita a fuggire insieme ai figli, ma durante la fuga anche la figlia più piccola è morta per le ferite riportate.
E la vicenda non è ancora conclusa: secondo Porte Aperte, venti dei 33 cristiani rapiti ad aprile sarebbero tuttora nelle mani degli estremisti, sottoposti a torture e altre forme di violenza.
È forse attraverso storie come questa che la giornata di oggi acquista il suo significato più autentico.
Perché “violenza religiosa” può sembrare un'espressione astratta. Victoria, i suoi bambini e quei venti ostaggi non lo sono.
Il 93% degli omicidi registrati è nell'Africa subsahariana
La Nigeria non rappresenta un caso isolato.
I dati della World Watch List 2026, richiamati da Porte Aperte, indicano nell'Africa subsahariana il principale epicentro mondiale della violenza contro i cristiani.
Secondo questi dati, nella regione si concentrerebbe addirittura il 93% degli omicidi di cristiani registrati a livello mondiale, saliti da 4.491 a 4.849, e il 90% dei rapimenti, passati da 2.994 a 3.302.
A questa realtà si aggiunge un fenomeno meno visibile ma altrettanto devastante: la fuga.
Porte Aperte stima in almeno 16 milioni i cristiani sfollati internamente nell'Africa subsahariana. Persone che hanno lasciato case, villaggi e terre nel tentativo di salvarsi e che, una volta sfollate, devono affrontare nuove difficoltà per procurarsi cibo, acqua, cure e condizioni minime di sicurezza.
Fuggire, inoltre, non significa necessariamente essere al sicuro.
La violenza può raggiungere anche i campi degli sfollati, come tragicamente dimostrato dall'attacco avvenuto a Yelewata nel giugno 2025.
Quando la fede diventa una condanna
Naturalmente le cause delle violenze che attraversano numerose regioni africane sono complesse. Conflitti territoriali, terrorismo, criminalità, rivalità etniche, controllo delle risorse e instabilità politica possono sovrapporsi alla componente religiosa.
Ridurre tutto a un'unica spiegazione sarebbe sbagliato.
Ma sarebbe altrettanto sbagliato ignorare la componente religiosa quando le persone vengono individuate, minacciate o colpite anche in quanto appartenenti a una determinata comunità di fede.
Ed è proprio questo il senso della giornata istituita dalle Nazioni Unite.
La libertà religiosa appartiene infatti alla stessa famiglia di diritti fondamentali della libertà di pensiero, di coscienza e di espressione. Difenderla quando viene violata significa quindi difendere qualcosa che riguarda tutti, indipendentemente dalla propria fede.
Cristiani, musulmani, ebrei, induisti, buddhisti, appartenenti alle minoranze religiose, credenti di altre confessioni e non credenti: nessun essere umano dovrebbe rischiare la propria vita per ciò in cui crede o non crede.
Un problema che la comunità internazionale non può ignorare
Nel documento viene ricordato anche il crescente interessamento delle istituzioni internazionali alla situazione nigeriana.
Secondo Porte Aperte, una dichiarazione degli esperti delle Nazioni Unite dello scorso 8 giugno ha fatto riferimento a una persecuzione che colpisce in maniera sproporzionata i cristiani in Nigeria, mentre il Parlamento europeo ha adottato una risoluzione d'urgenza sulla persecuzione dei cristiani nel Paese.
L'organizzazione, attraverso la campagna internazionale Arise Africa, ha inoltre promosso una petizione per chiedere protezione, giustizia e reinserimento delle comunità vulnerabili costrette alla fuga, con l'obiettivo di raggiungere un milione di firme e portare la questione all'attenzione della comunità internazionale.
Ma proprio oggi vale forse la pena andare oltre le dichiarazioni ufficiali.
Perché il rischio delle giornate internazionali è sempre lo stesso: ricordare per ventiquattr'ore ciò che torneremo a dimenticare domani.
Le vittime della violenza religiosa non hanno bisogno soltanto di una data sul calendario. Hanno bisogno che la loro esistenza venga riconosciuta, che le persecuzioni vengano documentate, che i responsabili siano perseguiti e che la libertà di coscienza venga realmente considerata un diritto umano universale.
Oggi è il 22 agosto.
Per noi può essere una giornata come tante.
Per qualcuno, in qualche parte del mondo, potrebbe essere il giorno in cui una chiesa verrà incendiata, una famiglia sarà costretta a fuggire, qualcuno verrà rapito o una persona perderà la vita soltanto perché la sua fede la rende un bersaglio.
Ed è precisamente per questo che questa giornata riguarda anche noi.
