Medici Senza Frontiere condanna la decisione dell'Avvocatura Generale Militare israeliana di archiviare senza indagine penale i casi riguardanti gli attacchi contro un convoglio e un alloggio dell'organizzazione a Gaza. Quattro persone furono uccise e sei ferite. Ma oltre alla denuncia di MSF esiste un punto fermo: personale, unità e trasporti sanitari godono di una protezione specifica prevista dal diritto internazionale umanitario.
Due attacchi, quattro morti, sei feriti e quasi due anni trascorsi prima della risposta delle autorità israeliane.
Medici Senza Frontiere (MSF) usa parole durissime dopo la decisione dell'Avvocatura Generale Militare israeliana (MAG) di archiviare, senza aprire un'indagine penale, due casi che l'organizzazione aveva sottoposto alle autorità.
Il primo riguarda gli attacchi contro un convoglio di MSF avvenuti a Gaza City nel novembre 2023, nei quali morirono due persone. Il secondo risale al febbraio 2024: un alloggio di MSF a Khan Younis venne colpito provocando altre due vittime e sei feriti.
La questione, tuttavia, non riguarda soltanto le accuse formulate dall'organizzazione umanitaria.
Esistono norme precise che disciplinano la protezione del personale sanitario e dei mezzi destinati al soccorso durante un conflitto armato. Sono norme che appartengono al diritto internazionale umanitario e affondano le loro radici nelle Convenzioni di Ginevra.
Cosa dice il diritto internazionale umanitario
La Prima Convenzione di Ginevra del 1949 stabilisce che le unità sanitarie non possono essere attaccate e devono essere rispettate e protette dalle parti in conflitto. L'articolo 35 estende la protezione ai trasporti di feriti, malati e materiale sanitario.
Il diritto internazionale umanitario consuetudinario ribadisce lo stesso principio: il personale destinato esclusivamente a compiti sanitari deve essere rispettato e protetto in ogni circostanza.
La regola riguarda anche i trasporti sanitari. Secondo la ricostruzione del Comitato Internazionale della Croce Rossa, i mezzi assegnati esclusivamente al trasporto sanitario devono essere rispettati e protetti e gli attacchi contro personale e beni che espongono legittimamente gli emblemi protettivi delle Convenzioni di Ginevra sono proibiti.
Non si tratta quindi di un principio morale o di una richiesta avanzata dalle organizzazioni umanitarie: è una norma del diritto dei conflitti armati.
Anche lo Statuto di Roma della Corte penale internazionale contempla tra i crimini di guerra l'attacco intenzionale contro unità e trasporti sanitari e contro personale che utilizza, conformemente al diritto internazionale, gli emblemi distintivi delle Convenzioni di Ginevra.
Quando può cessare la protezione
La protezione non è però assoluta indipendentemente dall'utilizzo effettivo di una struttura o di un mezzo sanitario.
Il diritto umanitario contempla un'eccezione: un'unità sanitaria può perdere la propria protezione quando viene utilizzata, al di fuori della sua funzione umanitaria, per compiere atti dannosi per il nemico.
Ma anche questa eccezione è regolamentata.
La Prima Convenzione di Ginevra stabilisce che la protezione può cessare soltanto dopo un avvertimento che, nei casi appropriati, conceda un termine ragionevole e sia rimasto senza effetto. Lo stesso principio è contenuto nei Protocolli aggiuntivi.
E non basta qualsiasi circostanza per trasformare una struttura sanitaria in un obiettivo.
Il Protocollo aggiuntivo I precisa, per esempio, che non costituiscono di per sé atti dannosi per il nemico la presenza di personale sanitario dotato di armi leggere per la propria difesa o per quella dei feriti, la presenza di una scorta oppure la presenza nella struttura di combattenti feriti o malati per ragioni mediche.
Sono distinzioni fondamentali.
