Mentre il mondo discute di colpi di Stato, terrorismo, influenza francese e nuove alleanze internazionali, nei villaggi più sperduti del Burkina Faso c'è chi continua a scavare pozzi d'acqua. È da qui che parte il nostro viaggio per comprendere una delle realtà più complesse e meno raccontate dell'Africa contemporanea.
Negli ultimi mesi il Burkina Faso è tornato al centro della cronaca internazionale. La rottura delle relazioni diplomatiche con la Francia, il crescente ruolo del capitano Ibrahim Traoré, l'uscita da alcune istituzioni internazionali e la guerra contro i gruppi jihadisti hanno riportato l'attenzione su uno dei Paesi più poveri del mondo.
Eppure, al di là dei titoli, esiste un Burkina Faso che raramente trova spazio nei notiziari.
È quello delle famiglie che ogni giorno percorrono chilometri per procurarsi acqua, dei villaggi isolati dalla violenza, delle comunità che cercano di continuare a vivere nonostante anni di guerra.
Tra queste storie ce n'è una che conosciamo bene.
Da anni l'idraulico italo-svizzero Adriano Nuzzo, fondatore del progetto umanitario We Africa To Red Earth, torna regolarmente in Burkina Faso per realizzare pozzi d'acqua potabile nei villaggi più sperduti del Paese. A febbraio di quest'anno ha documentato la realizzazione del 45° pozzo, mentre il progetto è proseguito anche nelle settimane successive. Da quel che ne sappiamo, Adriano prevede di tornare nuovamente in Burkina Faso nel mese di agosto per continuare la sua missione.
Con questo articolo vi proponiamo anche un video dell'ultimo viaggio di Adriano Nuzzo in Burkina Faso, "preso in prestito" dal suo canale YouTube per aggiungervi le informazioni utili a chi desiderasse sostenere concretamente questa straordinaria iniziativa umanitaria e contribuire alla realizzazione di nuovi pozzi d’acqua.
Un Paese che cambia
Per comprendere il Burkina Faso di oggi occorre fare un passo indietro.
Ex colonia francese, il Paese ha ottenuto l'indipendenza nel 1960 ma ha continuato a mantenere stretti rapporti economici, politici e militari con Parigi. Ancora oggi il dibattito sul franco CFA, la moneta comune utilizzata da diversi Paesi dell'Africa occidentale, divide economisti e governi. Per alcuni rappresenta uno strumento di stabilità monetaria; per altri è il simbolo di una dipendenza economica mai realmente superata.
Anche il controllo delle risorse naturali, in particolare dell'oro, è al centro del confronto politico. Il Burkina Faso è tra i principali produttori auriferi dell'Africa occidentale e negli ultimi anni il governo ha avviato una revisione delle politiche minerarie con l'obiettivo dichiarato di aumentare la partecipazione dello Stato e trattenere una quota maggiore della ricchezza prodotta nel Paese.
L'ascesa di Ibrahim Traoré
In questo contesto è emersa la figura del capitano Ibrahim Traoré, salito al potere nel settembre 2022.
Per una parte significativa della popolazione, soprattutto tra i giovani, Traoré rappresenta la volontà di affrancarsi da un sistema percepito come eredità del passato coloniale e di riaffermare la sovranità nazionale.
Molti osservatori africani lo accostano simbolicamente a Thomas Sankara, presidente rivoluzionario del Burkina Faso negli anni Ottanta, ricordato ancora oggi per le sue politiche di autosufficienza, lotta alla corruzione e dignità nazionale.
Al tempo stesso, alcune organizzazioni internazionali e associazioni impegnate nella tutela dei diritti umani hanno espresso preoccupazione per il restringimento dello spazio civico, la sospensione di alcune organizzazioni e le difficoltà incontrate dalla società civile.
La guerra che rallenta tutto
Il principale ostacolo allo sviluppo del Paese resta però la guerra.
Da anni vaste aree del Burkina Faso sono interessate dalle attività di gruppi jihadisti affiliati ad Al-Qaeda e allo Stato Islamico.
La loro forza non deriva soltanto dalle armi.
Secondo numerosi studi internazionali, queste organizzazioni hanno costruito nel tempo una vera economia di guerra, finanziandosi attraverso estorsioni, sequestri di persona, controllo di miniere artigianali, traffici illeciti e tassazione delle popolazioni nei territori sotto la loro influenza.
In questo contesto, una parte enorme delle risorse nazionali viene inevitabilmente destinata alla sicurezza: protezione dei villaggi, ricostruzione delle infrastrutture, difesa delle vie di comunicazione e assistenza agli sfollati. È una realtà che rende ancora più difficile investire nello sviluppo economico e nei servizi essenziali.
Oltre le semplificazioni
Il Burkina Faso è oggi raccontato attraverso narrazioni molto diverse.
Per il governo di Ouagadougou la priorità è riconquistare la piena sovranità politica, economica e territoriale.
Per le organizzazioni umanitarie la priorità resta la tutela della popolazione civile, che continua a pagare il prezzo più alto del conflitto.
Per molti giovani burkinabè, Traoré rappresenta una speranza di cambiamento.
Per altri osservatori internazionali restano aperti interrogativi sul futuro democratico del Paese.
Le persone prima della politica
Al di là delle analisi geopolitiche, rimane una certezza.
Ogni nuovo pozzo scavato significa acqua potabile, salute, scuola e dignità per centinaia di persone.
È anche per questo che il lavoro di volontari come Adriano Nuzzo assume un valore che va ben oltre il semplice intervento tecnico. Mentre governi, organizzazioni internazionali e analisti discutono del futuro del Sahel, nei villaggi più sperduti del Burkina Faso continuano a nascere piccoli segni concreti di speranza.
Ed è forse proprio da quei villaggi, più che dai palazzi del potere, che si può iniziare a comprendere davvero il presente e il futuro di questo Paese.
