Ignazio Cassis, capo del DFAE, nell’opuscolo del 2022 pubblicato dal suo dipartimento ‘La neutralità della Svizzera’, cominciava l’editoriale con la citazione di un consigliere di John F. Kennedy : « Se la Svizzera neutrale non esistesse, la dovremmo inventare » (1962) ; si direbbe che l’Americano ha captato perfettamente che la neutralità è l’anima della nostra identità. Nell’opuscolo citato, Cassis non parla però di ‘Svizzera neutrale’ bensí di « politica di neutralità…che fa sempre riferimento al contesto internazionale del momento ». Nel suo pensiero la neutralità è quindi un’opzione di posizionamento variabile a seconda delle circostanze, per cui si direbbe che George W. Bush – il presidente che nel 2002 inventò l’« Asse del Male » e la « Guerra preventiva » – quando disse alla Svizzera : « O siete con noi o siete contro di noi », ha captato perfettamente su quali basi si potrebbe negoziare la neutralità con gli Svizzeri.
Che cosa è successo nel nostro Paese perché oggi, in un’Europa trasformata in tirannia e in un mondo sconvolto da capi di governo assassini, la Svizzera voglia sbarazzarsi della bussola preferendo l’uso della manica segnavento ? Questa è la domanda che ci si deve porre, prima di disputare se la neutralità debba essere rigida o elastica. Conoscere, seppur nelle grandi linee, il perché delle scelte politiche dei nostri governanti durante i decenni che ci separano dall’ultima guerra, sarà piú istruttivo per la formazione di un’opinione di una serata passata a scambiarsi pareri. Per mettere a fuoco il movente di una neutralità ‘usa e getta’ bisogna prima considerare alcuni momenti della politica estera svizzera dopo la Seconda Guerra mondiale.
Cominciamo con la Svizzera nella Guerra Fredda
Caduto il nazismo parecchi Stati rimproverarono alla Svizzera la mancanza di solidarietà nella lotta contro Hitler, nascondendosi dietro il manto della neutralità, per cui non fu facile vincere l’isolamento subito da essi. Con la Russia poi la diffidenza fu grande, se si pensa che la Svizzera ha tagliato i ponti con Mosca nel 1917 ! Quando nel 1944 Marcel Pilet-Golaz cercò di ‘ricucire lo strappo’, Mosca rifiutò, probabilmente anche a causa di precedenti posizioni antirusse del consigliere federale[1]. Alla fine di quell’anno Pilet-Golaz lasciò la carica. Solo il suo successore, Max Petitpierre, riuscí a normalizzarle e l’URSS nel 1946 accreditò, dopo quasi 30 anni di assenza, il primo ambasciatore svizzero a Mosca. Max Petitpierre, appena eletto, ha convinto la comunità internazione della sua linea politica : neutralità solidarietà, i cardini del suo futuro impegno[2].
Essendo l’Occidente di allora diviso in due blocchi, Petitpierre scelse una nuova via per il suo Paese : « le piccole nazioni, come la Svizzera, possono svolgere un ruolo utile, nel senso che mantengono certi legami, seppur tenui, tra due forze dalle concezioni opposte. Questi legami, impedendo una completa scissione, saranno forse un giorno suscettibili di favorire un riavvicinamento »[3]. La ‘Svizzera neutrale’ nei primi decenni del Dopoguerra ha contribuito in modo significativo alla creazione di contesti favorevoli alla pace. Alcuni esempi : L’Austria, sotto controllo internazionale dopo la guerra, ha ricuperato nel 1955 la piena sovranità proprio perché si rifaceva al modello elvetico : un problema spinoso tra l’Est e l’Ovest era cosí risolto ! 1956 : il Patto di Varsavia invade l’Ungheria ; 12'000 ungheresi trovarono rifugio da noi ; un’ondata di anticomunismo si spande nel paese, ma il Consiglio federale, per non ledere i nostri rapporti con l’URSS, si appella alla popolazione perché non boicotti i prodotti provenienti dai Paesi dell’Est. Nel gennaio 1950 la Svizzera riconobbe ufficialmente la Repubblica popolare cinese (fondata nel 1949) ; per Pechino l’iniziativa di Berna era la dimostrazione che il nostro Paese rispetta il diritto internazionale. Cosí quando il nostro ambasciatore chiese che missionari e suore svizzeri, prigionieri in Cina, potessero rimpatriare, non ci fu alcuna difficoltà ; e la Santa Sede, avutane conoscenza, colse l’occasione delle nostre buone relazioni con il governo di Mao per chiedere d’intervenire a favore di preti e altri religiosi incarcerati, e la risposta fu positiva. Proprio perché i contatti con Pechino erano normali, la Svizzera fu invitata nel 1953 (fine della guerra di Corea) a partecipare alle due commissioni neutrali incaricate di sorvegliare l’armistizio. Proprio perché il mondo si è reso conto che la ‘Svizzera neutrale’ era sicura, seria e affidabile, negli anni ’50 fu scelta come luogo privilegiato per conferenze, negoziati e trattati fra alti esponenti di un mondo che aveva bisogno di pace, e veniva a Ginevra per concluderla.
