Studi federali e italiani hanno osservato tumori negli animali esposti. Ora Washington chiede di riesaminare anche gli effetti sotto gli attuali limiti
Il Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani degli Stati Uniti ha deciso di riaprire il dossier sulle radiofrequenze e sui campi elettromagnetici. E fin qui la notizia.
Ma c'è un particolare che rischia di perdersi dietro il linguaggio prudente delle comunicazioni istituzionali: la ricerca non comincia oggi. E alcuni dei risultati più scomodi arrivano proprio da strutture scientifiche appartenenti al sistema sanitario federale americano.
Il 17 settembre l'HHS ha annunciato una Request for Information, una consultazione attraverso la quale chiede a scienziati, medici, industria, cittadini ed esperti di salute pubblica di fornire dati sugli effetti potenziali delle radiofrequenze e delle tecnologie wireless. L'obiettivo dichiarato è riesaminare lo stato delle conoscenze, confrontare gli standard di sicurezza americani e internazionali e individuare le lacune della ricerca.
Non si parla soltanto di vecchi telefonini: nell'elenco compaiono Wi-Fi, smart meter, dispositivi indossabili, infrastrutture wireless, 5G, 6G, satelliti, Internet delle cose, smart home e smart city.
E nel testo destinato al Federal Register compare una domanda tutt'altro che marginale: l'HHS vuole conoscere le evidenze relative a possibili effetti sanitari delle radiofrequenze a livelli inferiori agli attuali limiti federali di esposizione. Chiede inoltre di valutare l'esposizione cumulativa e se bambini, donne in gravidanza, anziani e altre categorie debbano essere considerati in maniera diversa nella valutazione del rischio.
Un esperimento federale che non si può cancellare dalla storia
Qui comincia la parte meno comoda del racconto.
Il National Toxicology Program, NTP, non è un'associazione ambientalista né un gruppo contrario alle telecomunicazioni. È un programma interagenzia del Dipartimento della Salute statunitense, con sede presso il National Institute of Environmental Health Sciences, appartenente ai National Institutes of Health.
Nel 2018 pubblicò i risultati di un grande studio di cancerogenicità su ratti Sprague-Dawley esposti per due anni a radiofrequenze GSM e CDMA a 900 MHz.
Le parole utilizzate dall'NTP meritano di essere riportate per quello che sono: nei ratti maschi venne riscontrata “clear evidence of carcinogenic activity”, cioè chiara evidenza di attività cancerogena, sulla base dell'incidenza degli schwannomi maligni del cuore, sia con modulazione GSM sia CDMA. Anche i gliomi maligni cerebrali furono giudicati correlati all'esposizione.
Questo non equivale a dimostrare che un telefono cellulare provochi un tumore al cervello in un essere umano. È bene scriverlo chiaramente.
Ma neppure equivale a “nessun segnale”.
Negli animali esposti furono osservati tumori che nei gruppi di controllo non comparivano con la stessa distribuzione; per gli schwannomi cardiaci dei maschi la valutazione finale dell'NTP raggiunse il livello più alto previsto dal suo sistema di classificazione dell'evidenza sperimentale.
Poi arrivò il Ramazzini
Nello stesso periodo, dall'Italia arrivava un secondo dato.
L'Istituto Ramazzini, con il gruppo di ricerca nel quale figurava Fiorella Belpoggi, studiò 2.448 ratti Sprague-Dawley esposti per tutta la vita a radiofrequenze GSM a 1,8 GHz, questa volta in condizioni concepite per riprodurre un'esposizione ambientale da stazione radio base, quindi diversa dall'esperimento americano.
Nei maschi alla maggiore esposizione venne registrato un aumento statisticamente significativo degli schwannomi cardiaci. Lo studio segnalò inoltre gliomi maligni e altre alterazioni delle cellule di Schwann. Gli autori evidenziarono la coerenza dei loro risultati con quelli dell'NTP.
È importante essere precisi anche qui: uno studio non “dimostra” automaticamente l'altro. I protocolli erano differenti e i risultati devono essere interpretati nel loro contesto.
Ma quando due gruppi indipendenti, con esposizioni differenti, osservano segnali tumorali che interessano lo stesso tipo cellulare, liquidare tutto come se nulla fosse successo non sarebbe altrettanto scientifico.
E la storia non si è fermata al 2018
Nel 2024 ricercatori del NIEHS statunitense e dell'Istituto Ramazzini hanno analizzato geneticamente gliomi e schwannomi cardiaci provenienti dagli animali dello studio italiano.
Il lavoro, pubblicato su PLOS ONE, ha riscontrato nei tumori dei ratti alterazioni in geni coinvolti anche nella tumorigenesi umana. Gli autori sottolineano che il significato di queste somiglianze per il rischio nell'uomo non è ancora definito: il passaggio dall'animale all'essere umano resta quindi una questione scientifica aperta, non una conclusione acquisita.
Nel frattempo anche la IARC, l'Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro, ha riconosciuto che dopo la precedente classificazione delle radiofrequenze come “possibilmente cancerogene per l'uomo” sono emerse nuove evidenze di cancerogenicità negli animali da esperimento. Nel programma delle priorità 2025-2029 la rivalutazione delle radiofrequenze è stata indicata come ad alta priorità, pur precisando che le evidenze epidemiologiche sull'uomo restano miste e che un eventuale cambiamento di classificazione non è scontato.
Quindi, cosa stiamo aspettando di capire?
È proprio qui che la nuova iniziativa dell'HHS diventa interessante.
Washington non sta annunciando che “il 5G provoca il cancro”. Non lo dice il documento e non lo dicono gli studi citati.
Sta però chiedendo alla comunità scientifica di riesaminare gli attuali limiti, l'esposizione cumulativa, le categorie più vulnerabili e persino gli effetti che potrebbero verificarsi sotto le soglie oggi considerate accettabili.
E lo fa mentre nel patrimonio scientifico del proprio sistema sanitario esiste già uno studio nel quale l'espressione utilizzata è “chiara evidenza di attività cancerogena” negli animali.
La distinzione tra animale e uomo resta fondamentale. Ma dovrebbe esserlo altrettanto quella fra assenza di prova definitiva e prova di assenza.
Sono due cose molto diverse.
Nel frattempo miliardi di persone vivono immerse in un ambiente radioelettrico che negli ultimi vent'anni è cambiato enormemente: telefoni, Wi-Fi, antenne, sensori, dispositivi indossabili, oggetti connessi e ora nuove generazioni di reti.
Per questo la domanda non dovrebbe essere se sia lecito parlarne.
La domanda, semmai, è perché verificare con rigore gli effetti a lungo termine di un'esposizione così diffusa debba ancora essere considerato un argomento controverso.
La nuova consultazione dell'HHS offre finalmente l'occasione per tornare ai dati. Tutti i dati. Anche quelli che risultano meno rassicuranti.
