A Port-au-Prince Medici Senza Frontiere costretta a sospendere per la seconda volta in meno di due mesi le attività dell’ospedale Isaïe Jeanty. In meno di 24 ore, 27 feriti da arma da fuoco sono stati assistiti nelle strutture MSF di Cité Soleil e Tabarre.
La nuova esplosione di violenza armata a Port-au-Prince colpisce ancora una volta uno dei servizi sanitari più delicati: l’assistenza alle donne in gravidanza e la salute materna e riproduttiva.
Venerdì 7 agosto, le équipe di Medici Senza Frontiere (MSF) sono state costrette a sospendere nuovamente le attività mediche presso l’ospedale per la maternità Isaïe Jeanty di Chancerelles, nel quartiere di Cité Soleil, dopo nuovi scontri tra gruppi armati. È la seconda sospensione delle attività in meno di due mesi e arriva quando il servizio aveva appena potuto riprendere dopo una precedente interruzione durata tre settimane.
Una notte di spari intorno all'ospedale
Secondo la testimonianza diffusa da MSF, gli scontri sono iniziati intorno alle 14 del 6 agosto, nelle immediate vicinanze dell'ospedale.
Il personale di Medici Senza Frontiere e quello del Ministero della Salute sono stati costretti a cercare riparo all'interno della struttura, distribuendosi nei diversi reparti. Le condizioni di sicurezza hanno ridotto drasticamente la possibilità di continuare normalmente l'attività sanitaria.
Nonostante la situazione, alcune donne necessitavano di cure che non potevano essere rinviate. Un'équipe medica fortemente ridotta è quindi rimasta all'interno dell'ospedale, mentre gran parte del personale si allontanava per ragioni di sicurezza.
I sanitari rimasti hanno continuato ad assistere le pazienti mentre gli spari proseguivano per tutta la notte. Il giorno successivo, 7 agosto, anche questa équipe ha dovuto essere evacuata.
Ventisette feriti da arma da fuoco in meno di 24 ore
La gravità degli scontri emerge anche dai dati comunicati dall'organizzazione umanitaria.
In meno di 24 ore, gli ospedali gestiti da MSF a Cité Soleil e Tabarre hanno ricevuto 27 pazienti con ferite da arma da fuoco. L'afflusso ha costretto le équipe ad attivare il piano previsto per l'arrivo contemporaneo di un elevato numero di feriti.
Mentre i combattimenti continuavano, il personale sanitario delle strutture rimaste operative ha proseguito il lavoro per assistere i pazienti.
Migliaia di donne senza un servizio essenziale
Le conseguenze della chiusura della maternità vanno però ben oltre l'emergenza di queste ore.
L'ospedale Isaïe Jeanty rappresenta infatti un punto di accesso alle cure in un'area della capitale haitiana nella quale, secondo MSF, l'assistenza sanitaria è già quasi inesistente.
«Si tratta della seconda sospensione delle nostre attività in meno di due mesi. Avevamo appena ripreso dopo un’interruzione di tre settimane», spiega Diana Manilla Arroyo, capomissione di MSF ad Haiti.
La nuova interruzione, sottolinea l'organizzazione, priva migliaia di donne dell'accesso alle cure per la salute sessuale e riproduttiva.
In un ospedale di maternità, inoltre, non tutte le prestazioni possono semplicemente essere rimandate aspettando che la situazione torni alla normalità. Parti, complicazioni ostetriche e altre urgenze richiedono personale e strutture disponibili nel momento in cui si presentano. È proprio questo a rendere particolarmente pesante l'effetto della violenza sulla popolazione civile: anche quando gli ospedali non sono direttamente l'obiettivo degli scontri, l'insicurezza può renderli di fatto inutilizzabili.
L'appello di Medici Senza Frontiere
MSF ha rivolto un nuovo appello a tutte le parti coinvolte negli scontri affinché rispettino le strutture sanitarie e garantiscano alla popolazione un accesso sicuro alle cure.
Quanto accaduto a Cité Soleil mostra così uno degli effetti più immediati della persistente violenza che investe Port-au-Prince: quando medici e infermieri sono costretti a ripararsi dagli spari o ad abbandonare un ospedale, a pagarne le conseguenze sono innanzitutto i civili che non hanno alternative per ricevere assistenza.
Questa volta sono soprattutto migliaia di donne a perdere, ancora una volta, uno dei pochi luoghi nei quali potevano ricevere cure.