Nel 1954, Conferenza sull’Indocina (Zhou Enlai, presente a Ginevra, rese visita al Consiglio federale), che terminò il 21 luglio con gli Accordi di Ginevra, che misero fine all’Indocina francese per dar vita agli Stati indipendenti di Cambogia, Laos e Vietnam. Sempre nel 1954 Mosca volle organizzare una conferenza internazionale per contrastare le mosse delle potenze occidentali d’integrare la RFA nella NATO. Berna, invitata, declinò dicendo di voler stare in disparte di ogni sistema d’alleanze. Luglio 1955 : summit, sempre a Ginevra, di Eisenhower, Krusciov, Eden e Pinay. Friedrich Wahlen, capo del DFAE dal 1961 al 1965, dichiarò un giorno che al di là della ‘cortina di ferro’ c’erano persone che avevano un gran bisogno di novità culturali. Cosí propose che questi paesi organizzassero incontri con artisti svizzeri. Pierre Graber, in Consiglio federale dal 1970 al 1978, ratificò nel 1974 la Convenzione europea dei diritti dell’uomo e nel 1975 a Helsinki, pure firmò l’Atto costitutivo della Conferenza sulla sicurezza e la cooperazione in Europa CSCE. Durante la prima riunione a Belgrado della CSCE, nel 1978, il presidente Carter insistette per l’introduzione sistematica dei diritti dell’uomo nel mondo intero (probabilmente dietro proposta di Zbigniew Brzezinski) e cosí l’URSS prese posto di malavoglia alla conferenza. Ebbene, grazie soprattutto all’intervento della Svizzera, è stato possibile trovare un compromesso e salvare l’esito della riunione.
Erano gli anni che videro a capo del Dipartimento politico federale – ribattezzato nel 1986 in Dipartimento federale affari esteri DFAE – di Max Petitpierre, Friedrich Wahlen, Peter Tschudi, Hans Schaffner, Willy Spühler, Pierre Graber et Pierre Aubert : la generazione della ‘Svizzera neutrale’. Negli anni ’80 arrivarono in Consiglio federale uomini politici di un’altra tempra, piú disposti a compromessi ‘compromettenti’: Flavio Cotti, Adolf Ogi, Jean-Pascal Delamuraz, René Felber. La prima pietra di paragone era la Comunità economica europea CEE che si preparava a diventare l’Unione Europea.
