Mattmark 1965: 88 vite spezzate e una memoria che divide ancora

Scritto il 19/10/2026
da team.redazione


A Lugano, la storica Elisabeth Joris riporta alla luce una delle più gravi tragedie del lavoro nella storia svizzera. Martedì 20 ottobre, alla Biblioteca Salita dei Frati, una conferenza dedicata alle vittime, alle donne dimenticate e alle differenti memorie di Italia e Svizzera.
Ci sono luoghi che il tempo trasforma in paesaggi da cartolina, cancellando lentamente dalla memoria collettiva ciò che vi è accaduto. Mattmark, nell'Alto Vallese, è uno di questi. Oggi la sua diga e il paesaggio alpino circostante attirano escursionisti e visitatori. Ma il 30 agosto 1965, proprio in quella valle, si consumò una delle più gravi tragedie del lavoro della storia svizzera.
Ottantotto persone persero la vita. Cinquantasei erano italiane.
A oltre sessant'anni di distanza, quella catastrofe continua a interrogare la storia dei rapporti tra Svizzera e Italia, il mondo del lavoro, la sicurezza nei grandi cantieri e, soprattutto, il modo in cui una società sceglie di ricordare le proprie tragedie.
È proprio a questa memoria, e alle persone troppo spesso rimaste ai margini del racconto, che sarà dedicata la conferenza «Mattmark 1965. Ricordi, sentenze, legami italo-svizzeri», in programma martedì 20 ottobre 2026, alle ore 18.00, alla Biblioteca Salita dei Frati di Lugano.
Protagonista dell'incontro sarà la storica svizzera Elisabeth Joris, che presenterà il suo lavoro di ricerca nell'ambito delle iniziative organizzate per il 25° anniversario di Archivi Donne Ticino.

Quel pomeriggio del 30 agosto 1965

Erano circa le 17.20 quando una gigantesca massa di ghiaccio e detriti si staccò dal ghiacciaio dell'Allalin, precipitando sul cantiere della diga di Mattmark, nella Valle di Saas.
Secondo la ricostruzione storica pubblicata dalla Suva, circa due milioni di metri cubi di materiale travolsero le baracche degli operai, le officine e la mensa. Il bilancio fu devastante: 88 morti e 11 feriti.
Le vittime provenivano da diversi Paesi: 56 dall'Italia, 23 dalla Svizzera, quattro dalla Spagna, due dalla Germania, due dall'Austria e una persona risultava apolide.
Dietro quei numeri si nascondeva il dramma di intere famiglie. Nei documenti della Suva si legge che 51 vittime erano sposate e che 41 di loro lasciarono complessivamente 79 figli aventi diritto a una rendita.
La tragedia sollevò immediatamente una domanda tanto semplice quanto inquietante: perché le baracche degli operai si trovavano proprio sotto un ghiacciaio potenzialmente pericoloso?
Diciassette persone furono accusate di omicidio colposo. Il procedimento giudiziario si concluse tuttavia con l'assoluzione degli imputati.
Una conclusione che, pur chiudendo la vicenda sul piano penale, non cancellò gli interrogativi sulla sicurezza del cantiere e sulle responsabilità di quanto accaduto.

