La storia di quello che chiamano autonomismo celtico - termine delegittimante che serve a sminuire l’intero fenomeno - è profonda e complessa ma soprattutto è la vena profonda della nostra identità come ‘comunità europee’ in cui il termine ‘europeo’ indica al contempo una coerenza geografica ed una similitudine etno-culturale.
Abdicando sin da subito dal voler ripercorrere qui quella storia, per capire l’importanza di questo evento, qualora abbia il seguito che promette, bastano alcune precisazioni di contesto.
La strategia imperiale, prima di Roma, poi del vaticano (che ha fatto leva sull’anelito imperiale germanico) ed infine di Londra, erede ultima, in ordine di tempo, di quella deteriore visione bellicosa, violenta a brutale che definiamo genericamente ‘imperiale’ o ‘coloniale’, ha sempre avuto ad obbiettivo necessario ed irrinunciabile, l’erosione e poi l’elisione di ogni specificità. Non diversamente dalle ideologie marx-sionis-globaliste moderne, in ogni tempo da Roma in poi è stato necessario azzerare ogni distinzione culturale, linguistica, etnica, religiosa, per assicurare al centro di controllo una massa indistinta di utili idioti ignoranti nei toni del grigio (unica variabilità permessa).
Da Cesare che cerca l’azzeramento dei Galli cispadani (Nord e centro Italia) e transpadani (Francia), passando da Costantino che impone il cattolicesimo come religione di ‘Stato’, ai pontefici medioevali che imponevano la corona imperiale su questo e quell’imperatore del lontano Nord Germanico (Aquisgrana), poi Napoleone ed i suoi codici civili, le bandiere a tre bande, l’intera parentela a controllare questa o quella ‘repubblica’, attraversando Londra che intanto aveva creato un impero mondiale le cui regole ferree era dettate dall’interesse delle varie ‘compagnie’ delle Indie a destra e manca.
Di conseguenza accade che per secoli la narrazione identifica punti di condivisione che oggettivamente esistono, omettendo ogni specificità ed anzi persino sopprimendola. Un esempio eclatante per gli italofoni è proprio la lingua Italiana. Un costrutto elaborato a partire da un coacervo di lingue autoctone infiltrate da un latino che era poi a sua volta una declinazione di quello imperiale a seconda del luogo in Europa in cui lo si parlava. La lingua italiana è una lingua artificiale, franca si dice in quanto atta a permettere a popoli diversi con lingue diverse, di capirsi. Dante in tutta questa messinscena non c’entra nulla oltre che aver preso la sua lingua nel suo tempo ed averla usata in un opera di tale ampiezza e dimensione culturale (ed ideologica poichè ricordiamo che Dante è stato persino esiliato per la sua preminenza politica dal lato al momento soccombente).
L’italiano come lingua, riflette l’Italia come popolo: non esiste alcuna possibilità - attenzione - scientifica, oggettiva, di dimostrare l’esistenza di una qualsiasi forma di italianità altro che non la convivenza turbolente degli ultimi due secoli, sotto il dominio violento e culturalmente brutale dei Savoia, di Mussolini ed infine del Catto-comunismo che tutt’ora tiene insieme, in punta di baionetta - e sfidando la convinzione espressa dal Maresciallo Taillerand al Bonaparte - un coacervo di etnie, culture e civiltà (e lingue) di varia e molteplice natura. La lingua peraltro assume rilevanza centrale in quanto non solo essa è espressione della propria cultura, ma ne è pure la creatrice. Dunque i Savoia sin da subito ‘italianizzarono’ i toponimi locali, imposero l’italiano nelle scuole, delegittimarono le lingue autoctone definendole dialetti. Orbene, un dialetto è l’alterazione di una lingua. Dunque oggi definiamo dialetto dell’Italiano il lombardo, il veneto, il piemontese, il siciliano ecc.. peccato che in primis al massimo voler concedere è l’italiano ad esser figlio di queste lingue e poi lo studio scientifico di esse ha dimostrato che per struttura, costruzione ed anche vocabolario, esse sono lingue separate e diverse dall’Italiano. E la cosa migliore è che riesce a costoro di insegnare ai nostri figli che il milanese è un dialetto dell’Italiano quando all’ONU il meneghino è in lista come ‘Lingua in via di estinzione’.
In Europa ci sono molteplici decine di popoli e culture (e lingue), tutte oggetto dell’opera imperiale di elisione ed annientamento totale che si protrae ormai da oltre duemila anni. La circostanza rilevante, in questo contesto, rispetto all’incontro di Cardiff, è proprio questa: oltre duemila anni, eppure qualcosa ancora sopravvive. Poichè le radici profonde non gelano (JRR Tolkien), esse continuano pervicacemente a produrre germogli.
Mentre la UE è espressione (ormai decotta) di quella visione imperiale plurimillenaria e fu voluta (come l’Italia) da Londra (ed il popolo colà era scettico - rectius, contrario, ma non la sua classe politica, piegata ad oscuri poteri intenti al profitto economico), l’unica Europa oggettivamente possibile è quella delle Nazioni, non degli Stati. Ora qualcuno ricorderà quando spiegai che una delle tante truffe imperialiste è l’aver equalizzato Stato e Nazione. Il primo è una realtà fittizia, oggetto di potere di qualcuno, in una vera democrazia, del popolo che vi abita. La seconda identifica un’etnia, una cultura o a volte una civiltà su un territorio, con una sua lingua. Dunque quando ci dicono che la Spagna è uno Stato Nazionale, mentono spudoratamente. La Spagna, come la Svizzera (che però lo dice apertamente), è uno Stato multinazionale, ovvero composto da più nazioni, poche delle quali son contente di condividere la propria sovranità con lo Stato Spagna. C’è la Nazione Catalana, quella Basca, quella Galiziana e via elencando. In Italia la lista è lunghissima. Ma lo stesso si può dire della Germania ed ovviamente della Gran Bretagna. Immaginate quanto lontana sia Bruxelles da questa realtà.