MSF: «Le loro posizioni erano state condivise»
Ed è proprio alla luce di queste norme che assume particolare rilevanza quanto affermato da Medici Senza Frontiere.
Secondo l'organizzazione, tra le vittime degli episodi sottoposti alle autorità israeliane figuravano membri del proprio personale e loro familiari.
MSF aggiunge tre elementi molto precisi: i loro nomi erano noti, le loro posizioni erano state condivise e i loro veicoli erano chiaramente identificabili.
Sono affermazioni di MSF e, naturalmente, la responsabilità concreta per i singoli attacchi deve essere accertata sulla base delle prove disponibili.
Ma proprio perché il diritto internazionale accorda una protezione specifica al personale e ai trasporti sanitari, stabilire come, perché e in quali circostanze quei mezzi e quelle persone siano stati colpiti non rappresenta un dettaglio secondario.
È il cuore della questione.
Quasi due anni e nessuna indagine penale
MSF riferisce di avere atteso quasi due anni una risposta alle proprie richieste di revisione.
L'organizzazione era arrivata a presentare un ricorso davanti all'Alta Corte di Giustizia israeliana per contestare la mancata risposta alle richieste formali inoltrate alle autorità.
La risposta è infine arrivata: nessuna indagine penale.
Da qui la frase scelta da MSF per sintetizzare la propria posizione: «Questa non è giustizia».
L'organizzazione considera inaccettabili due anni di silenzio seguiti da archiviazioni che, a suo giudizio, lasciano aperti più interrogativi di quanti ne risolvano.
MSF mette inoltre direttamente in discussione il sistema delle indagini militari interne, definendolo un apparato nel quale, sostanzialmente, il sistema militare è chiamato a indagare sul proprio operato.
Quindici membri di Medici Senza Frontiere uccisi
I due episodi vengono inseriti dall'organizzazione in un quadro molto più ampio.
Dall'ottobre 2023, 15 membri del personale MSF sono stati uccisi a Gaza dalle forze israeliane. L'organizzazione afferma inoltre che nello stesso periodo sarebbero stati uccisi circa 1.700 operatori sanitari.
Nel comunicato vengono ricordate anche le decine di migliaia di palestinesi morti, la distruzione di strutture sanitarie, i convogli umanitari colpiti e le vittime registrate tra giornalisti, personale medico, dipendenti delle Nazioni Unite e operatori umanitari.
MSF arriva inoltre a parlare di violazioni che potrebbero configurare crimini di guerra e definisce quanto avviene nella Striscia un «genocidio in corso perpetrato da Israele contro i palestinesi». Quest'ultima è la qualificazione utilizzata espressamente dall'organizzazione nel proprio comunicato.
Una domanda alla quale l'archiviazione non risponde
Medici Senza Frontiere chiede ora che i casi riguardanti i propri collaboratori vengano esaminati da un organismo investigativo imparziale.
Ed è difficile separare questa richiesta dalle norme che regolano la guerra.
Il diritto internazionale umanitario non afferma che ogni volta che viene colpito un mezzo sanitario sia stato automaticamente commesso un crimine di guerra: per stabilire una responsabilità penale occorre ricostruire circostanze, condotta e intenzionalità.
Afferma però qualcosa di altrettanto importante: personale, unità e trasporti sanitari devono essere rispettati e protetti e non possono essere deliberatamente attaccati quando godono della protezione prevista dal diritto internazionale.
Ed è precisamente per questo che l'accertamento dei fatti è essenziale.
Se, come sostiene MSF, le posizioni erano state comunicate, i mezzi erano identificabili e le persone colpite svolgevano funzioni protette, resta una domanda fondamentale: che cosa è accaduto?
Un'archiviazione può chiudere un procedimento.
Non necessariamente chiude quella domanda.
MSF conclude il proprio comunicato rivolgendosi alle vittime: «Non permetteremo che le vostre morti vengano archiviate come incidenti procedurali inevitabili. Meritavate protezione. Meritate giustizia».