Le donne che la storia aveva lasciato nell'ombra

La particolarità del lavoro di Elisabeth Joris sta nell'aver allargato lo sguardo oltre il cantiere e oltre le vittime.
Per decenni, il racconto di Mattmark si è concentrato prevalentemente sugli operai, sulla dinamica del disastro e sulle successive vicende giudiziarie. Ma attorno a quella grande opera vivevano e lavoravano anche numerose donne.
Alcune erano direttamente impiegate nelle attività legate al cantiere. Altre erano mogli, madri, figlie e familiari degli uomini partiti per lavorare in Svizzera.
Donne che contribuirono, in modi differenti, alla vita di quelle comunità e che, dopo la tragedia, dovettero affrontarne le conseguenze umane, economiche e familiari.
Nel volume Mattmark 1965. Ricordi, sentenze, legami italo-svizzeri, pubblicato nel 2025 dalla casa editrice Rotpunktverlag, Joris restituisce spazio a queste esperienze, ricostruendo una storia che non può essere raccontata soltanto attraverso le opere realizzate, i documenti giudiziari o le statistiche.
Perché dietro ogni lavoratore morto esisteva una rete di affetti, sacrifici e aspettative. E, in molti casi, una donna sulla quale ricadde il peso di continuare a vivere e a mantenere una famiglia.
È una prospettiva che restituisce alla tragedia una dimensione spesso trascurata: quella del lavoro invisibile e delle conseguenze che una catastrofe produce ben oltre il luogo in cui si verifica.

Due Paesi, due modi di ricordare

Un altro aspetto centrale della ricerca riguarda la differenza tra la memoria italiana e quella svizzera.
In Italia, Mattmark è rimasta profondamente legata alla storia dell'emigrazione e delle condizioni nelle quali migliaia di lavoratori affrontavano sacrifici e pericoli per garantire un futuro migliore alle proprie famiglie.
È il ricordo di una catastrofe percepita come evitabile, che continua a sollevare interrogativi sulla sicurezza e sulla tutela dei lavoratori.
In Svizzera, invece, la memoria del disastro ha progressivamente lasciato spazio anche a un'altra immagine del luogo: quella di una grande opera idroelettrica immersa in uno scenario alpino particolarmente suggestivo, oggi meta di escursioni.
Non significa che la tragedia sia stata completamente dimenticata. Significa, piuttosto, che uno stesso luogo può assumere significati profondamente diversi a seconda di chi lo osserva e della storia che porta con sé.
Ed è forse proprio qui che il lavoro dello storico diventa indispensabile: impedire che il trascorrere degli anni trasformi una vicenda umana in un semplice episodio del passato.

Elisabeth Joris e i 25 anni di Archivi Donne Ticino

Nata a Visp nel 1946, Elisabeth Joris è una delle figure di riferimento della ricerca storica sulle donne e sulle relazioni di genere in Svizzera.
Formatasi all'Università di Zurigo, ha dedicato gran parte del proprio lavoro alla ricostruzione delle condizioni sociali, economiche e culturali femminili tra Ottocento e Novecento.
Tra le sue pubblicazioni figura Frauengeschichte(n), opera del 1986 considerata un riferimento importante per la storiografia femminista svizzera. Nel 2020 ha ricevuto il dottorato honoris causa dall'Università di Zurigo.
La conferenza di Lugano si inserisce nel programma per il 25° anniversario di Archivi Donne Ticino, associazione fondata nel 2001 con lo scopo di ricercare, conservare e valorizzare documenti, immagini e testimonianze sulla storia delle donne.
Un'attività che contribuisce a rendere visibili esperienze troppo spesso assenti dai racconti storici tradizionali.

Ricordare Mattmark significa interrogare anche il presente

Sessantuno anni dopo, Mattmark non è soltanto una pagina dolorosa della storia svizzera e dell'emigrazione italiana.
È anche una vicenda che invita a riflettere sul rapporto tra sviluppo economico, grandi infrastrutture, sicurezza del lavoro e dignità umana.
Le opere rimangono. Le dighe continuano a produrre energia. I paesaggi cambiano e le generazioni si succedono. Ma dietro le grandi realizzazioni di un Paese esistono sempre persone, sacrifici e storie che meritano di essere conosciute.
La conferenza di Elisabeth Joris offre l'occasione di restituire un volto anche a chi, pur non essendo morto sotto quella valanga, ne ha portato le conseguenze per tutta la vita.
Perché la memoria di una tragedia non dovrebbe misurarsi soltanto contando le vittime, ma anche ascoltando chi è rimasto.