Ora, in specifico circa la Gran Bretagna osserviamo che essa ha diversi nomi. Oltre a quello menzionato, viene anche chiamata Regno Unito. Distrattamente molti pensano che siano sinonimi, mentre invece sono termini che nascondono una precisa volontà imperiale.
Innanzitutto un concetto etnico. In Europa, continente, riconosciamo tre distinte etnie principali (ed una infinità di minori, tra cui gli amici sardi che non sono geneticamente riconducibili a nulla di europeo continentale o mediterraneo occidentale). Identifichiamo l’etnia germanica, quella greca e quella celtica tra le colonne fondanti dei popoli europei ed in qualche modo, per via degli incroci, anche collante, minimo comune denominatore.
La germanica include i paesi baltici e scandinavi, ma anche, sfugge ai più, i francesi (dai franchi la cui lingua si separò dalla germanica solo durante il medioevo), che cugini sono non degli italici (che non esistono) ma in parte di quelle stirpi che hanno in se goti, longobardi e normanni (Lombardia, Emilia, Romagna, Marche, Sicilia). E germanici sono gli inglesi che appunto si definiscono per le due stirpi che ne compongono l’identità: Angli e Sassoni, che cacciarono e diluirono gli originari Celti. Sempre germanica la stirpe di Guglielmo il Normanno che dalla Normandia (terra bretone e dunque celtica) occupata dai suoi norvegesi (normanni), sbarca nel 1066 ad Hastings, momento da cui le tre stirpi germaniche iniziano a fondersi per dar vita ai moderni Inglesi.
Non germaniche invece le altre popolazioni che gli Inglesi hanno assoggettato nel tempo. Galles, Cornovaglia, Scozia, Irlanda, Isle of Man, Isole Ebridi erano e restano largamente abitate da stirpi celtiche. Le medesime che troviamo in Bretagna, in Catalogna, in Galizia, in Lombardia, in Veneto (entro una certa misura), in Piemonte, come in Ticino e grande parte della Svizzera. E le denominazioni affidate alle catene alpine ne sono testimonianza: Leponzie da Leponzi, Retiche da Reti ecc, mentre il nome stesso di Svizzera è figlio di Helvetii, popolo celtico transalpino.
Tornando agli inglesi, conquistate le terre insulari, la corona diviene non più inglese ma britannica con riferimento alla Grande Bretagna ovvero alla totalità dell’isola. Con la conquista dell’Irlanda (ed altre isolette), serviva estendere la corona ad una nuova definizione che è Regno Unito. La cui bandiera mostra le tre Croci di San Giorgio (Inghilterra), Sant’Andrea (Scozia) e San Patrizio (Irlanda, ora solo del Nord).
Dunque cosa potrebbe - e speriamo ci sia - di rilevante in questo moto verso l’indipendenza di Scozia, Galles ed Irlanda del Nord?
Il seme delle identità è sopravvissuto a millenni di erosione sistematica dicevamo, ma non ovunque. Gran parte dei tedeschi si è dimenticato che i Sassoni non son Bavaresi e via elencando. Sacche di resistenza esistono da secoli particolarmente nel contesto celtico. Oltre alle Nazioni già indicate più sopra, ve ne sono svariate altre, alcune anche nell’Europa dell’est e di queste solo alcune son state attive e lo sono tutt’ora. Nota a tutti certamente la Scozia. Meno noto il nazionalismo irlandese che primo e pressochè unico nella storia imperiale britannica, si è ribellato in armi ed ha pure avuto successo. Poi Galles, Cornovaglia, Bretagna, Catalogna (i cui leader son stati imprigionati per aver osato chiedere l’indipendenza da Madrid in base paraltro all’Art 1(2) dello Statuto della Nazioni Unite che pare sia ad applicazione variabile a seconda del comodo del momento.
Fallito il tentativo Catalano, ci provano ora Irlanda del Nord e Galles insieme alla Scozia che ci provò prima d’ora ma senza risultato.
Il successo (eventuale) di questo movimento sovranista va dunque visto nel contesto di una forzata plurimillenaria omogeneizzazione culturale, che non è mai riuscita sino in fondo ma che tutt’ora domina la scena. In tale scenario, questa mossa indipendentista potrebbe ben porsi come la classica microscopica crepa in una diga (la UE) già di suo in difficoltà di tenuta.
Un futuro possibile infatti non è l’Impero Europeo che piace a Bruxelles ma neppure il mosaico di migliaia di microscopiche rendite di potere di questo o quel marchese, di medioevale memoria. Piuttosto, la riorganizzazione del continente secondo naturali linee di continuità culturale ed economica, costruita intorno ad un principio di collaborazione sovrana nel mutuo rispetto e reciproco aiuto. Ovvero quella che taluni esponenti politici meno stolti di altri chiamano l’Europa delle Nazioni o dei Popoli invece che degli Stati… perchè è una constatazione storica che le creazioni umane che chiamiamo istituzioni, raramente si dissolvono, quasi sempre si trasformano: evolvono o (spessissimo) involvono. La UE è finita, Cardiff potrebbe aiutare a mettere la crepa nella giusta direzione onde evitare che chi attualmente ha il potere, muova la UE verso una forma di UE Soviet, destinazione al momento già in radicamento da almeno 10 anni.
avv. Marco G. Bonalanza