La Svizzera e il ‘cantiere europeo’
Daniel Margot ha pubblicato nel 1998 un libro in omaggio a Jean-Pascal Delamuraz, di cui è stato portavoce fino al ritiro del magistrato nel 1998, prima capo del Dipartimento federale militare e poi, dal 1987 al 1997, del Dipartimento federale dell’economia pubblica. In esso l’autore ci fa conoscere alcune riflessioni interessanti del suo capo. Egli ci dice che Delamuraz non era ossessionato dall’adesione al progetto di Jean Monnet, perché temeva che la Svizzera si dissolvesse nell’Unione Europea. Ma a medio-lungo termine non vedeva un’altra soluzione. « Alla stregua del collega Flavio Cotti, sapeva che la ‘sostanza’ dei diritti popolari sarebbe al centro dei negoziati di adesione »[4]. Veniamo poi a sapere che Jacques Delors, presidente della Commissione europea, per ‘narcotizzare’ i timori dei paesi dell’AELS (Associazione europea di libero scambio di cui la Svizzera era membro fondatore) aveva lanciato nel 1989 il progetto dello Spazio economico europeo (SEE), progetto che subito piacque a Delamuraz poiché ci vedeva un interesse economico. Ma siccome nel frattempo Delors negò di aver promesso la codecisione SEE-CE, Delamuraz ‘tirò il freno’[5].
In un discorso del 1988 egli affermò che « il fatto di non essere membri della Comunità europea creerà alla Svizzera difficoltà piú importanti perché siamo privati della possibilità di decisione in una comunità che si allarga » ; ma alla domanda ‘Perché non aderire ?’, risponde : « Ci sono degli ostacoli, ostacoli minori e ostacoli inibitori che non hanno ravvisato i nostri compatrioti che vorrebbero vedere la Svizzera entrare senza indugio nella Comunità Europea ». Le condizioni draconiane imposte da Bruxelles per l’adesione riguardano « la costante politica di neutralità, la democrazia diretta, il federalismo, tre elementi della nostra identità, tre elementi che si dovrebbe rivedere da cima a fondo, per non dire abbandonare completamente ». Ma si direbbe che questa prospettiva ha causato un accesso di vertigine nel consigliere federale, che esclamò : « No ! Noi vogliamo in definitiva esprimere il diritto di un popolo alla differenza ». Purtroppo la vertigine fu di breve durata perché concluse : « Ciò che dobbiamo mostrare è l’inflessibile volontà svizzera di partecipare con spirito solidale alla costruzione dell’Europa »[6].
Quel che avvenne il 6 dicembre 1992 è stato, come dicevano i Romani, « dies albo notanda lapillo »[7], l’adesione allo SEE è stata bocciata a stragrande maggioranza, ciò che ha permesso di scartare o perlomeno rinviare d’un bel po’ d’anni il pericolo maggiore della CE. Infatti il Consiglio federale non escludeva che l’entrata della Svizzera nello SEE sarebbe stata « un passo verso l’obiettivo, piú fondamentale e strategico, l’adesione all’Unione Europea ». Per l’esattezza, la posizione del governo non era unanime : Delamuraz, Felber, Cotti e Ogi erano favorevoli ; Stich, Koller e Villiger contrari. Si era dunque creato un nodo tra Berna e Bruxelles, che incombeva ai nostri ambasciatori sciogliere attorno al tavolo dei ‘Bilaterali’. Per darsi coraggio i negoziatori svizzeri ripetono ancor oggi a sé stessi e ai microfoni dei media il famoso liturgico mantra : « l’adesione della Svizzera all’Unione Europea permetterà al nostro paese una partecipazione reale alla costruzione europea su un piede d’uguaglianza con i suoi partner piú importanti »[8].
La politica estera svizzera dalla generazione Cotti alla generazione Cassis
Il 21 dicembre 1991 il summit di Alma-Ata diede il colpo di grazia all’URSS. A Gorbacev non restava piú che dimissionare dalla carica di presidente dell’Unione. Il comunismo sovietico non minacciava piú nessuno. Eppure, in Svizzera, le nostre autorità imbastirono un discorso poco pacifista, perché invece di rallegrarsi del ritorno della libertà e democrazia nei Paesi dell’Est, cominciarono a diffondere ipotesi di guerre future. È quanto si può desumere dal ‘Rapporto sulla neutralità’ del 29 novembre 1993[9]. Alla lettura di questo rapporto si è subito colpiti da un’argomentazione fatta di capoversi, contenente ognuno un enunciato talvolta giusto, talvolta no, e in gran parte frasi retoriche. Si direbbe che è stato redatto da piú mani, talmente ci sono affermazioni simili che si ripetono nelle 25 pagine del rapporto. Una struttura che sembra una serie di ‘spot’ per convincere il lettore della necessità di cambiare politica.
