Mentre l'attenzione internazionale resta concentrata su altri fronti di guerra, nel Ciad orientale si sta consumando una crisi umanitaria che colpisce soprattutto donne e bambini. Secondo Medici Senza Frontiere (MSF), nei primi sei mesi del 2026 più di una donna su cinque in gravidanza o in allattamento sottoposta a screening nella città di confine di Adré è risultata affetta da malnutrizione acuta. Un dato che supera ampiamente la soglia d'emergenza riconosciuta a livello internazionale.
La situazione è aggravata da un paradosso che mette in luce i limiti dell'attuale sistema di assistenza. Tre quarti delle donne malnutrite appartengono infatti alle comunità ospitanti ciadiane, escluse dagli aiuti alimentari perché questi sono destinati quasi esclusivamente ai rifugiati registrati. Una distinzione amministrativa che, in un territorio dove la povertà era già diffusa prima dell'arrivo dei profughi, rischia di trasformare la solidarietà in una nuova forma di disuguaglianza.
Dal 2023, con l'esplosione del conflitto in Sudan, oltre 930.000 rifugiati hanno attraversato il confine con il Ciad. Più dell'80% sono donne e bambini e oltre 700.000 persone sono transitate dalla sola città di Adré. Si tratta di una pressione enorme per una delle aree più fragili del Paese.
Secondo Léa Ledru, coordinatrice del progetto MSF ad Adré, molte persone arrivano dopo mesi di violenze, già profondamente traumatizzate e in condizioni fisiche gravissime, trovando però comunità locali che dispongono di risorse altrettanto insufficienti. In questo contesto, osserva l'organizzazione, il semplice ricollocamento dei rifugiati verso altri campi non risolve il problema, ma rischia soltanto di trasferire l'emergenza da una comunità all'altra.
I numeri raccolti da MSF descrivono una situazione sempre più critica. Tra gennaio e giugno 2026 sono state visitate 5.785 donne in gravidanza o in allattamento: il 21,2% presentava malnutrizione acuta moderata o grave, mentre il 5% era già in condizioni di malnutrizione grave, con un aumento del rischio di aborto spontaneo, parto prematuro ed emorragie ostetriche. Parallelamente, i ricoveri pediatrici per malnutrizione nel centro sanitario di Adré sono aumentati del 30% rispetto allo stesso periodo del 2025.
Il quadro è reso ancora più difficile dai drastici tagli ai finanziamenti internazionali. Le scorte alimentari del Programma Alimentare Mondiale (WFP) destinate al trattamento della malnutrizione moderata si sono esaurite nei mesi di maggio e giugno e le nuove forniture, consegnate a fine giugno, potrebbero bastare soltanto fino a settembre. Anche gli alimenti terapeutici destinati ai casi più gravi risultano disponibili in quantità inferiori al fabbisogno, costringendo gli operatori umanitari a razionare le cure.
Alla scarsità di cibo si aggiungono l'aumento dei prezzi dei beni essenziali, la mancanza di acqua potabile e l'insufficienza dei servizi sanitari. Nei campi profughi la disponibilità d'acqua è di appena 8 litri al giorno per persona, meno della metà del minimo di emergenza di 20 litri. Con l'inizio della stagione delle piogge cresce inoltre il rischio di nuove epidemie di malattie trasmesse dall'acqua, come il colera, che nel 2025 aveva già provocato 167 vittime nella regione.
Dietro queste statistiche ci sono storie come quella di Halima, madre di cinque figli, il cui bambino di appena venti mesi pesa soltanto 4,7 chilogrammi ed è stato ricoverato per la quinta volta a causa della malnutrizione. Oppure quella di Amna, giovane rifugiata fuggita dal Darfur dopo aver assistito all'uccisione del fratello e alla distruzione della propria casa, che oggi vede la figlia di undici mesi lottare contro la malnutrizione in un ospedale di Adré. Sono testimonianze che ricordano come, dietro ogni dato statistico, ci siano persone reali e famiglie che cercano semplicemente di sopravvivere.
Di fronte a questa situazione, Medici Senza Frontiere rivolge un appello ai donatori internazionali affinché rifinanzino con urgenza il piano di risposta umanitaria per il Ciad e chiede che gli aiuti alimentari e nutrizionali vengano estesi anche alle comunità ospitanti, oggi spesso escluse nonostante condividano le stesse condizioni di estrema vulnerabilità dei rifugiati.
