Un modello di medicina universitaria costruito sulle strutture già esistenti, senza necessariamente creare un nuovo grande ospedale. È la prospettiva al centro di un’interrogazione presentata l’8 ottobre 2026 da Matteo Quadranti e Paolo Ortelli, con altri tre cofirmatari. L’obiettivo è capire se il Governo intenda trasformare questa possibilità in un progetto concreto e, soprattutto, con quali risorse.
Un'università medica tutta ticinese, ma diversa dalle altre
Il Ticino potrebbe sviluppare un proprio modello di medicina universitaria, valorizzando ospedali, università e centri di ricerca già presenti sul territorio, senza dover necessariamente costruire un nuovo grande ospedale universitario.
È questa la prospettiva che emerge da un'interrogazione parlamentare presentata oggi, 8 ottobre 2026, dai deputati Matteo Quadranti e Paolo Ortelli, con i cofirmatari Simona Genini, Natalia Ferrara e Alessandro Speziali.
Il documento porta all'attenzione del Consiglio di Stato una questione che riguarda non soltanto il futuro della sanità cantonale, ma anche la formazione dei medici, la ricerca scientifica e la capacità del Ticino di trattenere personale qualificato.
La domanda di fondo è semplice: perché costruire da zero ciò che, almeno in parte, esiste già?
Un progetto nato da uno studio del 2025
Nel marzo 2025 il Consiglio di Stato aveva incaricato un gruppo di lavoro di valutare la possibilità di riconoscere un ospedale universitario in Ticino e di individuare un modello adatto allo sviluppo della medicina universitaria cantonale.
Secondo quanto riportato nell'interrogazione, lo studio sarebbe giunto a una conclusione interessante: il Ticino possiede già numerosi elementi necessari per sviluppare una propria medicina universitaria, ma non sarebbe opportuno limitarsi a copiare il modello dei grandi ospedali universitari svizzeri.
Da qui l'ipotesi della Medicina Universitaria Ticinese (MUT), una rete capace di collegare le competenze dell'Ente Ospedaliero Cantonale (EOC), dell'Università della Svizzera italiana (USI), della Facoltà di scienze biomediche, della SUPSI e degli istituti di ricerca.
Non una nuova struttura che sostituisce quelle esistenti, dunque, ma un sistema nel quale ospedali, università e ricercatori lavorino in maniera maggiormente coordinata.
Che cosa cambierebbe per i pazienti?
La medicina universitaria si fonda su tre attività strettamente collegate: curare i pazienti, formare i professionisti sanitari e sviluppare la ricerca scientifica.
Quando queste attività collaborano efficacemente, i risultati della ricerca possono essere trasferiti più rapidamente nella pratica clinica, mentre l'esperienza quotidiana degli ospedali contribuisce a individuare nuovi problemi da studiare.
Il modello ticinese potrebbe concentrarsi su alcuni settori particolarmente promettenti, tra cui la medicina personalizzata e preventiva, la digitalizzazione, l'intelligenza artificiale e una maggiore integrazione tra ospedali e servizi sanitari territoriali.
Per il cittadino, questo potrebbe significare, nel tempo, percorsi di cura più coordinati e una maggiore possibilità di beneficiare delle innovazioni mediche anche vicino a casa.
Si tratta, naturalmente, di prospettive e non di risultati già acquisiti.
Il nodo dei costi: davvero quasi zero?
Uno degli aspetti più interessanti, ma anche più delicati, riguarda il finanziamento.
Nell'interrogazione si sostiene che il modello proposto potrebbe comportare costi praticamente nulli per il Cantone. La stessa iniziativa parlamentare, tuttavia, evidenzia questioni ancora aperte: finanziamento della ricerca e della formazione, infrastrutture, organizzazione e gestione delle istituzioni coinvolte.
È proprio su questo punto che i deputati chiedono al Governo di fare chiarezza.
Un conto, infatti, è collegare meglio strutture già operative. Un altro è garantire nel tempo risorse sufficienti per sostenere nuove attività di ricerca, programmi formativi e investimenti tecnologici.
Il documento non fornisce cifre definitive e chiede esplicitamente se siano già state effettuate valutazioni sugli investimenti necessari e sui costi annuali di funzionamento.
La sostenibilità finanziaria resta quindi una delle principali questioni da chiarire, soprattutto considerando le difficoltà economiche che già interessano il settore ospedaliero.
Una trasformazione che potrebbe richiedere dieci anni
Secondo le indicazioni riportate nell'interrogazione, la realizzazione di un sistema integrato di medicina universitaria sarebbe un processo di medio-lungo periodo, con un orizzonte indicativo di circa dieci anni.
Non si tratterebbe, quindi, di una riforma realizzabile dall'oggi al domani.
I deputati chiedono al Consiglio di Stato se intenda sostenere politicamente il progetto e avviare uno studio di fattibilità che coinvolga le istituzioni interessate e i dipartimenti cantonali competenti.
Altre domande riguardano i ruoli futuri dell'EOC e dell'USI, le modalità di finanziamento, i settori scientifici prioritari e l'eventuale presentazione al Gran Consiglio di una proposta complessiva.
La vera domanda: il Ticino vuole investire in questo futuro?
L'interrogazione pone una questione che va oltre la costruzione o il riconoscimento di un ospedale universitario.
Il Ticino dispone già di strutture sanitarie, università e competenze scientifiche. La sfida sarebbe riuscire a farle funzionare come parti di un sistema maggiormente integrato, capace di formare nuovi professionisti, attrarre ricercatori e valorizzare le conoscenze sviluppate sul territorio.
Un progetto del genere potrebbe inoltre contribuire a rendere il Cantone più interessante per giovani medici e specialisti, offrendo opportunità professionali e scientifiche senza obbligarli necessariamente a cercarle altrove.
Ma tra una prospettiva interessante e la sua realizzazione esiste una differenza sostanziale: servono decisioni, responsabilità definite e risorse adeguate.
Per questo l'interrogazione chiede al Consiglio di Stato di indicare i prossimi passi e le relative tempistiche.
La questione, in definitiva, non è soltanto se il Ticino possa sviluppare un proprio modello di medicina universitaria. È capire se esista la volontà politica di trasformare una possibilità studiata sulla carta in una realtà al servizio della popolazione.
