Nagorno-Karabakh, la Svizzera sotto pressione: il dibattito sul diritto al ritorno degli armeni sfollati

Scritto il 24/05/2026
da team.redazione


La questione del Nagorno-Karabakh torna al centro del dibattito internazionale e coinvolge direttamente anche la Svizzera. A rilanciare il tema è un comunicato diffuso il 19 maggio 2026 da Christian Solidarity International (CSI), organizzazione umanitaria impegnata nella difesa della libertà religiosa e della dignità umana, che invita il Consiglio federale svizzero a non arretrare rispetto all’iniziativa di pace approvata dal Parlamento federale.
Il nodo centrale riguarda il destino dei circa 150 mila armeni del Nagorno-Karabakh costretti a lasciare la regione dopo l’offensiva azera che ha modificato radicalmente gli equilibri geopolitici del Caucaso meridionale. Per molte organizzazioni internazionali e per una parte consistente dell’opinione pubblica armena, ciò che è accaduto rappresenta non soltanto una crisi umanitaria, ma un vero problema di diritti umani legato allo sfollamento forzato di una popolazione storicamente radicata nel territorio.
Nel comunicato, CSI ricorda che il Parlamento svizzero, attraverso la mozione 24.4259, ha incaricato il Consiglio federale di promuovere un forum internazionale di pace volto a favorire un dialogo diretto tra l’Azerbaigian e i rappresentanti degli armeni del Karabakh. Obiettivo dell’iniziativa sarebbe quello di discutere il ritorno collettivo e sicuro della popolazione armena sfollata, all’interno di un quadro internazionale e sotto garanzie diplomatiche.
La situazione, tuttavia, si è ulteriormente complicata sul piano politico. Secondo quanto riportato da CSI, il primo ministro armeno Nikol Pashinyan avrebbe comunicato al Dipartimento federale degli affari esteri svizzero che un simile forum «non è auspicabile», allineandosi di fatto alla posizione dell’Azerbaigian.
Questa scelta sta provocando un forte dibattito interno in Armenia, soprattutto in vista delle elezioni parlamentari del 7 giugno 2026. CSI sottolinea infatti come l’Iniziativa svizzera per la pace goda invece di un sostegno molto ampio tra la popolazione armena e tra gran parte delle forze politiche di opposizione.
Nel comunicato vengono citati numerosi partiti e alleanze armene favorevoli all’iniziativa svizzera, tra cui l’“Armenia Alliance”, il partito “Paese per la vita”, il movimento “HayaQve”, il Partito Repubblicano dell’Armenia e altre formazioni politiche. L’impressione che emerge dal documento è quella di un crescente isolamento politico del partito governativo “Patto Civile”, accusato da diversi settori della società armena di voler archiviare rapidamente la questione del Karabakh per consolidare il processo diplomatico con Baku.
Uno dei passaggi più forti del comunicato riguarda la posizione espressa dal dottor Joel Veldkamp, responsabile Public Advocacy di CSI, secondo il quale sarebbe «profondamente preoccupante» che il governo armeno chieda alla Svizzera di ignorare «le vittime sfollate di una pulizia etnica».
Il riferimento alla “pulizia etnica” è particolarmente delicato sul piano internazionale. L’espressione viene utilizzata da diverse organizzazioni umanitarie e da parte della diaspora armena per descrivere l’esodo della popolazione armena dal Nagorno-Karabakh dopo la riconquista azera della regione. L’Azerbaigian respinge invece queste accuse, sostenendo che gli armeni abbiano lasciato volontariamente il territorio e che i loro diritti potrebbero essere garantiti all’interno dello Stato azero.
Proprio su questo punto si gioca una delle questioni più complesse: il diritto al ritorno. Per gli armeni del Karabakh in esilio, il ritorno nelle proprie case rappresenta un diritto fondamentale, legato non soltanto alla sicurezza personale ma anche alla tutela dell’identità culturale, religiosa e storica di una comunità presente nella regione da secoli.
Nel comunicato viene riportata anche la posizione di Ashot Danielyan, presidente ad interim della Repubblica dell’Artsakh e portavoce dell’Assemblea nazionale degli armeni del Karabakh in esilio. Già nel febbraio 2026, Danielyan aveva scritto al ministro degli esteri svizzero Ignazio Cassis chiedendo l’attuazione concreta del mandato approvato dal Parlamento federale.
Secondo Danielyan, gli sfollati non intendono alterare gli equilibri geopolitici regionali né ostacolare il processo di pace tra Armenia e Azerbaigian. L’obiettivo dichiarato sarebbe invece quello di ottenere una prospettiva credibile per il ritorno “sicuro e dignitoso” nella propria terra.
Il contesto internazionale rende però tutto estremamente fragile. Lo scioglimento del Gruppo di Minsk dell’OSCE, che per oltre trent’anni aveva mediato il conflitto del Nagorno-Karabakh, ha lasciato un vuoto diplomatico importante. CSI ricorda che la dissoluzione del gruppo sarebbe stata imposta dall’Azerbaigian come condizione preliminare alla Dichiarazione di Washington dell’8 agosto 2025.
In questo scenario, la Svizzera potrebbe assumere un ruolo particolare grazie alla propria tradizione di neutralità e mediazione internazionale. Secondo CSI, il forum proposto offrirebbe uno spazio neutrale per affrontare questioni umanitarie rimaste irrisolte, come la protezione del patrimonio religioso armeno, l’accesso ai cimiteri e la gestione delle esumazioni dei defunti per la loro sepoltura in Armenia.
Si tratta di temi che vanno ben oltre la diplomazia tradizionale e toccano aspetti profondamente umani: memoria, identità, radicamento culturale e diritto alla dignità delle persone costrette a lasciare la propria terra.
La vicenda evidenzia anche un problema più ampio che riguarda il ruolo della comunità internazionale nei conflitti contemporanei. Quando una crisi esce rapidamente dai riflettori mediatici, il rischio è che le questioni umanitarie rimangano sospese, senza strumenti efficaci di mediazione e senza garanzie concrete per le popolazioni coinvolte.
Per questo motivo il dibattito sull’Iniziativa svizzera per la pace nel Nagorno-Karabakh assume un significato che supera i confini del Caucaso: riguarda il principio stesso secondo cui gli sfollati, anche in un contesto geopolitico ormai mutato, possano ancora vedere riconosciuti i propri diritti fondamentali.