Tuttavia, malgrado l’impressione di disordine dell’esposizione, il filo conduttore è chiaro, riassumibile in un paio di frasi. Per esempio, nell’introduzione : « Il presupposto essenziale [del mantenimento della pace e del benessere, E.V.] è una concezione della neutralità che tenga conto dei mutamenti intervenuti alla fine di questo secolo nel diritto internazionale pubblico e nella politica. Considerate le prospettive estremamente fluide della nostra politica estera, il Consiglio federale si riserva di analizzare nuovamente la situazione e ridefinire in futuro la sua posizione »[10]. E verso la fine : « L’Unione europea è divenuta un punto di riferimento centrale in Europa. Essa svolge un ruolo importante nel nuovo ordinamento dell’Europa, nell’ambito della costruzione di un sistema di sicurezza europeo, in quello della difesa da nuove forme di minaccia, noché nella politica economica e monetaria (…) La Svizzera, la sua politica estera e la sua politica di sicurezza, la sua neutralità (…) saranno influenzati in modo determinante dall’UE, indipendentemente dal fatto di divenirne membro »[11]. L’obiettivo, quindi, era nel 1993, l’adesione all’UE : « (…) il Consiglio federale non ha perso di vista l’obiettivo dell’adesione all’UE. Qui di seguito si intende mostrare come la neutralità rimarrà, anche in caso di adesione all’UE, uno strumento utile della nostra politica estera e di sicurezza e come l’appartenenza all’UE sia compatibile con la neutralità »[12].
Necessario sottolineare la contraddizione insita in questa affermazione (come del resto in tante altre del rapporto) ? Già all’epoca a Berna ci si dichiarava disposti ad applicare sanzioni economiche dell’UE, illegali per il diritto internazionale pubblico : « Il fatto che la Svizzera partecipi a sanzioni economiche dipende in primo luogo dalla sua politica estera e commerciale (…) Quando le sanzioni economiche avessero come obiettivo di mantenere o ripristinare la pace (…) o punire i trasgressori del diritto internazionale [sic !] la Svizzera sarebbe fondamentalmente disposta a partecipare a misure di questo tipo all’interno dell’UE. Lo ha dimostrato nel novembre del 1991 quando ha preso misure contro la Jugoslavia (Serbia e Montenegro) allineandosi ai provvedimenti dell’UE »[13].
Non si può non reagire al pensiero che ad aver approvato questo rapporto sia stato Flavio Cotti (dall’aprile 1993 capo del DFAE), che da giurista doveva sapere che il diritto internazionale era ed è tuttora dettato dall’ONU e non dall’UE, senza dimenticare che già da qualche anno era al corrente delle condizioni draconiane imposte da Bruxelles, vale a dire rinuncia alla neutralità, alla democrazia diretta e al federalismo ! Propositi costituzionalmente ‘sleali’ quelli sottoscritti dal capo del DFAE ? En passant, si noti che nel 1993 la minaccia bellica di cui si parla nel rapporto per giustificare l’approccio all’UE, erano le guerre della NATO : nel 1990, la seconda guerra del Golfo ; le guerre in Jugoslavia del 1991 e 1992 erano state programmate dagli USA[14]. A loro discarico il fatto che nel 1993 forse non si sapeva ancora che le sanzioni ledono l’economia del paese che le applica, non quella del paese sanzionato !
Conclusione
Il comunismo sovietico era sentito a Berna come un ostacolo all’adesione all’UE ; con la sua scomparsa è svanito anche il tabú. Ma un nuovo tabú si era infiltrato surrettiziamente nei corridoi di Palazzo federale e del ‘Pentagono’ svizzero[15] : l’adesione alla NATO.
