La Biblioteca Salita dei Frati di Lugano rende omaggio a Pietro Diana, uno dei protagonisti dell'incisione italiana del secondo Novecento. A dieci anni dalla scomparsa, una mostra ne ripercorre l'universo artistico, popolato di creature fantastiche, paesaggi notturni e figure sospese tra realtà e immaginazione.
Ci sono artisti che utilizzano il segno per rappresentare il mondo e altri che, attraverso quello stesso segno, ne costruiscono uno completamente nuovo. Pietro Diana apparteneva a questa seconda categoria: un incisore capace di trasformare una lastra di metallo in un territorio sconfinato, dove il rigore della tecnica convive con la libertà del sogno.
A dieci anni dalla sua morte, avvenuta il 12 ottobre 2016, la Biblioteca Salita dei Frati di Lugano gli dedica la mostra «Pietro Diana. Dieci anni dopo», allestita nel Porticato dal 17 ottobre al 13 novembre 2026.
L'inaugurazione è prevista sabato 17 ottobre alle 17.30, con una presentazione affidata ad Alessandro Soldini.
Dall'Accademia di Brera all'universo fantastico
Nato a Milano il 28 dicembre 1931, Pietro Diana si forma all'Accademia di Belle Arti di Brera, dove consegue il diploma in pittura nel 1954. Proprio in quegli anni si avvicina all'incisione, disciplina che diventerà il centro della sua ricerca artistica.
Il suo rapporto con Brera prosegue anche sul piano dell'insegnamento. Dopo le prime esperienze come assistente e docente incaricato, dal 1976 al 1997 ricopre la cattedra di Tecniche dell'incisione, contribuendo alla formazione di nuove generazioni di artisti.
La sua produzione comprende oltre ottocento opere incisorie. Un patrimonio nel quale è possibile seguire l'evoluzione di un linguaggio che, partendo dalla rappresentazione della realtà, si sposta progressivamente verso territori fantastici e visionari.
Le prime vedute e i paesaggi lasciano spazio a castelli immaginari, creature misteriose, figure animali e presenze umane immerse in scenari enigmatici. Un universo spesso notturno, nel quale la precisione del tratto non elimina l'inquietudine, ma sembra renderla ancora più intensa.
Il fascino dell'acquaforte e dell'acquatinta
Per comprendere l'opera di Diana occorre soffermarsi anche sugli strumenti del suo lavoro.
L'acquaforte, realizzata incidendo una matrice metallica attraverso l'azione di un acido, permette di ottenere linee sottili e dettagli estremamente precisi. L'acquatinta consente invece di costruire superfici tonali, ombre e passaggi chiaroscurali.
Diana padroneggiava entrambe le tecniche, utilizzandole per creare immagini nelle quali ogni dettaglio appare attentamente costruito.
Particolarmente ricorrenti sono gli uccelli notturni, soprattutto civette e gufi. Figure che, oltre alla loro presenza naturale, assumono significati simbolici legati alla capacità di vedere nell'oscurità, alla conoscenza e al mistero.
La notte diventa così una dimensione artistica nella quale esplorare la memoria, l'inconscio e le contraddizioni dell'esistenza umana.
Un artista attento anche ai problemi del suo tempo
Sarebbe tuttavia riduttivo considerare Pietro Diana soltanto un interprete del fantastico.
Il catalogo delle sue opere documenta anche una sensibilità rivolta ai grandi interrogativi della società.
Nel 1975 realizza alcune incisioni dedicate alla pace, raccolte sotto il titolo «Occorre sempre parlare di pace», con declinazioni che richiamano la necessità di costruirla, amarla, difenderla ed educare alla sua cultura.
Nello stesso periodo affronta temi quali l'incomunicabilità, l'inquinamento, la televisione e la pubblicità.
Argomenti che testimoniano come la sua ricerca, pur muovendosi attraverso immagini simboliche, mantenesse un rapporto concreto con le trasformazioni del mondo contemporaneo.
In questo senso, le sue incisioni non sono soltanto esercizi di straordinaria abilità tecnica: diventano anche strumenti per interrogare la realtà e il comportamento umano.
Il legame con il Ticino e la riscoperta della sua opera
La mostra luganese riporta inoltre l'attenzione su un artista che aveva già intrecciato rapporti con il panorama culturale della Svizzera italiana.
Nel 2001 il Museo Epper di Ascona ospitò infatti «Pietro Diana: monoskhromos», un'esposizione accompagnata da un catalogo con introduzione della storica dell'arte Rossana Bossaglia.
Anche negli ultimi anni l'interesse per la sua produzione è rimasto vivo.
Nel settembre 2026 la Biblioteca Nazionale Braidense di Milano ha presentato il volume La notte di Pietro Diana incisore, dedicato al percorso artistico dell'incisore milanese e alla collezione di 115 sue opere donate all'istituzione nel 2023.
Un'altra importante testimonianza è conservata dall'Associazione Incisori Contemporanei, alla quale la moglie dell'artista, la pittrice Angela Colombo, ha donato 105 opere.
Queste iniziative contribuiscono a mantenere accessibile un patrimonio artistico che attraversa oltre mezzo secolo di storia dell'incisione.
Dieci anni dopo, il segno rimane
La mostra alla Salita dei Frati si inserisce così in un percorso di riscoperta che va oltre la semplice ricorrenza commemorativa.
Osservare un'incisione di Pietro Diana significa entrare in un mondo nel quale nulla sembra lasciato al caso: ogni linea, ogni ombra e ogni figura concorrono alla costruzione di una narrazione che non impone un'unica interpretazione.
L'immagine scelta per la locandina, con le sue forme imponenti e misteriose e le piccole figure umane immerse in un paesaggio oscuro, restituisce bene questa atmosfera.
A dieci anni dalla scomparsa dell'artista, il suo lavoro conserva una qualità particolare: quella di lasciare aperta una porta sull'immaginazione, senza rinunciare a interrogare il mondo reale.
Ed è forse proprio questa la forza dell'incisione quando diventa arte: trasformare un segno apparentemente immobile in qualcosa che continua a parlare, anche molto tempo dopo la mano che lo ha tracciato.