Qualcuno dirà : Ma il Rapporto era del 1993 ! Esatto, ma in un Rapporto del Consiglio federale del 2022 si afferma « il Rapporto 93, pubblicato sotto forma di annesso al rapporto sulla politica estera della Svizzera negli anni Novanta, che a tutt’oggi rappresenta il fondamento del concetto di neutralità della Svizzera »[16]. Dietro questo rapporto c’è il capo del DFAE, Ignazio Cassis. Mi chiedo a cosa avrà pensato Cassis leggendo una delle prime frasi del Rapporto 93 : « il crollo dei vecchi rapporti di forza lascia emergere conflitti sinora repressi o del tutto nuovi e quindi nuove forme d’instabilità »[17] : avrà pensato alle pressioni di Washington ? di Bruxelles ? d’Israele ? Una conoscenza seria e approfondita della storia svizzera nei riguardi della neutralità gli mostrerebbe che se abbiamo avuto dei governanti che hanno tremato davanti a Napoleone quando ha affermato agli Svizzeri nel 1809 : « Vis-à-vis de moi, cette neutralité est un mot vide de sens, qui ne vous sert qu’autant que je le veux », o che hanno ceduto di fronte a Metternich, altri in un’Europa poco tranquilla nel XIX e nel XX secolo hanno saputo far fronte e difendere l’identità, cioè il DNA della Svizzera.
« O siete con noi o siete contro di noi » : abbiamo sí o no dei diplomatici, dei parlamentari, dei media, dei partiti – sí, partiti perché la neutralità e la democrazia non sono l’invenzione attuale di un solo partito, l’UDC, ma la volontà politica di tutto un popolo e da piú generazioni – per difendere la neutralità invece di ridurla a una palla di plastilina ? Non pensa che dovrebbe forse, Lei e i Suoi colleghi di governo, mobilitare la nazione intera – non aspetta che questo – per dire no a governanti tiranni, antidemocratici e omicidi, sia a Bruxelles che in altre capitali occidentali e del Medio Oriente ?
Che il Consiglio federale licenzi gli ‘Spin doctors’ della Cancelleria federale, che inventano menzogne e nuociono al Paese, e che sia trasparente onesto e coraggioso : che sia composto da personalità che hanno una personalità, non marionette !
Enrico Valsangiacomo
[1] Urs Altermatt (a cura di), Die Schweizer Bundesräte, Artemis 1991, p.369.
[2] Pierre Micheli, Les grandes lignes de la politique étrangère conduite par M. Max Petitpierre de 1945 à 1961, Neuchâtel, La Baconnière, 1980, p.33.
[3] Claude Altermatt, La politique étrangère de la Suisse pendant la Guerre Froide, Lausanne, Presses polytechniques et universitaires romandes, 2003, pp.14-15.
[4] Daniel Margot, Jean-Pascal Delamuraz. Du caractère et du cœur, l’itinéraire d’un surdoué, Losanna, Ed. Favre 1998, p.108.
[5] « Beitrittsfähig um nicht beizutreten » [Essere capaci di aderire per non doverlo fare], Daniel Margot, op.cit., p. 111.
[6] Daniel Margot, op.cit., pp.112-113.
[7] ‘Un giorno felice e memorabile’.
[8] Daniel Margot, op.cit., p. 121.
[9] https://www.fedlex.admin.ch/eli/fga/1994/1___130/it Rapporto sulla neutralità, annesso al Rapporto sulla politica estera della Svizzera negli anni novanta, del 29 novembre 1993. In seguito citato come ‘Rapporto’
[10] Rapporto, p.3.
[11] Rapporto, p.19 (il grassetto è nell’originale).
[12] Ibidem.
[13] Rapporto, p.22.
[14] Daniele Ganser, Les guerres illégales de l’OTAN, Editions Demi-Lune, 2017, pag.185 segg.
[15] Cosí viene chiamato il Quartiere militare generale di Berna, sorta di ‘Ufficio federale’ incorporato al Dipartimento militare federale.
[16] Chiarezza e orientamento nella politica di neutralità. Rapporto del Consiglio federale in adempimento del postulato 22.3385 della Commissione della politica ester adel Consiglio degli Stati dell’11 aprile 2022, p.13.
[17] Rapporto, p.2.
